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Gaza-Kiev, due pesi e due misure

(reuters)

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Con Netanyahu Trump ha usato la carota e il bastone
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Davanti alla Knesset plaudente, Donald Trump ha detto che dopo Gaza la sua attenzione si sposterà sull’Ucraina. Ma la “missione di pace” del presidente americano per risolvere quella che secondo lui — ma solo secondo lui — sarebbe la nona guerra da fermare appare molto complicata. Per la semplice ragione che Vladimir Putin non è Benjamin Nethanyau. E le leve che Trump ha usato con Israele non funzionano con la Russia.

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Con Netanyahu Trump ha usato la carota e il bastone. Con la carota gli ha consentito di massacrare i civili palestinesi a Gaza con l’obiettivo dichiarato, e approvato dalla Casa Bianca, di eliminare Hamas e liberare gli ostaggi ancora in vita. Finché il premier israeliano ha fatto il passo più lungo della gamba, attaccando il Qatar per far fuori gli ultimi dirigenti di Hamas. …

Davanti alla Knesset plaudente, Donald Trump ha detto che dopo Gaza la sua attenzione si sposterà sull’Ucraina. Ma la “missione di pace” del presidente americano per risolvere quella che secondo lui — ma solo secondo lui — sarebbe la nona guerra da fermare appare molto complicata. Per la semplice ragione che Vladimir Putin non è Benjamin Nethanyau. E le leve che Trump ha usato con Israele non funzionano con la Russia.

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Con Netanyahu Trump ha usato la carota e il bastone. Con la carota gli ha consentito di massacrare i civili palestinesi a Gaza con l’obiettivo dichiarato, e approvato dalla Casa Bianca, di eliminare Hamas e liberare gli ostaggi ancora in vita. Finché il premier israeliano ha fatto il passo più lungo della gamba, attaccando il Qatar per far fuori gli ultimi dirigenti di Hamas. A quel punto Trump ha impugnato il bastone, costringendo Netanyahu a umilianti pubbliche scuse all’emiro del Qatar e ad accettare una nuova tregua. Ma la liberazione degli ostaggi, in cambio di quasi duemila prigionieri palestinesi, la trionfale accoglienza ricevuta da Trump a Gerusalemme, la cerimonia “oversize” a Sharm el-Sheik non significano vera pace. Della “road map” in 20 punti sono stati percorsi solo i primi passi. I restanti da compiere, sono i più ardui, indeterminati e dunque incerti. Lo stesso ripensamento di Trump sul ruolo di Tony Blair, che sembrava destinato a guidare la “governance” di Gaza, è un segnale. Altri arrivano dal terreno. Ieri, a meno di 24 ore dalla cerimonia di Sharm, l’esercito israeliano ha ucciso sei palestinesi, che si sarebbero avvicinati troppo alla linea gialla di demarcazione del ritiro dell’Idf. E i miliziani armati di Hamas spadroneggiano di nuovo nelle strade di Gaza, regolando i conti con le milizie avversarie.

Con Putin Trump non può usare né la carota, né il bastone. Ha provato con la carota contando sul buon rapporto che credeva di avere con lui e che ha coltivato anche nell’intervallo della sua presenza alla Casa Bianca, secondo credibili testimonianze raccolte da Bob Woodward nel suo libro War. Ha inviato più volte a Mosca il suo fidato emissario Steve Witkoff in missioni di imbarazzante adulazione. Ha riservato a Putin un’accoglienza degna di un vero zar, srotolando davanti ai suoi piedi il tappeto rosso all’aeroporto di Anchorage. Per Trump è stato un boomerang perché Putin si è servito dell’inchino di Anchorage per uscire dallo stato di paria, perseguito da un mandato di cattura della Corte penale internazionale, e assurgere, qualche settimana dopo a Pechino, allo “status” di co-leader, con l’amico Xi Jinping, del “Sud globale” che si oppone al vecchio ordine mondiale imposto dall’“Occidente globale”. E quasi in contemporanea su Kiev e sulle maggiori città ucraine si è abbattuta una tempesta di missili e droni, che continua inesorabilmente a colpire le fonti energetiche per rendere ancora più duro l’inverno che sta arrivando.

Ma Trump, a differenza di quanto ha fatto con Netanyahu, non può rispondere al “tradimento” di Putin impugnando il bastone. Almeno direttamente perché vorrebbe dire aprire un fronte russo-americano che davvero porterebbe alle terza guerra mondiale, come ripete da tempo l’ex presidente Dmitrij Medvedev, la prefica del putinismo. Quello che può fare il presidente americano, che ormai dice apertamente di essere “deluso” da Putin, è di cercare di soffocare la Russia. Militarmente ed economicamente: e i due aspetti non sono disgiunti l’uno dall’altro. Anzi, sono interdipendenti.

Trump sembra essersene reso conto e la visita di Volodymyr Zelensky venerdì alla Casa Bianca, preceduta da quasi una settimana di colloqui a Washington di Andriy Yermal, l’eminenza grigia del presidente ucraino, potrebbe essere il sigillo di questa strategia. Secondo rivelazioni del Financial Times, dalla fine dell’estate le agenzie di “intelligence” americane hanno guidato con le loro informazioni i droni e i missili ucraini, che stanno martellando con grande precisione le fonti energetiche russe, anche molto lontane dal fronte, mandando a fuoco 16 delle 38 raffinerie del Paese con la distruzione di un milione di barili al giorno. La Russia è ora costretta a importare carburante per le truppe al fronte e a limitare le esportazioni di petrolio e gas. Il danno è militare ed economico: rallenta l’offensiva russa nel Donbass e mette in crisi l’economia di guerra molto più delle sanzioni.

Se venerdì Zelensky convincesse Trump, frustrato da Putin, a dare all’Ucraina i sospirati missili a lungo raggio Tomahawk l’offensiva ucraina contro le fonti energetiche russe potrebbe diventare ancora più distruttiva, sul piano militare e ancora di più quello economico. E potrebbe indurre lo zar a più miti consigli. Come ha detto Zelensky, riferendosi a Gaza, “Putin potrebbe essere costretto a fare la pace come qualsiasi terrorista”.

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