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La strada in salita delle ambizioni di Conte

Giuseppe Conte (ansa)

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Il leader del Movimento 5 stelle, oggi partner principale del Pd nel campo largo, è reduce da un cambio di linea dal quale sperava di ricavare maggiori vantaggi
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Come descritto già ieri (martedì 14 ottobre), queste regionali in Toscana hanno visto il principale sconfitto nella persona del generale Vannacci, le cui polveri si sono rivelate bagnate, anzi fradicie. Ma c’è un altro perdente e la storia merita un’analisi più seria, anche perché più importanti potrebbero essere le conseguenze: è Giuseppe Conte, il cui percorso è stato — parole sue — «faticoso» e non privo di sofferenza. L’ex presidente del Consiglio, oggi partner principale del Pd nel “campo largo”, è reduce da un cambio di linea dal quale sperava di ricavare maggiori vantaggi.

Prima del voto nelle Marche — in verità con un congruo anticipo — l’avvocato del popolo ha deciso che era giunta l’ora di accantonare il profilo ultra-populista e anti-politico del M5S e di scegliere una via radicale, ma non più di contrapposizione netta alla sinistra di Elly Schlein. L’idea non era sbagliata, dal momento che il tardo-grillismo del “vaffa”, non più sostenuto dal comico genovese, rischiava di …

Come descritto già ieri (martedì 14 ottobre), queste regionali in Toscana hanno visto il principale sconfitto nella persona del generale Vannacci, le cui polveri si sono rivelate bagnate, anzi fradicie. Ma c’è un altro perdente e la storia merita un’analisi più seria, anche perché più importanti potrebbero essere le conseguenze: è Giuseppe Conte, il cui percorso è stato — parole sue — «faticoso» e non privo di sofferenza. L’ex presidente del Consiglio, oggi partner principale del Pd nel “campo largo”, è reduce da un cambio di linea dal quale sperava di ricavare maggiori vantaggi.

Prima del voto nelle Marche — in verità con un congruo anticipo — l’avvocato del popolo ha deciso che era giunta l’ora di accantonare il profilo ultra-populista e anti-politico del M5S e di scegliere una via radicale, ma non più di contrapposizione netta alla sinistra di Elly Schlein. L’idea non era sbagliata, dal momento che il tardo-grillismo del “vaffa”, non più sostenuto dal comico genovese, rischiava di essere patetico e comunque non adatto a un signore che era stato a Palazzo Chigi e ambiva a ritornarci.

I nuovi Cinque Stelle volevano essere altrettanto stimolanti per il loro elettorato, ma con un profilo, diciamo così, più istituzionale. Al tempo stesso Conte respingeva l’ipotesi di una alleanza strutturale con il Pd, tale da costringerlo ad accettare una posizione subalterna. Compagni di viaggio, sì, ma niente di più.

In due parole, amici e al tempo stesso competitori. Con una discreta capacità di premere sul Pd per ottenere le migliori candidature ovunque fosse possibile. In cambio i 5S rinunciavano a mettere il veto contro Ricci nelle Marche, come sarebbe accaduto al tempo della precedente linea “giustizialista”.

Eppure i fatti sono stati deludenti. La coalizione ha perso ad Ancona, ma soprattutto è andata molto male in Calabria, nonostante che i 5S esprimessero il candidato presidente del centrosinistra: Pasquale Tridico, l’architetto del reddito di cittadinanza. E ora in Toscana, dove la vittoria di Giani ha messo in luce il modesto risultato degli ex grillini, al di là di un pretenzioso patto programmatico firmato dal presidente uscente e rientrante con i proconsoli di Conte.

Quindi il sentiero è stato tortuoso e i 5S hanno pagato le recenti scelte con il distacco dalla loro base. O meglio, come si dice non senza enfasi, “dal loro popolo”. Il quale nel frattempo si è disperso, almeno in parte, nei meandri dell’astensione di massa. Il bilancio è amaro, tale da imporre una riflessione. Né vale la tesi che almeno in Toscana la forza del movimento è sempre stata limitata.

Vero, ma in questo caso la debolezza è generale. Forse la ragione dell’insuccesso è duplice. Da un lato l’intera coalizione di centrosinistra si è spostata sul fronte più radicale, nella speranza — finora non esaudita — di recuperare il voto di chi non si riconosce nei partiti tradizionali. Di conseguenza lo spazio di manovra degli ex grillini si è ridotto per eccesso di concorrenza e sono aumentati i dubbi circa la nuova stagione all’insegna della ragione.

Il secondo punto è forse il più significativo. Conte ha fatto il primo passo per allontanarsi dall’anti-politica, tuttavia poi è rimasto a metà strada. Molti argomenti sono rimasti quelli di prima, il populismo riemerge in mille occasioni e il rifiuto di una vera intesa con il Pd di Elly Schlein disorienta l’elettorato.

Certo, se prima delle elezioni del 2027 avremo le primarie di coalizione, Conte avrà buone probabilità di imporre se stesso nel confronto con i concorrenti, compresa la segretaria del Pd. Tuttavia molta acqua deve passare sotto i ponti e gli scenari non sono oggi prevedibili. Nel frattempo i 5S tendono a logorarsi persino più del Pd, mentre i “centristi” renziani hanno ottenuto a Firenze un risultato di qualche utilità. Ancora troppo poco, ma è un barlume vitale.

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