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I rapporti Usa-Ue alla prova Sanchez

Pedro Sánchez con Donald Trump (reuters)

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Ha tenuto la Spagna lontana da questo riavvicinamento euroamericano
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La fine della guerra a Gaza e l’offensiva sui dazi contro la Cina descrivono i contorni di un rafforzamento internazionale del presidente Donald Trump che aiuta a comprendere la scelta di aprire un fronte con il leader europeo a lui più ostile, lo spagnolo Pedro Sánchez, minacciandolo di “punizioni commerciali” per l’opposizione alla scelta della Nato di aumentare la spesa militare.

Nel summit di giugno dell’Alleanza Atlantica Sánchez era stato in effetti l’unico partner a non condividere l’impegno di portare la spesa per la Difesa al 5 per cento e, pur non ostacolando la decisione finale collettiva in questo senso, aveva detto a chiare lettere di smarcarsi, per ragioni interne, da una decisione considerata di importanza strategica dalla Casa Bianca. Il punto è che proprio quell’intesa sulla spesa militare si era però rivelata nelle settimane seguenti, sul piano politico, la premessa dell’accordo sui dazi Usa-Ue siglato fra Trump e la presidente della Commissione, Ursula von der Leye…

La fine della guerra a Gaza e l’offensiva sui dazi contro la Cina descrivono i contorni di un rafforzamento internazionale del presidente Donald Trump che aiuta a comprendere la scelta di aprire un fronte con il leader europeo a lui più ostile, lo spagnolo Pedro Sánchez, minacciandolo di “punizioni commerciali” per l’opposizione alla scelta della Nato di aumentare la spesa militare.

Nel summit di giugno dell’Alleanza Atlantica Sánchez era stato in effetti l’unico partner a non condividere l’impegno di portare la spesa per la Difesa al 5 per cento e, pur non ostacolando la decisione finale collettiva in questo senso, aveva detto a chiare lettere di smarcarsi, per ragioni interne, da una decisione considerata di importanza strategica dalla Casa Bianca. Il punto è che proprio quell’intesa sulla spesa militare si era però rivelata nelle settimane seguenti, sul piano politico, la premessa dell’accordo sui dazi Usa-Ue siglato fra Trump e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, dopo l’incontro in Scozia.

Da quel momento, per effetto della convergenza su difesa e commercio, è iniziato un riavvicinamento progressivo delle posizioni fra alleati europei e Washington: dal sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia fino al Piano dei 20 punti su Gaza, che ha consentito ai partner euroamericani di lavorare assieme a dispetto di incomprensioni personali e differenze politiche che permangono. Ma Sánchez ha tenuto la Spagna lontana da questo riavvicinamento euroamericano e oggi Madrid è il fanalino di coda della spesa sulla difesa — passata dall’1,3 al 2 per cento — nonché il partner che più ha ostacolato la mediazione di Trump in Medio Oriente, sposando l’accusa del “genocidio” contro Israele e varando un embargo di armi contro il governo di Gerusalemme solo pochi giorni prima della sigla del cessate il fuoco nella Striscia.

Tale eccezione ha trasformato Sánchez nel tallone d’Achille della Nato innescando tensioni in crescita con Washington. Se Trump, ricevendo alla Casa Bianca il presidente della Finlandia, è arrivato a suggerire l’ “espulsione di Madrid dall’Alleanza” ed ora ipotizza dazi più alti contro la Spagna è perché le rassicurazioni arrivate dal Segretario generale della Nato, Mark Rutte, sull’ “unanimità sul 5 per cento” ed anche i messaggi pacificatori del ministro della Difesa spagnolo sui “tremila nostri soldati impegnati in missioni Nato” non bastano a tranquillizzare Washington.

D’altra parte, era stato proprio Trump, sul palco del summit di Sharm el-Sheikh, a dire che fra i 35 leader stranieri presenti “ve ne sono almeno un paio che non mi piacciono” aggiungendo “sapete bene chi sono” con un riferimento che, secondo alcuni diplomatici presenti, includeva proprio Sánchez.

La reazione di Bruxelles è stata di esprimere solidarietà a Madrid per il semplice fatto che l’Ue prevede regole commerciali comuni per i 27 partner e dunque non può accettare sanzioni ad hoc di Washington contro un singolo Paese.

Ma il nodo spagnolo che Trump pone alla Ue è soprattutto politico. Nel momento in cui gli Stati Uniti mettono assieme una vasta coalizione internazionale per la ricostruzione di Gaza, puntano all’estensione degli Accordi di Abramo dall’Arabia Saudita all’Indonesia, disegnano un braccio di ferro globale contro il rivale di Pechino e pensano di fornire i missili Tomahawk all’Ucraina contro Mosca, è impellente ricomporre le lacerazioni euroatlantiche incominciando da chi, come Sánchez, ne è stato il più acceso interprete. Questo è il motivo per cui i partner Ue più vicini a Trump sono il cancelliere tedesco Merz e la premier italiana Meloni. Entrambi protagonisti di convergenze diplomatiche con gli Stati Uniti che hanno aiutato l’intesa sulla spesa Nato, l’accordo sui dazi e la tregua a Gaza. Non a caso, proprio ieri, i leader parlamentari di Cdu/Csu hanno proposto di abolire ogni restrizione della Germania alla vendita di armi allo Stato ebraico.

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Insomma, Trump sottopone i rapporti Usa-Ue a un test spagnolo: far rientrare il dissenso di Sánchez può aiutare a rafforzare la coesione euroamericana davanti alle sfide che incombono. E da Washington assicurano che possono esserci pochi dubbi sulla volontà di Trump di avvertire tanto chiaramente Madrid affinché a intendere sia l’altro leader Ue fonte di dissensi continui con la Casa Bianca: il presidente francese Macron.

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