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Il salto indietro sul femminismo

Pamela Genini, 29 anni, ammazzata dall'ex compagno, Gianluca Soncin, 52 anni

 

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In pochissimi anni è come se fossimo finiti dentro un frullatore/macchina del tempo che ci ha riportato a settant’anni fa
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La raccolta di saggi Femminismo giuridico. Teorie e problemi (Mondadori education) è uscita nel 2019, ma pare quasi un secolo fa, se pensiamo a quello che è accaduto nel frattempo in termini di speranze frustrate, promesse disattese, e un diffuso backlash rispetto ai temi del genere e della sessualità. In quel volume si faceva chiarezza su alcuni fatti che vale la pena ribadire: il diritto non è mai neutro, ma sessuato. La pretesa di universalità di ogni norma è profondamente disonesta se non accompagnata da una riflessione politica sui corpi sui quali agisce.

In Femminismo giuridico era la storica Chiara Giorgi a spiegare con grande chiarezza che l’eguaglianza formale fra i soggetti non serve a niente se non si riconosce al contempo la differenza sostanziale degli stessi. Per questo la differenza, anzi le differenze vanno nominate. Il ddl Zan, affossato nel 2021, queste differenze di genere, di orientamento sessuale, cercava di nominarle. La sua bocciatura dimostrò quanto resistente …

La raccolta di saggi Femminismo giuridico. Teorie e problemi (Mondadori education) è uscita nel 2019, ma pare quasi un secolo fa, se pensiamo a quello che è accaduto nel frattempo in termini di speranze frustrate, promesse disattese, e un diffuso backlash rispetto ai temi del genere e della sessualità. In quel volume si faceva chiarezza su alcuni fatti che vale la pena ribadire: il diritto non è mai neutro, ma sessuato. La pretesa di universalità di ogni norma è profondamente disonesta se non accompagnata da una riflessione politica sui corpi sui quali agisce.

In Femminismo giuridico era la storica Chiara Giorgi a spiegare con grande chiarezza che l’eguaglianza formale fra i soggetti non serve a niente se non si riconosce al contempo la differenza sostanziale degli stessi. Per questo la differenza, anzi le differenze vanno nominate. Il ddl Zan, affossato nel 2021, queste differenze di genere, di orientamento sessuale, cercava di nominarle. La sua bocciatura dimostrò quanto resistente fosse l’immaginario della nostra politica (non solo quella conservatrice) nei confronti di questo atto di nominazione. Ma il diritto senza una connessione reale alla vita dei corpi, corpi spesso discriminati, violati, annientati, come può dirsi giusto? I saggi contenuti nel libro dicevano con chiarezza che occorre “ripensare la giustizia anziché il potere, la democrazia anziché l’autoritarismo, trasformando il femminismo in un pensiero alternativo e fecondo per tutte e tutti”. In questo senso la scuola era un’alleata fondamentale, come laboratorio di nuove forme di democrazia, tirocinio quotidiano di convivenza, spazio nel quale si rende visibile il futuro, la possibilità.

Poi, in pochissimi anni, è come se fossimo finiti dentro un frullatore/macchina del tempo che ci ha riportato indietro di una settantina d’anni rispetto a quelle che sembravano essere sul punto di diventare acquisizioni condivise, al punto che oggi questa parola: femminismo, non la usa quasi più nessuno sui quotidiani, in tv (quanto manchi Michela Murgia), o in politica, se non per legittimare posizioni sessiste e discriminatorie contro le persone trans o come è accaduto intorno alla legge sulla gestazione per altri. Eppure quanto servirebbe tornare a pensarla e usarla per capire che, per esempio, fra l’ennesimo femminicidio, quello di Pamela Genini, e il dibattito parlamentare sull’educazione sessuale c’è un legame diretto che si può riassumere in una sola parola, invisa a chi ci governa quanto la parola “femminismo”, cioè la parola “patriarcato”.

Secondo il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, non a caso estensore di una delle proposte di legge sul consenso informato a scuola, il patriarcato in Italia non esisterebbe più dal 1975, anno in cui è stato approvato il nuovo diritto di famiglia che, abolendo la norma giuridica sulla patria potestà, rendeva effettiva la parità fra i coniugi già prevista dalla Costituzione. Ma il patriarcato non si esaurisce in una norma, è una mentalità: quella che distingue i ruoli sessuali fin dalla nascita, anzi da prima della nascita stessa (“auguri e figli maschi” qualcuno lo dice ancora oggi). Il patriarcato è quella cosa che fa sì che in Italia esista una parola mostruosa come “mammo”, cioè un papà che “aiuta” la mamma nella cura dei figli o della casa. Come se la parola padre, genitore, non portasse con sé il concetto di cura, sempre e comunque, a prescindere dal sesso (consigli di lettura? Genitori si cresce di Lorenzo Gasparrini, appena uscito per Einaudi). Per questo, come notano Celeste Costantino, Giulia Minoli, Monica Pasquino, autrici del volume Senza legge. Perché l’educazione sessuo-affettiva è una questione politica (Thlon) di questi temi si dovrebbe iniziare a parlare già dalla scuola dell’infanzia, mentre il Governo intende impedirlo persino alle scuole medie. Educare alle differenze è l’unica strada che abbiamo per prevenire discriminazione, violenza, e, in ultima istanza, femminicidi.

Non basta inasprire le pene perché il diritto senza una riflessione culturale più ampia, senza un’opera quotidiana di educazione, torna a essere uno strumento disciplinare, esattamente ciò che notavano le autrici di Femminismo giuridico, pochi anni fa, quando questa discussione tornava a occupare le pagine di giornale. Solo tenendo insieme, in un dialogo costante, diritto ed educazione possiamo trasformare in modo virtuoso il rapporto con la giustizia in una pratica democratica e non disciplinare: da meccanismo punitivo in pratica di partecipazione e quindi di libertà. “Ripensare la giustizia anziché il potere, la democrazia anziché l’autoritarismo, trasformando il femminismo in un pensiero alternativo e fecondo per tutte e tutti”.

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