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L’Italia e la tradizione euroatlantica

La premier Giorgia Meloni (ansa)

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Roma, leale a Kiev, non si presterà a fare da grimaldello contro l’Unione europea
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Le comunicazioni della presidente del Consiglio al Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo si sono svolte in un’atmosfera non priva di tensioni. È come se stessimo entrando in una lunghissima campagna elettorale che conoscerà vari passaggi: uno a breve con quel che resta del voto regionale (Campania, Puglia, Veneto), uno a medio termine con il referendum sulla giustizia e poi l’ultimo, ancora lontano ma già sfibrante: il voto di fine legislatura nel 2027.

Meloni riferisce alla Camera in vista del Consiglio europeo - la diretta

Ieri si avvertiva nell’aria un sottinteso implicito ma abbastanza evidente, figlio delle voci che qualcuno ha accreditato nelle ultime settimane: e cioè che Trump sarebbe tornato sulla sua vecchia idea di usare l’Italia di Giorgia Meloni come ariete contro l’Unione europea, in particolare per rompere la coesione di Bruxelles sul punto della g…

Le comunicazioni della presidente del Consiglio al Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo si sono svolte in un’atmosfera non priva di tensioni. È come se stessimo entrando in una lunghissima campagna elettorale che conoscerà vari passaggi: uno a breve con quel che resta del voto regionale (Campania, Puglia, Veneto), uno a medio termine con il referendum sulla giustizia e poi l’ultimo, ancora lontano ma già sfibrante: il voto di fine legislatura nel 2027.

Meloni riferisce alla Camera in vista del Consiglio europeo - la diretta

Ieri si avvertiva nell’aria un sottinteso implicito ma abbastanza evidente, figlio delle voci che qualcuno ha accreditato nelle ultime settimane: e cioè che Trump sarebbe tornato sulla sua vecchia idea di usare l’Italia di Giorgia Meloni come ariete contro l’Unione europea, in particolare per rompere la coesione di Bruxelles sul punto della guerra in Ucraina. Un risultato che farebbe comodo a Washington, data la paralisi della trattativa con Mosca, ma che ovviamente non è garantito dai distinguo filo-russi degli ungheresi e dei cechi. A differenza di costoro, l’Italia — si mormora — avrebbe il peso e la centralità per indebolire l’Unione e aiutare Trump a metter fine alla nona guerra dopo le otto già concluse. Questa è una citazione delle parole del presidente degli Stati Uniti, che ieri si vantava con la solita enfasi di un risultato mai nemmeno sognato “da George Washington e da Lincoln”.

Ora, a parte Gaza e l’Iran dove in effetti la dottrina Trump ha segnato dei successi, l’Ucraina si sta rivelando l’ostacolo più duro da superare. Pur con tutti i suoi difetti, l’Europa continua a sostenere Zelensky con una coerenza che pochi avevano previsto dopo tre anni e mezzo di guerra. Ebbene, se qualcuno oltre Atlantico ha davvero mai pensato di sfruttare il governo di Roma come grimaldello, la discussione parlamentare di ieri ha smentito del tutto tale ipotesi. L’Italia che oggi parlerà al vertice europeo continua nella sua linea di appoggio all’Ucraina che combatte per la propria indipendenza, pur senza promettere invio di truppe. E non avrebbe potuto farlo, ha detto la premier Meloni, se l’Europa, e con essa l’Italia, non avesse contribuito alla difesa della nazione invasa. La sconfitta di Kiev — è il senso della posizione italiana — si risolverebbe in un collasso per l’Unione e quindi in una disfatta per l’Occidente.

È una posizione chiara, tuttavia non statica: coglie a esempio la novità di uno Zelensky che forse per la prima volta chiede di “congelare” la situazione sul campo e da lì cominciare a negoziare. Come si capisce, si tratta di un tentativo di incoraggiare Trump sulla via del realismo e al tempo stesso di mantenere le distanze dalla Russia putiniana. Ne deriva che il governo di Roma esporrà al Consiglio europeo una posizione euro-atlantica che tiene conto degli sviluppi sul campo e degli interessi ucraini. Sul piano interno, sono rimaste le divisioni tra maggioranza e opposizione. Poteva essere l’occasione di una convergenza non banale, ma è andata persa: sei risoluzioni del centrosinistra (quella di Azione in parte recepita dalla maggioranza) indicano una notevole incertezza in politica estera. Accade così che nel gioco parlamentare il centrodestra si ritrova tra le mani, come un vantaggio insperato, la vittoria tattica su un terreno in cui Giorgia Meloni, superando le riserve leghiste, interpreta la linea tradizionale, fatta di lealtà al patto euro-atlantico.

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Al tempo stesso il governo di centrodestra non rinuncia al suo europeismo tiepido, per non dire scettico. Lo si vede nelle critiche al “green deal” e alla politica climatica. Qui l’opposizione avrebbe la possibilità di incalzarlo, a patto di non limitarsi alle polemiche sul riarmo o alle battute infantili sulla premier come “cheerleader” di Trump.

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