Se niente è certo tutto diventa possibile e l’antica divinità del caso, bendata come vuole la leggenda, torna a essere padrona del destino degli Stati e dei popoli. Nulla ci garantisce un futuro più sicuro, nulla ci premunisce dai rischi di un pericolo più grave. Siamo usciti dal codice del diritto, dal prontuario civile della convivenza, dal manuale d’arte politica della coesistenza. Senza più un libro comune accettato e condiviso, siamo semplici spettatori, disarmati: e dobbiamo prendere atto che nemmeno la tregua chiamata pace in Medioriente — che ha fermato il massacro di Israele a Gaza e ha ridotto il ricatto terroristico di Hamas sulla popolazione palestinese — ha bloccato gli spettri del caos che si affollano ai confini di questo 2025, l’anno d’inizio del secolo post-democratico.
Donald Trump…
Se niente è certo tutto diventa possibile e l’antica divinità del caso, bendata come vuole la leggenda, torna a essere padrona del destino degli Stati e dei popoli. Nulla ci garantisce un futuro più sicuro, nulla ci premunisce dai rischi di un pericolo più grave. Siamo usciti dal codice del diritto, dal prontuario civile della convivenza, dal manuale d’arte politica della coesistenza. Senza più un libro comune accettato e condiviso, siamo semplici spettatori, disarmati: e dobbiamo prendere atto che nemmeno la tregua chiamata pace in Medioriente — che ha fermato il massacro di Israele a Gaza e ha ridotto il ricatto terroristico di Hamas sulla popolazione palestinese — ha bloccato gli spettri del caos che si affollano ai confini di questo 2025, l’anno d’inizio del secolo post-democratico.
Donald Trump aveva annunciato un altro show politico planetario, con Vladimir Putin come partner. La bulimia leaderistica del presidente americano, la sua fretta semplificatrice lo aveva spinto a prendere per veri e promettenti i segnali d’apertura che Putin aveva lasciato immaginare nella lunga telefonata tra il Cremlino e la Casa Bianca, tanto che aveva immediatamente annunciato un nuovo vertice Usa-Russia, questa volta a Budapest. Ma al momento di dare un significato a questo summit, di costruirlo come un passo avanti verso una soluzione del conflitto russo-ucraino, e di prevedere un risultato possibile, si è scoperto che non c’era sostanza sul tavolo ungherese, ma soltanto velleità. Siamo dunque precipitati dall’illusione alla delusione, con il Capo della Casa Bianca costretto ad ammettere che il summit sarebbe “una perdita di tempo perché non si va da nessuna parte”, e pronto a sostituire al dialogo con Putin le sanzioni ai giganti russi del petrolio: senza escludere un nuovo ribaltone su una scena logorata dalla confusione e infragilita dall’improvvisazione, dove ormai nulla dura il tempo minimo necessario per diventare un punto solido di riferimento.
Il fatto che gli emissari dei due governi stiano cercando nuovamente un bandolo per riaprire il confronto ci dovrebbe incoraggiare, se fosse il frutto di una qualche strategia percepibile, il prodotto di una cultura politica riconoscibile, il risultato di una scuola diplomatica misurabile. Ma la verità è che stiamo sperimentando una navigazione a vista sui confini della guerra, interamente affidata al potere salvifico del presidente Usa che come un re taumaturgo del Medioevo impone le mani per bloccare la peste che avanza. E com’è evidente la potenza miracolistica del leader si accresce e diventa esclusiva assorbendo e spodestando codici, regole, norme, tradizioni, e cioè tutto un sistema di procedure, garanzie e alleanze che gli uomini avevano costruito nei decenni a tutela della loro libera convivenza, per vederlo infine risucchiato e annullato nell’esercizio supremo di questa potestà eccezionale che domina la scena surrogando ogni altra autorità. La performance si sta mangiando la politica.
Non stiamo dunque assistendo soltanto a un benemerito tentativo di concludere o bloccare la guerra in Ucraina, ma a una metamorfosi del potere che disattiva l’intero sistema su cui si è retta fin qui la coesistenza pacifica internazionale per sostituirlo con un atto di fede universale nella capacità della leadership di piegare la realtà, adattandola al suo dominio. Non ci sono più valori che illuminano la strada, e nemmeno vincoli che regolano il cammino. Il carisma istintivo del Capo sceglie ogni giorno la direzione di marcia che più gli conviene, la sua missione è sovraordinata rispetto ai tradizionali codici di regolazione dei conflitti e agli organismi sovranazionali di garanzia che abbiamo conosciuto, il suo potere di contraddizione è la prova quotidiana della sua libertà da ogni passato e da qualsiasi convenzione. Siamo entrati in un mondo piatto, a disposizione del comando, senza l’increspatura di una regola.
È qui che Trump ha trovato Putin, dopo che il presidente della Russia da quasi un decennio aveva deciso di abbandonare il terreno comune del vecchio ordine mondiale (sottraendosi alla regola democratica che pretendeva di farsi universale) e di parlare all’altra metà del mondo che non si riconosce nel codice occidentale, offrendo la Russia come potenza sfidante, maestà concorrente, pretendente imperiale. Usciti entrambi dalla disciplina del diritto e dal condizionamento dei valori i due presidenti si sono riconosciuti e accettati: nella semplificazione leaderistica e autoritaria di Trump meglio dividere il mondo in tre (ecco l’incontro con Xi) in piena logica imperiale che sobbarcarsi il chiacchiericcio atlantico della vecchia Europa, con la pretesa dei sudditi di fingersi sovrani mimando nella Ue un superstato che non esiste nella realtà, e per di più filtrando ogni decisione all’insegna del diritto e dei diritti. Nella visione granderussa di Putin meglio discutere il destino dell’Ucraina con il presidente americano, molto lontano da Kiev, che con i leader europei inconcludenti ma ostinati a misurare il terreno di guerra con il vecchio metro democratico, che Mosca ha definitamente ricusato. Qui Putin può ottenere da Trump la rilegittimazione internazionale, passando da usurpatore a interlocutore nel mondo nuovo; e Trump può incassare dal leader russo un riconoscimento come supremo arbitro mondiale, e l’abilitazione conseguente a negoziare la pace come incarnazione dell’istinto leaderistico e come espressione del comando, senza più codici a cui rispondere, fondando così il nuovo ordine mondiale — ecco il nodo — su se stesso.
Questo è il punto demagogico d’arrivo, e insieme il punto democratico di rottura: non basta per andare oltre, perché la costruzione di un nuovo sistema internazionale ha evidentemente bisogno di una base materiale e valoriate più ampia di un’egolatria, sia pure smisurata. La verità dei due presidenti è che uno credeva di giocare a golf, l’altro voleva giocare a hockey: Putin chiedeva tempo per guadagnare posizioni sul terreno e nelle coscienze, cercando un nuovo inizio delle relazioni internazionali che scolorisse il peccato originale dell’invasione ucraina; Trump voleva invece il cessate il fuoco come scorciatoia immediata per un successo personale, da pacificatore: quindi aveva molta fretta e pochi scrupoli, pur di arrivare a un risultato qualunque da sbandierare in diretta tivù. Difficile trovare un’intesa, anche se quando un giocatore è contemporaneamente arbitro tutto si confonde e saltano le regole, s’improvvisa sul momento e lo spettacolo va avanti ma verso un risultato fasullo, perché la partita è truccata. Il problema, drammatico, è che questa è l’unica partita per la pace che si può giocare oggi, l’unica che abbiamo. Benvenuti nella diplo-anarchia.