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Il potere, le regole e gli arbitri

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Dalla riforma della giustizia agli attacchi di Giorgia Meloni alla Corte dei conti, i governi sovranisti sono insofferenti nei confronti delle istituzioni di controllo e di garanzia
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Come se le riforme fossero dei trofei da consacrare nel tempio, sacri e simbolici, e le opere faraoniche godessero di una corsia privilegiata che le rende intangibili, in due giorni abbiamo assistito alla manifestazione della destra scesa in strada con le gigantografie di Berlusconi per chiedere la benedizione dall’aldilà alla separazione delle carriere dei magistrati, e agli attacchi della premier alla Corte dei conti, per «l’ennesima invasione di campo», dopo i rilievi al progetto del ponte di Messina.

Sono due provvedimenti molto diversi tra di loro, sul cui merito si discute da anni. Ma li tiene insieme un elemento comune che riguarda la psicologia del potere e che può essere riassunto in una formula in corso di sperimentazione proprio in questa fase: l’insofferenza dei governi sovranisti per le istituzioni di controllo e di garanzia, gli arbitri della democrazia.

Come nel calcio, son brutti tempi per gli arbitri, chiamati a sorvegliare il terreno del libero gioco politico, come g…

Come se le riforme fossero dei trofei da consacrare nel tempio, sacri e simbolici, e le opere faraoniche godessero di una corsia privilegiata che le rende intangibili, in due giorni abbiamo assistito alla manifestazione della destra scesa in strada con le gigantografie di Berlusconi per chiedere la benedizione dall’aldilà alla separazione delle carriere dei magistrati, e agli attacchi della premier alla Corte dei conti, per «l’ennesima invasione di campo», dopo i rilievi al progetto del ponte di Messina.

Sono due provvedimenti molto diversi tra di loro, sul cui merito si discute da anni. Ma li tiene insieme un elemento comune che riguarda la psicologia del potere e che può essere riassunto in una formula in corso di sperimentazione proprio in questa fase: l’insofferenza dei governi sovranisti per le istituzioni di controllo e di garanzia, gli arbitri della democrazia.

Come nel calcio, son brutti tempi per gli arbitri, chiamati a sorvegliare il terreno del libero gioco politico, come giudici di gara imparziali. Da mesi si avvertiva questa erosione del ruolo e dello spazio d’azione degli organismi di sorveglianza, che per statuto e per funzione non appartengono né al campo della maggioranza né a quello d’opposizione, perché tutelano la regolarità dello scambio istituzionale e la legittimità degli atti di governo, rappresentando un punto d’equilibrio del sistema.

Questo nella teoria costituzionale perfetta. Nella pratica c’è qualcosa in più, perché questi istituti sono diventati — senza volerlo — le spie del malessere democratico, i primi indicatori capaci di rivelare che qualche falla si sta aprendo nel corretto funzionamento del triangolo tra esecutivo, legislativo e giudiziario. Gli studiosi infatti denunciano che l’attacco alla democrazia nell’epoca in cui viviamo si inaugura svuotando il potere di vigilanza e di tutela degli arbitri, delegittimandoli agli occhi della pubblica opinione per depotenziarli, e infine per metterli sotto controllo.

Poiché si tratta di controllare la regolarità (e non il merito) delle scelte e delle procedure decise dal potere legittimo, questi soggetti arbitrali hanno una loro specifica dimensione tecnica, basata sulla conoscenza delle regole vigenti e sulla disciplina di uno Stato di diritto, in cui tutti, compresi i poteri pubblici, sono vincolati dalla legge e devono agire entro i limiti prefissati dalla norma. Dunque anche il governo eletto dal popolo, mentre ha il pieno diritto di realizzare il suo programma, ha anche il dovere di agire rispettando la legalità, perché non è sciolto dal rispetto delle leggi.

Da questa intersezione di poteri e doveri nasce la necessità di un ruolo di controllo, che deriva la sua autorità solamente dall’imparzialità dell’ufficio, dal suo sapere tecnico, dal suo servizio alla fluidità regolare del sistema. Ma inevitabilmente (e per fortuna) le istituzioni arbitrali inventate per sorvegliare l’ordine nell’esercizio del potere, sono anche le prime sentinelle del disordine quando questo irrompe nel sistema, pretendendo di forzarne la misura e di alterare le proporzioni degli spazi interni.

È a questo punto che la nuova destra estrema — in America come in Europa — reagisce rifiutando il rilievo, anzi denunciandolo come un abuso d’autorità e una prova di parzialità. Si rompe l’equilibrio costituzionale di sistema, con i governi che accusano gli organi incaricati del controllo e della garanzia di deragliare dai loro confini sottraendo autonomia alla politica, mentre in realtà sono gli esecutivi che si ribellano alla disciplina istituzionale dell’ordinamento.

Questa rivolta del potere contro i meccanismi di tutela e bilanciamento investe qualsiasi soggetto terzo chiamato a svolgere il suo compito di accertamento: magistrature, commissioni elettorali, media indipendenti, Corti costituzionali, Corti dei conti, Banche centrali, fino agli istituti di statistica e alle agenzie di rating, perché è esattamente il principio di interposizione che viene rifiutato dalla moderna autocrazia: tra il potere e il popolo non ci dev’essere null’altro, il terreno sovranista è libero, anzi sgombro.

Non è dunque un problema tecnico di equilibrio, che si può sempre correggere: è una questione democratica di fondo, che riguarda la natura del potere e in particolare il rapporto tra legittimazione e limite. La reazione dei governi rivela infatti che la nuova cultura di destra considera molto semplicemente la volontà popolare incompatibile con la sua delimitazione costituzionale.

La politica si riduce a due tempi, c’è solo un prima e un dopo l’investitura elettorale: lo spazio e il tempo che seguono l’elezione appartengono integralmente al potere consacrato dal voto, che non riconosce autorità concorrenti, non accetta interferenze, rifiuta controlli. In quanto sovraordinato dall’unzione del consenso popolare, non ha più coscienza del limite, quella consapevolezza costituzionale che contraddistingue la sovranità democratica, e distingue il governo dal comando, la potestà legittima dal dominio.

Si capisce che in questa cultura non c’è spazio per il terzo incomodo, l’arbitro garante della neutralità del campo e del rispetto delle regole. Siamo oltre le regole e costantemente fuori dal campo, la neutralità è già sospetta, l’arbitro è un nemico, il potere si fa giudice e giocatore, le regole cambiano in corso d’opera, a prova della libertà di contraddizione del leader che non ha vincoli nemmeno con se stesso.

Il populismo apostrofa i residui rilievi arbitrali e costituzionali come opposizione del deep state alla politica, resistenza della burocrazia alla volontà del popolo. In realtà, com’è evidente, la posta in gioco è molto più alta, perché ciò che stiamo sperimentando è l’autocertificazione della legittimità, della legalità e infine della verità da parte dei governi. Senza esserne consapevoli, stiamo passando da un sistema di garanzia a un sistema di investitura: che non tollera più testimoni e custodi.

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