Era sembrata una marcia trionfale la settimana nel sud-est asiatico, fino a quando Trump non si è imbattuto nel dragone cinese. Con Xi Jinping si è capito che quando l’adulazione cede il posto ai rapporti di forza le cose possono mettersi male anche per il presidente degli Stati Uniti.
Raccontare che il vertice è andato bene, anzi benissimo — da zero a dieci? dodici! — non può cancellare quel sorriso di sufficienza, quasi di umana comprensione, ostentato dal presidente cinese e rilanciato da tutte le tv del mondo. Esattamente come era accaduto qualche settimana prima in Alaska con il tappeto rosso srotolato per Vladimir Putin senza avere nulla in cambio.
La verità è che di fronte alle grandi autocrazie America First finisce per presentarsi come America Alone. E che da questa “America sola” arrivano pericolosi segnali di debolezza.
Ad Anchorage era andato in scena il ritorno di Putin tra i grandi della terra all’insegna del «perseguire la pace». Risultati? Da zero a dieci: zero, come s…
Era sembrata una marcia trionfale la settimana nel sud-est asiatico, fino a quando Trump non si è imbattuto nel dragone cinese. Con Xi Jinping si è capito che quando l’adulazione cede il posto ai rapporti di forza le cose possono mettersi male anche per il presidente degli Stati Uniti.
Raccontare che il vertice è andato bene, anzi benissimo — da zero a dieci? dodici! — non può cancellare quel sorriso di sufficienza, quasi di umana comprensione, ostentato dal presidente cinese e rilanciato da tutte le tv del mondo. Esattamente come era accaduto qualche settimana prima in Alaska con il tappeto rosso srotolato per Vladimir Putin senza avere nulla in cambio.
La verità è che di fronte alle grandi autocrazie America First finisce per presentarsi come America Alone. E che da questa “America sola” arrivano pericolosi segnali di debolezza.
Ad Anchorage era andato in scena il ritorno di Putin tra i grandi della terra all’insegna del «perseguire la pace». Risultati? Da zero a dieci: zero, come si è ben visto nelle settimane successive. La stessa amministrazione americana se ne è resa conto rinviando quell’incontro di Budapest che Putin aveva escogitato proprio alla vigilia dell’arrivo di Zelensky alla Casa Bianca.
A Busan, in Corea, il breve vertice tra Usa e Cina ha solo sancito una tregua commerciale. Un esito certamente positivo — anche noi europei ne abbiamo beneficiato sulle terre rare — ma tutto sommato più favorevole a Xi che a Trump se si considerano gli ultimatum della vigilia e il silenzio su Taiwan. A conferma, il presidente cinese si è concesso un elogio della strategia americana: «Credo che la nostra visione della “grande rigenerazione della nazione cinese” debba andare di pari passo con la vostra visione di “fare di nuovo grande l’America”».
Che la visione Maga possa non dispiacere alla Cina lo si è visto anche dai rapporti con i Paesi del sud-est asiatico. Paesi preoccupati per la sovrapproduzione cinese spesso sussidiata dallo Stato ma in cui prevale lo sconcerto verso gli Stati Uniti che con il primo Trump avevano abbandonato la Trans-Pacific Partnership e ora si presentano come un aggressivo concorrente. La reazione immediata, non molto diversa da quella europea, è stata cercare di rabbonire il potente alleato. Sullo sfondo, tuttavia, si delinea una crescente e allarmante influenza cinese in quest’area dell’Asia.
C’è dunque qualcosa di simile nella storia che ci raccontano Europa e Asia. Ed è il fatto che non si possono mettere in discussione le regole economiche e le alleanze su cui per decenni si è fondata la forza degli Stati Uniti senza pagare un prezzo.
Tra le due sponde dell’Atlantico la concorrenza c’è sempre stata, ovviamente. Ma mai, negli ultimi ottanta anni, la forza economica era stata usata in modo sistematico come arma contro i propri alleati. Se l’economia diventa terreno di scontro aperto, alla lunga non sarà facile mantenere la fiducia, e in questo mondo senza regole è più facile che siano le autocrazie ad avere la meglio.
Portata alle sue estreme conseguenze, America First è insomma un’America che gioca da sola. Nel secolo scorso, a interrompere quella solitudine era stato lo scoppio delle due guerre mondiali. L’America è poi diventata superpotenza proprio quando non ha giocato da sola e si è messa al centro di una rete di alleanze economiche e militari, coltivando i propri interessi ma anche quelli dei suoi alleati, inclusi Germania, Giappone e Italia che pure avevano perso la guerra.
Capovolgere questa storia di successo con un nuovo approdo isolazionista non è affatto scontato. I sintomi allarmanti non mancano: c’è la guerra commerciale che non fa distinzioni tra avversari e alleati, c’è la Guardia nazionale impiegata a Chicago o a Los Angeles, c’è una dottrina Monroe strisciante, ora alla prova con la dittatura di Maduro, c’è l’indifferenza per i valori fondanti delle democrazie nel resto del mondo. Tutto vero. Ma c’è ancora, ben insediata nella stessa amministrazione, la linea più tradizionale, che vede le alleanze come chiave per vincere il confronto con il tecnonazionalismo cinese e le nostalgie imperiali russe.
A noi europei conviene fare di tutto per impedire, o almeno ritardare, una deriva isolazionista. Tenendo alta la bandiera del mondo libero e dei suoi interessi comuni. Aggrappandosi all’importanza delle relazioni transatlantiche e all’amicizia con gli Usa a ogni livello. Ma tutto questo senza chiudere gli occhi. E dunque difesa europea, nuovi mercati, dall’America Latina all’Indonesia e domani all’India. E un reset delle relazioni economico-commerciali con la Cina che non può certo essere benevolo, ma va elaborato in proprio e non come appendice delle scelte americane.
Più di tutto, guai a dimenticarlo, conterà il sostegno all’Ucraina, a cominciare da quello economico, utilizzando anche gli asset russi congelati. Perché solo un’Europa che si batte per una pace giusta in Ucraina avrà un ruolo nel nuovo grande gioco che si sta aprendo nel mondo.