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La sinistra italiana e l’effetto Mamdani

New York, 5 novembre: Zohran Mamdani (reuters)

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È inevitabile che il sindaco di New York diventi un punto di riferimento ideale. Ma è altresì comprensibile che sul piano pratico non si voglia abbandonare l’ancora della prudenza
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Dopo il voto a New York, c’è un pericolo da cui la sinistra italiana deve guardarsi: ripetere l’abbaglio di molti anni fa, quando Obama vinceva le primarie che gli avrebbero consegnato la candidatura democratica per la presidenza. Al centrosinistra, nello stesso lasso di tempo, le cose non andavano troppo bene, per cui dopo un voto locale deludente Arturo Parisi, uomo arguto che fu ministro della Difesa, se ne uscì con una battuta indimenticabile: «Beh… ieri abbiamo perso la Lombardia, in compenso abbiamo vinto in Ohio». Quella frase ironica stigmatizzava tutto il provincialismo di chi guardava all’estero per nascondere gli insuccessi in patria.

A onor del vero, qualcosa è cambiato da allora. Oggi c’è grande soddisfazione a sinistra per la vittoria oltre Atlantico del sindaco Mamdani, esempio vivente di immigrato di successo che vince raccogliendo il consenso di altri immigrati nonché della cosiddetta “generazione Z”. Tutti uniti nella volontà di rifilare un ceffone al detestato Trum…

Dopo il voto a New York, c’è un pericolo da cui la sinistra italiana deve guardarsi: ripetere l’abbaglio di molti anni fa, quando Obama vinceva le primarie che gli avrebbero consegnato la candidatura democratica per la presidenza. Al centrosinistra, nello stesso lasso di tempo, le cose non andavano troppo bene, per cui dopo un voto locale deludente Arturo Parisi, uomo arguto che fu ministro della Difesa, se ne uscì con una battuta indimenticabile: «Beh… ieri abbiamo perso la Lombardia, in compenso abbiamo vinto in Ohio». Quella frase ironica stigmatizzava tutto il provincialismo di chi guardava all’estero per nascondere gli insuccessi in patria.

A onor del vero, qualcosa è cambiato da allora. Oggi c’è grande soddisfazione a sinistra per la vittoria oltre Atlantico del sindaco Mamdani, esempio vivente di immigrato di successo che vince raccogliendo il consenso di altri immigrati nonché della cosiddetta “generazione Z”. Tutti uniti nella volontà di rifilare un ceffone al detestato Trump.

Fin qui è tutto comprensibile. Ma cosa può insegnare questo episodio alla sinistra italiana, e forse all’intera sinistra europea, pur in un contesto del tutto differente? È presto per dirlo con sicurezza. Elly Schlein ha parlato di «vittoria della speranza contro la paura». Frase ineccepibile, ma in sostanza generica. E le ragioni della cautela sono le stesse del Partito democratico americano.

Come hanno fatto notare alcuni osservatori, il musulmano Mamdani è un azzardo, un salto che il destino propone in un momento di drammatica frustrazione della sinistra “liberal” americana. E il suo socialismo potrebbe, sì, cambiare l’America; ma potrebbe più facilmente spingere il partito verso una deriva estremista (per le abitudini di quella grande nazione), rendendo più complicato riconquistare il voto del ceto moderato e delle classi medie. Ossia un obiettivo irrinunciabile per sperare di vincere le elezioni di medio termine e poi la sfida presidenziale del 2028.

C’è un’analogia che inquieta gli stessi che festeggiano il trionfo di Mamdani: il voto per la Casa Bianca del 1972. In America si respirava una frustrazione simile a oggi, le strade erano percorse dai cortei pacifisti e la guerra del Vietnam era un incubo di cui non si scorgeva lo sbocco. I democratici scelsero come candidato George McGovern, figura di alto profilo morale che sul piano politico s’identificava con l’estrema sinistra: era pacifista, contrario all’impegno nel Vietnam, favorevole a ridurre di un terzo le spese militari. La sconfitta elettorale fu catastrofica e permise a Nixon una rielezione a valanga. Mamdani, come si è detto più volte, non può candidarsi alla presidenza, non essendo nato negli Usa: tuttavia può approfondire le fratture nell’establishment democratico e aprire spazi ad Alexandria Ocasio-Cortez, che già oggi è una sorta di McGovern del 21esimo secolo.

È inevitabile quindi che Mamdani diventi un punto di riferimento ideale per la sinistra italiana in cerca di figure positive e vincenti; ma è altresì comprensibile che sul piano pratico non si voglia abbandonare l’ancora della prudenza. Prima il Pd dovrà capire come il neosindaco intende muoversi. Ha raccolto a piene mani il voto dei giovani pro Gaza, incerti sul loro futuro, ostili al modo istrionesco con cui Trump gestisce la presidenza, a tutto vantaggio delle classi alte.

Ma un conto sono gli slogan della campagna elettorale e un altro è l’amministrazione di una città come New York. Un fallimento verticale di Mamdani si rifletterebbe sulle sorti della sinistra europea. Per cui, meglio puntare sulla speranza, che è senza dubbio meglio della paura, e rimandare una valutazione precisa a quando gli elementi saranno più chiari. Il che vuol dire, tuttavia, non farsi trascinare nelle prossime settimane dai toni entusiasti di Avs o dei 5S. Nessuno dei due ha il problema del voto moderato di cui invece il Pd — anche nella versione Schlein — avrebbe urgente bisogno in vista della fine della legislatura.

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