Volpe e insieme leone, secondo il consiglio di Machiavelli: la volpe per conoscere i lacci ed evitare le trappole, il leone per spaventare i lupi. È la strategia di comunicazione di Putin per affiancare e proteggere l’ “operazione speciale” avviata tre anni fa con l’invasione dell’Ucraina. Ma col passare dei mesi sia la volpe che il leone hanno cambiato il terreno di caccia, ed entrambi hanno spostato i loro obiettivi. Nelle parole dell’agguerrita portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, non c’è più traccia delle critiche agli Stati Uniti, scelti invece da Vladimir Putin come il vero bersaglio del discorso di Monaco del 2007 quando accusò Washington di esercitare “un dominio monopolistico nelle relazioni internazionali” con un’idea “unipolare” del mondo, che assegnava a Mosca un ruolo subordinato. Da questa ribellione della Russia ai lasciti della guerra fredda è nato il nuovo disordine mondiale, ma gli equilibri all’interno dei due campi sono cambiati: con Trump …
Volpe e insieme leone, secondo il consiglio di Machiavelli: la volpe per conoscere i lacci ed evitare le trappole, il leone per spaventare i lupi. È la strategia di comunicazione di Putin per affiancare e proteggere l’ “operazione speciale” avviata tre anni fa con l’invasione dell’Ucraina. Ma col passare dei mesi sia la volpe che il leone hanno cambiato il terreno di caccia, ed entrambi hanno spostato i loro obiettivi. Nelle parole dell’agguerrita portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, non c’è più traccia delle critiche agli Stati Uniti, scelti invece da Vladimir Putin come il vero bersaglio del discorso di Monaco del 2007 quando accusò Washington di esercitare “un dominio monopolistico nelle relazioni internazionali” con un’idea “unipolare” del mondo, che assegnava a Mosca un ruolo subordinato. Da questa ribellione della Russia ai lasciti della guerra fredda è nato il nuovo disordine mondiale, ma gli equilibri all’interno dei due campi sono cambiati: con Trump alla Casa Bianca gli Usa da avversari sono diventati interlocutori di Mosca, partner importanti nel dialogo imperiale. Derubricata l’America, il soggetto antagonista per il Cremlino è diventata l’Europa: e dentro l’Europa ci accorgiamo sempre più che una particolare attenzione polemica è dedicata all’Italia. Perché?
Zakharova non sceglie i bersagli delle sue critiche a caso. Prima ha attaccato Sergio Mattarella, e accusando il Capo dello Stato ha lanciato un segnale all’intero Paese. Poi ha chiamato in causa giornali e giornalisti, quindi ha profetizzato il collasso dell’Italia se continuerà a spendere i soldi dei contribuenti nel sostegno all’Ucraina. Le ragioni di questa strategia sono diverse, ma si possono riassumere nell’interesse a dividere quello che Putin definisce “l’Occidente collettivo”, vale a dire un sistema di valori civili e morali all’insegna della libertà e della democrazia che contrassegnava il patto tra Stati Uniti ed Europa come una comunità di destino, un’unica civiltà, con la Nato strumento militare di difesa. È esattamente a questa pretesa universalistica dei principi occidentali che la Russia si è ribellata, convinta da Putin di avere nella sua anima imperiale un destino di salvezza generale: e consapevole che due assoluti sono troppi per il mondo rimpicciolito dalla globalizzazione.
Quando l’anomalia di Trump irrompe sulla scena internazionale, Putin trova la leva che aspettava per inaugurare la frattura occidentale tra Europa e Stati Uniti. Mosca ha sempre cercato di allontanare le due sponde dell’Atlantico, di divaricare gli interessi dei due mondi. Stalin fu il primo a tentare questa operazione nel vertice di Jalta convocato nel febbraio 1945 per organizzare la pace alla fine della seconda guerra mondiale. Il Capo dell’Urss giocò sulla personalità e sulle aspettative dei suoi due interlocutori, Roosevelt e Churchill, per distinguere le loro posizioni ed evitare che si saldassero, fin dal primo giorno: quando propose a Roosevelt di presiedere la conferenza, attirandolo verso il centro del tavolo in una zona neutra da mediatore, e provando così a depotenziare l’intesa americana con Churchill.
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Oggi il gioco ricomincia, additando l’Europa come irragionevole, testarda, prevenuta e russofoba. Ma c’è di più. Con il nuovo presidente americano conciliante con il Cremlino, umiliante nei confronti di Zelensky, antipatizzante verso l’Europa, scettico sulla Nato e soprattutto critico della democrazia liberale, il vecchio continente europeo — con tutte le sue incompiute e le sue evidenti debolezze — è diventato senza particolari meriti l’area di riserva e di custodia dei principi di libertà democratica, dei diritti e dello Stato di diritto. Dunque Mosca ha tutto l’interesse ad accentuare quella frattura nel cuore dell’Occidente, per far pesare la solitudine che ne deriva per l’Europa, il suo smarrimento, l’indebolimento strategico difensivo. Il passo successivo per Mosca, inevitabilmente, è la ricerca dei punti di vulnerabilità all’interno dell’Unione Europea. Il radar, anzi il drone dell’attenzione russa è passato ripetutamente sulla Francia, per le iniziative di Macron con i Paesi “volenterosi”, e ormai da tempo punta l’Italia, monitorandola passo dopo passo.
Al Cremlino, com’è ovvio, interessano i punti di squilibrio nel campo europeo: e l’Italia presenta alcune contraddizioni nel suo ruolo internazionale che Mosca può avere interesse a coltivare. Proviamo a capire: Meloni ha deciso fin da subito, arrivata al governo, di confermare la collocazione tradizionale dell’Italia, sostenendo apertamente l’Ucraina e scegliendo uno stretto raccordo con gli Stati Uniti, allora guidati da Biden. Non una scelta occidentale, in nome della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti di libertà, ma una scelta atlantica senza riserve e senza ambiguità. In questo modo la premier si è comprata un “pacchetto” intero di politica estera, che l’ha accreditata con i partner internazionali superando le riserve sulla cultura politica del mondo post-fascista da cui proviene. Inevitabilmente questa posizione ha portato col tempo la presidente del Consiglio ad avvicinarsi alla linea di Ursula von der Leyen, governando lo scetticismo nei confronti dell’Europa della sua campagna elettorale, e anche a rivalutare gradualmente il campo occidentale.
La guerra domina la fase e nella sua radicalità favorisce questo allineamento, ma sotto la cenere c’è ancora qualche tizzone ardente del vecchio fuoco, e a Mosca conviene soffiarci sopra per tenerlo acceso. Aggiungiamo Trump, un ciclone per tutti, ma per Giorgia Meloni molto di più: un vero e proprio partner ideologico con evidenti riserve contro la democrazia liberale, l’Europa e la Nato. È come se il presidente americano massimizzasse i punti critici del rapporto tra la cultura nazional-sovranista del governo italiano e il sistema liberal-democratico. Questa proiezione ideologica di fuoruscita dal sistema parla all’anima della destra meloniana: cosa farà la premier se i contrasti tra Europa e America dovessero inasprirsi, dove schiererà il Paese se la frattura arriverà a spaccare in due l’Occidente?
Infine l’elemento che più interessa al Cremlino, cioè l’inventario delle crepe che già oggi corrono sotto la superficie della politica estera italiana, e lasciano intravvedere movimenti sotterranei, sia a destra che a sinistra. Nell’area di governo Salvini gestisce di fatto l’obiezione putiniana fin dal tempi gloriosi del convegno al Metropol, quando emissari della Lega discussero con esponenti russi lo scambio tra pezzi compiacenti di politica estera e percentuali concordate sugli affari. Nel campo dell’opposizione si copre con la bandiera pacifista un sentimento — più che una politica — che mescola nostalgie sovietiche, resti di antiamericanismo e soprattutto un rendiconto non risolto con la democrazia occidentale: dipinta come un inganno delle élite invece che come l’unico decisivo punto di approdo di quella sinistra che non sa uscire dal pantano del post-comunismo e del populismo.
C’è dunque materia sufficiente per spiegare l’attenzione del Cremlino sul nostro Paese, lavorando sulla faglia italiana per frammentare il concetto di Occidente, affiancando la frattura alla forza e confermando che la divisione del campo è una tecnica della storia al servizio dell’impero, per definizione uno e indivisibile.