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Mamdani e Rosalia, il talento dei trentenni

La cantante Rosalia 

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Sono entrambi amatissimi dai ragazzi, che decretano il loro successo
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È ogni volta una sorpresa e una specie di miracolo quando qualcuno, nel suo trentesimo anno, ce la fa. Analisi, dibattiti, la scienza esatta del senno di poi a profusione. È perché parlano una lingua nuova, finalmente, è perché sono rimasti coerenti non si sono fatti piegare, è perché piacciono ai giovani che ne decretano il successo. Sì, certo. Ma come si fa. Intendo: perché non altri, pure dotati di grande talento — è questa difatti la condizione essenziale, evidentemente: avere talento, non avere trent’anni. Come mai salvo rare eccezioni tutto attorno a noi (nei posti di lavoro, nelle professioni e nelle arti, in politica, nei giornali e in tv) a trent’anni sei pregato di attendere composto il tuo turno, ripetere lo stage, lasciar firmare ad altri oppure ecco la porta, puoi andare: all’estero, di solito. Perché chi eccelle fa ombra a chi è mediocre e la mediocrità governa, verrebbe da dire. Ma chi sa se è solo questo, vediamo. Fenomenologia imperfetta di due casi notevoli.

La Ros…

È ogni volta una sorpresa e una specie di miracolo quando qualcuno, nel suo trentesimo anno, ce la fa. Analisi, dibattiti, la scienza esatta del senno di poi a profusione. È perché parlano una lingua nuova, finalmente, è perché sono rimasti coerenti non si sono fatti piegare, è perché piacciono ai giovani che ne decretano il successo. Sì, certo. Ma come si fa. Intendo: perché non altri, pure dotati di grande talento — è questa difatti la condizione essenziale, evidentemente: avere talento, non avere trent’anni. Come mai salvo rare eccezioni tutto attorno a noi (nei posti di lavoro, nelle professioni e nelle arti, in politica, nei giornali e in tv) a trent’anni sei pregato di attendere composto il tuo turno, ripetere lo stage, lasciar firmare ad altri oppure ecco la porta, puoi andare: all’estero, di solito. Perché chi eccelle fa ombra a chi è mediocre e la mediocrità governa, verrebbe da dire. Ma chi sa se è solo questo, vediamo. Fenomenologia imperfetta di due casi notevoli.

La Rosalìa e Zohran Mamdani sono coetanei. Una compone e canta, l’altro anche, un tempo, ma ora fa politica. Sono nati a undici mesi di distanza in continenti diversi. Lei in Spagna, lui in Uganda. Hanno una 33, uno 34 anni e hanno fatto, nella settimana appena trascorsa ciascuno nel suo campo, qualcosa di clamoroso. Lei è uscita con un progetto musicale, si intitola Lux, di cui tutto il mondo parla: Madonna e Patti Smith (non solo loro: prendo ad esempio le generazioni precedenti per parlare alla mia) hanno detto che artista favolosa, che coraggio. Mamdani ha vinto le elezioni a sindaco di New York contro l’erede della dinastia politica dei Cuomo, cosa che innervosisce parecchio il biondo Trump. Sono entrambi amatissimi dai ragazzi, che decretano il loro successo: i ragazzi, quelli che nessuno riesce a intercettare nella vita pubblica ma invece vedete, ci sono. Fanno la differenza e, in definitiva, sono il futuro. Il futuro ha sempre ragione. Ma non piacciono solo ai ragazzi, che non basterebbero. La seguono, lo hanno votato anche i genitori e parecchi dei nonni. Come mai? Perché incarnano il cambiamento, sento dire, in un mondo morente e ingiusto dominato da anziani di solito maschi, protervi. Sì, ma di nuovo: come hanno fatto a superare la barriera invalicabile dell’ostruzionismo di chi detiene il potere e ti depenna, quando compari.

Rosalìa e Mamdani non so se si conoscano, non credo, non hanno niente in comune se non aver osato e riuscire nell’intento. Lei ha impiegato tre anni a scrivere un disco che non somiglia a niente, che non è fatto per andare in radio, che non replica i suoi successi precedenti. Un disco mistico, difficile, a tratti sinfonico, cantato in tredici lingue: un disco che parla di sante e di Dio. Bomba, subito: vertice di classifiche mondiali, unanime meraviglia. Lui ha preso un ragazzo di 26 anni a fargli la campagna, ha scelto i temi che bruciano come il fuoco — più tasse ai più ricchi, casa a prezzi ragionevoli per tutti, trasporti gratuiti, gli immigrati sono la colonna del Paese — e scherzando con la gente per strada, rispondendo agli insulti islamofobi con una battuta ha vinto le elezioni a sindaco di New York. Certo, poi magari dovrà scendere a compromessi, subito il presidente ha messo in chiaro che lo punirà con l’unica arma che conosce: i soldi. Gli toglierà i soldi. Ma vedremo.

Intanto e finora hanno fatto entrambi quello che volevano. Rischiando molto, senza deflettere. Incredibile, ma sì. Pazienza per le aspettative, per i canoni, per gli staff i discografici le società di sondaggi e i professionisti del già noto, che è un noto in declino. Bello, no? Piacerebbe a tutti. Non tradirsi, rischiare. Provare a suscitare consenso, non inseguirlo. Non piegarsi alle logiche delle correnti, dei clan delle tribù, degli amici degli amici che dipende da chi ti porta, a chi appartieni. A qualcuno devi pur appartenere, per restare. Se no come fai. Eppure, però. Prima che esistesse l’iPhone non esisteva. Non c’era, prima di diventare universale bisogno. Poi ci sarebbe la politica del Novecento. Moro, Berlinguer, Pasolini nel cinquantesimo della morte, il socialismo liberale, il femminismo delle nostre nonne che mettevano sé stesse, il proprio corpo in palio in un terreno potenzialmente mortale. Sembrano tutti eroi, gli innovatori del secolo scorso: integri, perciò spesso martiri. L’integrità e la coerenza fra vita pubblica e vita privata sono difatti merce fuori corso. Oggi devi mettere la tua bio nel link perché nessuno sa niente del passato. È così, la realtà non si discute. Bello, però, che ci sia chi genera qualcosa che non c’era, non replica in copia carbone quello che “funzionava” e sempre più stancamente persiste, sempre meno. Ho figli giovani, li sento entusiasti. Dicono vedi: ecco cosa cambia per tutti il corso delle cose. Credere in quello che fai e ostinarti. Ascoltare, non mettersi in cattedra: non il mansplaining di chi ti dice cosa devi pensare se sei femmina, di chi replica paternalisticamente ogni volta che esprimi un’opinione (lo fanno solo con le donne, mai con gli uomini. Agli uomini i maschi narcisisti non replicano). Pazienza per le major, il sistema, i capicorrente e gli ad. Bello. Quanta speranza, com’è giusto.

Non conosco Mamdani ma conosco Rosalìa da quando era piccola. Ricordo che quando aveva quindici anni partecipò a un programma di quelli che ancora vanno per la maggiore, un talent. I quattro giudici, i loro nomi vi saranno ignoti, la bocciarono: non è il tuo mestiere cantare, lascia stare. Mi ha fatto molto ridere l’intervista in cui lei, oggi popstar mondiale, dice che non fa ginnastica con un personal trainer perché “non vuole un tizio che le dica cosa deve fare”. La capisco. Anche io non vorrei, ma c’è sempre qualcuno che pretende di insegnarti la vita. Certo, il sistema difende se stesso. Con Mamdani è stato lo stesso: si sono sbagliati, i tristi autorevoli critici. Da noi, in Italia, è uguale. Nessuno dà spazio a chi abbia qualcosa di nuovo da dire. In tv, nei giornali, in politica. Animali morenti. L’internet ha drogato di like il pensiero confondendo la quantità con il valore. È un abbaglio, passerà. Intanto, provate a studiare il modello di Rosalìa, di Mamdani: come avranno fatto? Ignorandovi e intanto utilizzandovi, ecco come. A vostro dispetto. Occhio. Ogni tanto qualcuno passa. Il futuro ha sempre ragione, e non bussa.

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