Giustizia, una terza via per il referendum
di Stefano FolliÈ ormai opinione comune che i prossimi mesi saranno dominati dal referendum sulla riforma Nordio: vale a dire la riforma della giustizia e, per andare alla sostanza, la separazione delle carriere. L’approccio può essere duplice. Il primo, molto politico, tenderà ad affossare il testo costituzionale per colpire il governo e forse anticiparne la caduta. Allo stesso modo la maggioranza punterà a salvare la riforma per infliggere una grave sconfitta all’opposizione a pochi mesi dalle elezioni politiche. Quanto al secondo approccio, è tutt’altro che impolitico; tuttavia si sforza di far ragionare l’elettore e quindi mette l’accento sulle questioni di merito, più che sui risvolti ideologici.
Per ora siamo alle prime fasi e tuttavia anche la tempesta che ha investito il Garante della priva…
È ormai opinione comune che i prossimi mesi saranno dominati dal referendum sulla riforma Nordio: vale a dire la riforma della giustizia e, per andare alla sostanza, la separazione delle carriere. L’approccio può essere duplice. Il primo, molto politico, tenderà ad affossare il testo costituzionale per colpire il governo e forse anticiparne la caduta. Allo stesso modo la maggioranza punterà a salvare la riforma per infliggere una grave sconfitta all’opposizione a pochi mesi dalle elezioni politiche. Quanto al secondo approccio, è tutt’altro che impolitico; tuttavia si sforza di far ragionare l’elettore e quindi mette l’accento sulle questioni di merito, più che sui risvolti ideologici.
Per ora siamo alle prime fasi e tuttavia anche la tempesta che ha investito il Garante della privacy tocca il tema del rapporto tra la politica e gli organismi neutrali di garanzia, con le interferenze della prima sui secondi. In qualche misura e in modo indiretto la polemica sfiora le questioni che saranno oggetto del referendum di primavera. Ed è logico che tutti coloro a cui sta a cuore l’equilibrio costituzionale si augurano in queste settimane soprattutto un esito, in realtà una premessa: che lo scontro non si risolva nella solita delegittimazione reciproca tra gli schieramenti, tra chi è favorevole e chi è contrario al testo.
Può esistere una terza via per confrontarsi anche in modo perentorio, senza però riferirsi alla democrazia come a un istituto minacciato o addirittura fascistizzato? E d’altro canto, senza qualificare la magistratura alla stregua di un ordine eversivo che ha reso succube l’opposizione politica?
Questa è tutta la differenza che corre tra una stagione referendaria dura, ma condotta nei termini di un confronto positivo, secondo le intenzioni dei costituenti quando introdussero il referendum confermativo delle leggi costituzionali; e un conflitto distruttivo perché delegittimante.
Ci si muoverà dunque su due livelli. Uno strettamente politico, nel quale non mancheranno le scimitarre e i fendenti; il secondo più attento al merito delle questioni. Al momento i favorevoli alla riforma — a cui peraltro non risparmiano critiche — sembrano meglio organizzati. La loro voce è abbastanza flebile e tuttavia si fanno sentire. Sono gli unici o quasi che guardano oltre la data referendaria — ancora da definire — e si preoccupano di non ritrovarsi a galleggiare in mezzo alle macerie.
Ne deriva che i favorevoli da sinistra alla riforma usano argomenti alquanto sofisticati, o almeno che tali sembrano alle orecchie di un vasto pubblico poco avvezzo alle sottigliezze giuridiche.
Così abbiamo, da un lato, un Nicola Gratteri molto attivo in tv: per dire “no” a Nordio, il procuratore della Repubblica di Napoli arriva a citare un passo attribuito al giudice Falcone, di cui si sa che era pro separazione, da cui risulterebbe invece il contrario.
E dall’altro lato, i difensori della riforma — Stefano Ceccanti e altri — che ricordano la filosofia del “giusto processo”, così come deriva dai provvedimenti del ministro Guardasigilli di allora, l’eroe della Resistenza Giuliano Vassalli, il quale nel 1987 riformò il vecchio codice penale introducendo la figura del giudice “terzo” rispetto ad accusa e difesa.
Sotto questo profilo, l’intervento più importante negli ultimi giorni è quello sul Foglio di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte Costituzionale (e in precedenza parlamentare del Pd). A suo avviso, la riforma «non porterà alla subordinazione della magistratura al potere politico». È il principale argomento di chi vede pericoli. Barbera spiega il suo punto di vista citando l’articolo 104 della riforma nella nuova versione più netta e precisa della vecchia.