“L’eterno ritorno del sempre uguale” è un noto pensiero filosofico di Nietzsche. Forse nemmeno lui, tuttavia, immaginava quanto sarebbe stata uguale a se stessa la storia del centrosinistra. Le ultime uscite pubbliche di Romano Prodi e di Massimo D’Alema, due figure di altre stagioni oggi prive di responsabilità nel Pd eppure in grado di dispensare qualche consiglio, anche non richiesto, dimostrano che la politica non è affare per tutti. E che gli attuali gestori della linea del Nazareno avrebbero forse bisogno di maggiore umiltà, in termini politici, e di un certo grado di tolleranza. Prodi e D’Alema non si amano, come è noto, ma si rispettano. Entrambi vedono i rischi che il Pd sta correndo a causa della difficoltà di definire un’idea del prossimo futuro, se mai avesse l’opportunità di tornare al governo dopo le elezioni del 2027.
Il nodo cruciale si può riassumere così: il maggiore partito del centrosinistra è in grado oggi di rappresentare una valida alternativa al governo della …
“L’eterno ritorno del sempre uguale” è un noto pensiero filosofico di Nietzsche. Forse nemmeno lui, tuttavia, immaginava quanto sarebbe stata uguale a se stessa la storia del centrosinistra. Le ultime uscite pubbliche di Romano Prodi e di Massimo D’Alema, due figure di altre stagioni oggi prive di responsabilità nel Pd eppure in grado di dispensare qualche consiglio, anche non richiesto, dimostrano che la politica non è affare per tutti. E che gli attuali gestori della linea del Nazareno avrebbero forse bisogno di maggiore umiltà, in termini politici, e di un certo grado di tolleranza. Prodi e D’Alema non si amano, come è noto, ma si rispettano. Entrambi vedono i rischi che il Pd sta correndo a causa della difficoltà di definire un’idea del prossimo futuro, se mai avesse l’opportunità di tornare al governo dopo le elezioni del 2027.
Il nodo cruciale si può riassumere così: il maggiore partito del centrosinistra è in grado oggi di rappresentare una valida alternativa al governo della destra? Tre risposte: sì, no, forse. È chiaro che non basta affermare, anzi gridare, che l’alternativa c’è, coincide con il perimetro del campo largo e negarlo significa fare il gioco della destra. In realtà i due dirigenti di ieri, Prodi e D’Alema, dicono da punti di vista differenti cose più simili di quanto essi stessi sospettino. Il primo, Prodi (come del resto Gentiloni e altri), ritiene che gli slogan privi di una riflessione più matura non servano a niente: è invece utile “un riformismo serio che impasti insieme realismo e coraggio”. Quindi la differenza tra il Pd di oggi, immaginato come perdente, e quello di domani, è data dalla capacità di esprimere una visione riformatrice. Il che equivale a richiamare un programma serio e ben comunicato agli elettori.
Più visione riformatrice, dunque: a costo di indebolire, ecco il sottinteso, il legame con i 5S di Conte, destinati questi ultimi ad accettare un confronto sulla leadership del campo largo. E il tema prioritario in questa fase, subito dopo la sanità, il quadro economico disagiato e la sicurezza, è la cornice internazionale, vale a dire la continuità del nostro sistema delle alleanze in un mondo cambiato. Questo è il ruolo che si è assegnato un’altra figura della stagione pre-Schlein, ossia Luigi Zanda. Il mondo cattolico e laico (dunque la Dc e altre icone del passato) si sono mobilitati con l’intenzione di farsi sentire e anche di ottenere spazi adeguati nelle prossime liste.
Ma vediamo la posizione di D’Alema, l’uomo che “fa un altro lavoro”, secondo le sue stesse parole. Prodi aveva evitato di esaltare il sindaco di New York, Mamdani; viceversa D’Alema lo considera quasi un possibile punto di partenza per la nuova sinistra, se non altro per la forza simbolica. E presentando il libro dell’economista Emanuele Felice, ha chiesto con vigore la messa a punto di un manifesto per la futura sinistra. D’Alema non si appella ai riformisti, ma cos’è il richiamo alla necessità di “allargare sempre più il perimetro delle alleanze” se non un modo di usare parole diverse per richiamare la medesima sostanza? E l’invito a “dialogare” con realtà presenti nella società e non valorizzate a sufficienza nel Pd, altro non è che un monito a non isolarsi in una comoda poltrona autoreferenziale.
Certo, si avverte ancora una volta come nel Pd convivano a fatica correnti culturali dalle radici diverse. Con Prodi prevalgono gli ex democristiani e i cattolici sociali; con D’Alema, Schlein e gli altri si ritrovano le radici del vecchio Pci. Benché la giovane segretaria incarni soprattutto una cultura movimentista. Di sicuro ex Dc ed ex Pci sembrano due entità poco capaci d’intendersi.