Disuguaglianze, la ruggine della democrazia
di Ezio MauroÈ stato un falso movimento il dibattito sull’introduzione dell’imposta patrimoniale, perché è evidente a tutti che il quadro politico attuale è incompatibile con una misura del genere, talmente carica di significati simbolici ed evocativi da aver immediatamente compattato la destra di governo nel rifiuto: anche per sviare la pubblica opinione dalle critiche mosse dalle istituzioni finanziarie agli scompensi della manovra a favore dei ceti medio-alti, spostando invece il fuoco polemico sull’opposizione di sinistra, peraltro divisa come sempre al suo interno.
Ma qualcosa rimane sul terreno, perché è impossibile da cancellare. È esattamente il concetto di squilibrio, o meglio la sensazione diffusa di vivere fuori scala, con la catena sociale mozzata in alto e in basso e pezzi di società che fuoriescono dal tronco comune, i primi per autonomizzarsi nella nicchia auto-garantita degli spazi sovranazionali dei flussi d’informazione e finanziari (ormai una vera e propria entità sovrana e incu…
È stato un falso movimento il dibattito sull’introduzione dell’imposta patrimoniale, perché è evidente a tutti che il quadro politico attuale è incompatibile con una misura del genere, talmente carica di significati simbolici ed evocativi da aver immediatamente compattato la destra di governo nel rifiuto: anche per sviare la pubblica opinione dalle critiche mosse dalle istituzioni finanziarie agli scompensi della manovra a favore dei ceti medio-alti, spostando invece il fuoco polemico sull’opposizione di sinistra, peraltro divisa come sempre al suo interno.
Ma qualcosa rimane sul terreno, perché è impossibile da cancellare. È esattamente il concetto di squilibrio, o meglio la sensazione diffusa di vivere fuori scala, con la catena sociale mozzata in alto e in basso e pezzi di società che fuoriescono dal tronco comune, i primi per autonomizzarsi nella nicchia auto-garantita degli spazi sovranazionali dei flussi d’informazione e finanziari (ormai una vera e propria entità sovrana e incurante delle vecchie sovranità territoriali) e i secondi dispersi nel precipizio dell’esclusione, fuori dai margini slabbrati della comunità civile.
Potremmo dire che c’è un pezzo di classe dirigente che invece di organizzarsi in establishment, cosciente della responsabilità di armonizzare gli interessi particolari legittimi con l’interesse generale, preferisce diventare classe dominante unendo il privilegio della ricchezza al potere trasformativo dell’innovazione, trasfigurando la tecnologia nella suprema ideologia e consacrando il capitalismo elettronico come l’ultima metafisica universale.
E c’è una parte di Paese disancorato, non necessariamente povero ma proletarizzato dal punto di vista del valore sociale, che non è classe, non si sente più ceto, non si riconosce in una categoria dunque non è radunabile con gli strumenti tradizionali dell’integrazione civica e culturale, e sfugge al riconoscimento e persino all’autodefinizione: appunto disperdendosi.
Distanziati ormai in modo irrimediabile, questi due mondi non hanno più alcun vincolo reciproco che li tenga insieme, naturalmente nella differenza degli obiettivi e delle possibilità, ma sulla stessa scala. Sono sciolti, come non è mai avvenuto nella storia recente: tra di loro, e da ogni relazione con ciò che chiamiamo Stato, repubblica, comunità civile.
L’unica cosa che hanno in comune, infatti, è proprio questa: l’estraneità alla società politica, i tecnocapitalisti perché pensano di poterne fare a meno e comunque in caso di necessità di riuscire a fabbricarsene un surrogato meccanico, per quel che serve; i marginali perché credono che il sistema possa fare a meno di loro, che si sentono comunque estranei e infine espulsi dal discorso pubblico dopo aver smarrito ogni rappresentanza, qualsiasi ragione collettiva, tutte le suggestioni ideali e materiali che disegnavano un orizzonte comune. Sono due secessioni sociali di fatto, entrambe in corso: una auto-governata, con l’obiettivo della sostituzione, quindi una vittoria; l’altra consumata individualmente come una ribellione, mentre è evidentemente un’esclusione, cioè una sconfitta.
C’è dunque un momento in cui le disuguaglianze si traducono in politica, la erodono come ruggine, negandola: è quando la quantità dello squilibrio incide sulla qualità della democrazia, deformandola. Perché la democrazia non si accontenta della libertà, fondamentale: pretende di affiancarla con la giustizia sociale, vale a dire la ricerca dell’equilibrio nella società riducendo le distanze tra i cittadini con l’istruzione e la sanità pubbliche e ammortizzando le differenze con il welfare state.
Ma negli ultimi anni questi istituti si sono impoveriti e infragiliti quasi fossero sopravvivenze incongrue del secolo socialdemocratico nell’età del liberismo: un’epoca in cui, per di più, la socialdemocrazia vive se stessa come un prodotto scaduto, o almeno surgelato. Così quell’azione di ribilanciamento si è inceppata ingigantendo la forbice, con la promessa politica di uguaglianza che non riesce più a compensare la produzione economica di differenza.
Questo è accaduto quando la globalizzazione ha consentito ai capitali di viaggiare nel mondo aperto, mentre i diritti sono rimasti fermi nello spazio chiuso degli Stati nazionali, che restano i recettori naturali delle domande dei cittadini a cui però non sono più in grado di dare risposte, perché la superficie dei problemi è ormai dilatata in una dimensione sovranazionale, se non globale.
Lo Stato è locale, il capitale è universale. In una formula, la ricchezza è diventata nomade per scelta, la povertà si sconta dove nasce per necessità, la miseria è migrante per disperazione. La tecnologia che abbatte lo spazio e curva il tempo rendendo tutto istantaneo, immediato, collegato, interconnesso, accelera anche le differenze, accentuando le distanze.
E infine il lavoro, il vero attore sociale che negli ultimi due secoli ha creato l’integrazione, l’emancipazione, la cittadinanza, ha drammaticamente perduto la rappresentanza, oggi che la politica non riesce più a inseguirlo nella sua polverizzazione e a fissarlo nella sua mutazione.
Siamo evidentemente oltre il concetto di disuguaglianza, perché la stessa parola non è più proporzionata allo squilibrio in cui stiamo vivendo, un fenomeno nuovo con un nome vecchio. Non rende l’idea, ad esempio, della divaricazione della vita, con ricchi e poveri — per usare le antiche categorie tradizionali — che non consumano più la loro differenza in un’unità di luogo, di costume e di cultura condividendo i riferimenti di fondo, ma pensano mondi separati, lontani, che non comunicano: inevitabilmente, quando con un’ora di lavoro dei primi puoi comprare un anno di lavoro dei secondi.
La distanza sociale diventa frattura, non c’è più il comune riconoscimento nello Stato e da questa perdita di un orizzonte condiviso deriva la difficoltà per la politica di decidere per tutti perché la domanda è frantumata, differenziata, infine addirittura alternativa, e la nuova società disuguale non riesce più a ricomporre questa dispersione in un interesse generale.
Di conseguenza salta l’alleanza tra capitalismo e democrazia, lo scambio tra lavoro e welfare. Viene meno il sentimento politico, civile, morale della condivisione e s’incrina il patto di reciprocità. La carità, qualche volta, prende il posto della solidarietà perduta, scambiando la politica con la pietà.
Ci stupiamo ancora, a questo punto, che gli sconfitti della globalizzazione vadano alla deriva, introiettando l’esclusione come destino e risolvendola con una ribellione individuale antipolitica, una fuoruscita dalla democrazia considerata estranea come una lingua straniera? Star “fuori” è insieme la loro condanna e la loro protesta, l’atto politico residuale ed estremo, l’ultimo. Ma “dentro”, come potevano pattuire una qualche quota nel contratto sociale, dopo aver perso ogni potere di negoziazione sul loro ruolo e il loro spazio nella società?
Nata come scompenso economico, la disuguaglianza si è già trasformata in distorsione sociale, per diventare questione politica, e infine problema costituzionale. Sollevando l’ultimo interrogativo, inquietante: quanta disuguaglianza può sopportare la democrazia, prima di tradire le sue promesse e modificare la sua natura?