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Gemelle Kessler, scelta la Germania per morire con una legge umana. Lezione all’Italia dove opporsi al suicidio assistito non difende la vita, la impone

(agf)

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Scelta fatta in un paese che consente questo atto di umanità. Nel nostro paese, invece, si continua a distinguere tra chi soffre abbastanza e chi no. Tra chi può andarsene e chi deve restare
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Due figure che hanno segnato un’epoca, un simbolo della leggerezza e della bellezza, della grazia e della precisione. E che ora diventano simbolo di qualcos’altro. Di una scelta. Di un diritto. Di una libertà. Ellen e Alice Kessler hanno deciso di andarsene insieme, a 89 anni, come avevano vissuto: in sincronia. Un gesto che è molto più di un congedo. È un grido. Silenzioso ma assordante. Avevano detto, con lucidità e dolcezza, di voler morire lo stesso giorno. E così è stato. Non si tratta solo di due sorelle celebri che scelgono il suicidio assistito in Germania, dove la legge lo consente e lo regola con rigore e umanità. Si tratta di una lezione. Di un promemoria lanciato dritto al cuore del nostro Parlamento, che da anni rimanda, rinvia, nasconde sotto il tappeto un’urgenza civile. Non è più solo una questione giuridica. È diventata una questione morale. La sentenza 242 della Corte costituzionale risale al 2019. Cinque anni di attesa, cinque anni in cui nulla è stato fatto per dar…

Due figure che hanno segnato un’epoca, un simbolo della leggerezza e della bellezza, della grazia e della precisione. E che ora diventano simbolo di qualcos’altro. Di una scelta. Di un diritto. Di una libertà. Ellen e Alice Kessler hanno deciso di andarsene insieme, a 89 anni, come avevano vissuto: in sincronia. Un gesto che è molto più di un congedo. È un grido. Silenzioso ma assordante. Avevano detto, con lucidità e dolcezza, di voler morire lo stesso giorno. E così è stato. Non si tratta solo di due sorelle celebri che scelgono il suicidio assistito in Germania, dove la legge lo consente e lo regola con rigore e umanità. Si tratta di una lezione. Di un promemoria lanciato dritto al cuore del nostro Parlamento, che da anni rimanda, rinvia, nasconde sotto il tappeto un’urgenza civile. Non è più solo una questione giuridica. È diventata una questione morale. La sentenza 242 della Corte costituzionale risale al 2019. Cinque anni di attesa, cinque anni in cui nulla è stato fatto per dare piena e chiara applicazione a una decisione della Consulta che non chiedeva pareri, ma imponeva un’azione. E invece, lo sappiamo bene, si è scelta la palude. Le gemelle Kessler non si sono ribellate alla vita. Si sono affidate alla libertà. È questa la parola che in Italia molti fanno finta di non sentire. Chi si oppone a una legge sul suicidio assistito non difende la vita: la impone. La schiaccia. Pretende che la sofferenza sia una virtù e che la libertà, quando fa paura, venga messa al bando.

Che cos’è la cura, quando non si può più guarire?

È una domanda che dovrebbero ripetersi ogni giorno i nostri legislatori. Perché curare non significa allungare l’agonia, trattenere qualcuno sulla soglia della morte in nome di una morale che non tutti condividono. Curare, oggi, significa anche accompagnare. Rispettare. Dare dignità. La legge italiana continua a essere assente. Chi vuole scegliere quando e come andarsene deve ancora affidarsi a sentieri impervi, a comitati di valutazione, a cavilli procedurali. E se la persona, pur in piena coscienza, non può assumere da sola il farmaco letale, ecco che tutto si blocca. Il paradosso: sei lucido, soffri, chiedi aiuto, ma non puoi muovere la mano. E quindi sei condannato a restare. Mentre la giurisprudenza prova ad allargare gli orizzonti del diritto, il legislatore si ostina a stringere il campo. Il testo in discussione in Parlamento mette paletti ideologici. Parla di sacralità della vita ma dimentica l’autodeterminazione. Esclude il Servizio sanitario nazionale. Costringe il paziente a passare per le cure palliative. E infine lo affida a un comitato, come fosse un sospetto da giudicare.Eppure, non servono ideologie per capire. Servono storie. E quella delle sorelle Kessler è una storia che parla chiaro.

Non avevano più parenti. Non avevano paura. Non avevano dubbi

Ellen e Alice Kessler volevano solo che le loro ceneri fossero conservate nella stessa urna. Volevano scegliersi la morte, così come si erano scelte la vita. E lo hanno fatto in un Paese, la Germania, che consente questo atto di umanità. In Italia, invece, si continua a distinguere tra chi soffre abbastanza e chi no. Tra chi può andarsene e chi deve restare. Tra chi è libero di scegliere e chi viene costretto a subire.Serve una legge. Non per imporre nulla a nessuno. Ma per riconoscere la possibilità. Perché chi crede che il dolore sia sacro, ha il diritto di viverlo. Ma chi pensa che la propria dignità non sopporti più l’attesa, deve avere il diritto di andarsene.

Questa non è morte. È una scelta d’amore. È libertà

E il nostro Paese non può più permettersi di ignorarla. Perché il silenzio della politica, davanti a questi atti di coraggio, non è più un vuoto. È una colpa.

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