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Dalla guerra alla riconciliazione

Milosevic portato in cella all'Aja 

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Trent’anni dalla pace di Dayton
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Fino a quel momento, per fermare la guerra non erano bastati duecentomila morti, due milioni di rifugiati, l’assedio di Sarajevo martoriata dalle bombe, al gelo e al buio. In Europa e negli Stati Uniti, per molti era stata a lungo “solo” una guerra civile, indecifrabile, da cui tenersi a distanza. La dissoluzione della Jugoslavia, innescata dal neo-nazionalismo del serbo Slobodan Miloševi?, si era tradotta meccanicamente in un sanguinoso conflitto in Bosnia Erzegovina (una Jugoslavia in miniatura, per pluralità sociale) tra musulmani, serbi e croati, per molto tempo vissuti insieme in pace. Di colpo, i vicini erano diventati nemici. E il virus del nazionalismo etnico aveva infiammato la piccola Repubblica e travolto la sua Sarajevo, simbolo di tolleranza, con la moschea, la chiesa ortodossa, la cattedrale cattolica e la sinagoga orgogliosamente affiancate una accanto all’altra nel cuore della città.

La violenza era deflagrata all’indomani dell’indipendenza della Bosnia Erzegovina (a…

Fino a quel momento, per fermare la guerra non erano bastati duecentomila morti, due milioni di rifugiati, l’assedio di Sarajevo martoriata dalle bombe, al gelo e al buio. In Europa e negli Stati Uniti, per molti era stata a lungo “solo” una guerra civile, indecifrabile, da cui tenersi a distanza. La dissoluzione della Jugoslavia, innescata dal neo-nazionalismo del serbo Slobodan Miloševi?, si era tradotta meccanicamente in un sanguinoso conflitto in Bosnia Erzegovina (una Jugoslavia in miniatura, per pluralità sociale) tra musulmani, serbi e croati, per molto tempo vissuti insieme in pace. Di colpo, i vicini erano diventati nemici. E il virus del nazionalismo etnico aveva infiammato la piccola Repubblica e travolto la sua Sarajevo, simbolo di tolleranza, con la moschea, la chiesa ortodossa, la cattedrale cattolica e la sinagoga orgogliosamente affiancate una accanto all’altra nel cuore della città.

La violenza era deflagrata all’indomani dell’indipendenza della Bosnia Erzegovina (aprile 1992), riportando la guerra in un’Europa incredula, perché in pace da mezzo secolo. Dopo lutti e distruzioni immani, nell’estate del 1995 il governo americano, insieme a un’intensa spola diplomatica nella regione, optò per un intervento aereo contro le postazioni serbo-bosniache che continuavano a martellare Sarajevo e altri obiettivi croato-musulmani. Fu il punto di svolta per la trattativa. Due settimane di bombardamenti anglo-americani d’intesa con Onu e Nato e le sanzoni convinsero le parti a sedersi a un tavolo di negoziato, unico nel suo genere, imposto dal Gruppo di Contatto (Usa, Russia, Francia, Germania e Regno Unito). L’Italia sarebbe entrata a farne parte subito dopo.

Per ventuno giorni i diplomatici del Gruppo e i presidenti di Serbia, Croazia e Bosnia Erzegovina, Slobodan Miloševi?, Franjo Tudjman e Alija Izetbegovi?, rimasero chiusi in una base militare americana a Dayton, Ohio, per concordare la fine delle ostilità e una nuova costituzione bosniaca. I francesi avrebbero voluto tenere il negoziato in Europa, ma il Dipartimento di Stato l’ebbe vinta su Dayton — senza ascoltare altre ragioni — con l’argomento che una sede americana avrebbe aiutato a responsabilizzare personalmente anche il presidente Clinton per il buon esito della trattativa, come poi avvenne. Alla fine, il 21 novembre, si arrivò all’accordo, tutt’altro che scontato, frutto di un impegno senza precedenti e giusto premio per chi aveva investito molto in una soluzione diplomatica. Il Segretario di Stato Usa, Warren Christopher, guidò di persona i colloqui ininterrottamente negli ultimi sei giorni, coadiuvato da Richard Holbrooke, un mastino instancabile, regista dell’operazione. La Russia — altro Paese rispetto a oggi — contribuì costruttivamente ai lavori e lo stesso Miloševi? diede prova di pragmatismo nel contenere alcune rivendicazioni dei serbo-bosniaci, a cominciare dalla loro rappresentanza alla conferenza, assunta dal presidente serbo.

Gli accordi di Dayton non furono perfetti. Partorirono una struttura fragile e complessa per le nuove istituzioni della Bosnia, da traghettare dalla guerra alla riconciliazione. Urtarono contro le resistenze di molti che si erano fronteggiati con le armi in pugno fino all’ultimo, a riprova di quanto sia più facile scatenare un conflitto che porvi fine, tra odi e rancori. Tuttavia quegli accordi, conclusi nell’atmosfera surreale di un’anonima base militare, fermarono la guerra e avviarono un processo di stabilizzazione, con il maggior spiegamento di truppe occidentali dalla seconda guerra mondiale.

A trent’anni da quel negoziato da manuale, mentre un’altra guerra continua a uccidere e minacciare alle porte di casa nostra, va ricordato il ricorso alla pressione militare ai fini di una soluzione negoziale. Quell’estate, dopo l’assassinio a freddo di decine di giovani a Tuzla, le ottomila vittime massacrate a Srebrenica, la strage al mercato di Sarajevo per i colpi di mortaio serbo-bosniaci, l’uso chirurgico della forza frenò l’aggressione dei famigerati leader serbo-bosniaci Radovan Karadzi? e Ratko Mladi?: a Dayton, tra mappe geografiche e bozze di norme costituzionali, rafforzò la mano di quanti si erano gettati anima e corpo nel negoziato.

È passata una generazione. La Bosnia porta ancora le cicatrici di quegli anni, per il nazionalismo di cui troppi sono ancora prigionieri. La normalizzazione è rimasta al di sotto delle aspettative, specie nelle tensioni tra le due Entità, Federazione croato-musulmana e Repubblica Srpska. Eppure la società sembra più disposta a guardare avanti, in un orizzonte europeo (un monito per noi), e la guerra non è più un’opzione.

In teoria, anche la guerra della Russia contro l’Ucraina potrebbe finire con un negoziato, ma quello sbocco oggi purtroppo assomiglia ancora a un miraggio. È difficile parlare di pace o di tregua, se a Mosca le scelte sono sempre dettate da un’aggressiva ideologia neo-imperialista, alimentata dal risentimento, che le impedisce ogni considerazione responsabile e lungimirante degli interessi in gioco, in questo tragico confronto, per la stessa Russia.

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