Cosa resta della frizione tra Fratelli d’Italia e Quirinale che qualcuno paragona a una tempesta in un bicchier d’acqua? Intanto, non è stato proprio un incidente insignificante. Il colloquio tra Mattarella e Giorgia Meloni è ovviamente servito a chiudere l’episodio. Trascinare la polemica non era nell’interesse di nessuno.
A ben vedere, la nota successiva di palazzo Chigi tiene il punto, giudicando inopportune le esternazioni del consigliere Garofani, il quale in effetti avrà imparato a muoversi fuori dal palazzo con maggiore prudenza. Ma non ci sono richieste di dimissioni, che equivarrebbero a gettare benzina nel fuoco. Al contrario, le indiscrezioni parlano di un colloquio dai toni molto concilianti da parte della premier: come dire che il comunicato successivo descrive, o meglio lascia intravedere un incontro più spigoloso di quanto non sia stato nella realtà.
È evaporata sullo sfondo l’immagine abbastanza inverosimile del “complotto”, quantomeno della tentazione di ordirne uno…
Cosa resta della frizione tra Fratelli d’Italia e Quirinale che qualcuno paragona a una tempesta in un bicchier d’acqua? Intanto, non è stato proprio un incidente insignificante. Il colloquio tra Mattarella e Giorgia Meloni è ovviamente servito a chiudere l’episodio. Trascinare la polemica non era nell’interesse di nessuno.
A ben vedere, la nota successiva di palazzo Chigi tiene il punto, giudicando inopportune le esternazioni del consigliere Garofani, il quale in effetti avrà imparato a muoversi fuori dal palazzo con maggiore prudenza. Ma non ci sono richieste di dimissioni, che equivarrebbero a gettare benzina nel fuoco. Al contrario, le indiscrezioni parlano di un colloquio dai toni molto concilianti da parte della premier: come dire che il comunicato successivo descrive, o meglio lascia intravedere un incontro più spigoloso di quanto non sia stato nella realtà.
È evaporata sullo sfondo l’immagine abbastanza inverosimile del “complotto”, quantomeno della tentazione di ordirne uno negli ambienti vicini al presidente della Repubblica. E il solo fatto di evocare manovre di questo genere sul Colle più alto è sufficiente a creare una devastante instabilità di cui non si avverte il bisogno. Oltre a essere profondamente ingiusto nei confronti di Mattarella. Il quale ha sempre svolto il suo mandato con scrupolo istituzionale riconosciuto dalla grande maggioranza delle forze politiche.
In altre parole, l’attuale presidente non ha niente a che fare con Scalfaro, il più interventista e anche il più manovriero tra i capi dello Stato. Il solo accostare il nome di Mattarella a quello del suo predecessore, significa fargli un torto.
La verità è comunque più complessa di come viene raccontata. Non bisogna dimenticare — lo abbiamo già segnalato nei giorni scorsi — che il Quirinale è oggetto degli strali del Cremlino con un’insistenza più che sospetta. Nel quadro della “guerra ibrida” a cui era dedicato il Consiglio di difesa di lunedì 17 novembre, con i dati forniti dal ministro Crosetto, questa pressione putiniana rivela soprattutto un aspetto: a Mosca c’è chi ritiene che l’Italia sia il “ventre molle” — come si usava dire un tempo — dello schieramento occidentale.
E tra le posizioni russofile di Salvini e quelle analoghe dei Cinque Stelle non è strano che qualcuno ritenga di poter ricavare qualche vantaggio a buon prezzo. Mattarella ha percorso per anni il sentiero opposto. Ha aiutato Meloni a tenere la linea euroatlantica da cui lei non si è mai discostata, superando le ambiguità del rapporto con la Lega e le difficoltà — checché se ne dica — della relazione politico-mercantile con gli Stati Uniti di Trump.
Per cui contano le azioni del Quirinale. E queste dicono che Mattarella è stato ed è un punto di riferimento per la presidente del Consiglio nel campo che al momento più conta: la politica estera. Altro che complotto. La frattura tra i palazzi istituzionali serve solo a favorire il disegno destabilizzante degli avversari dell’occidente, per quanto sfilacciata sia oggi l’antica coesione atlantica. In tale quadro, la stabilità italiana, bene prezioso in vista della fine della legislatura, richiede la volontà convergente di palazzo Chigi e Quirinale.
Tutto il resto è secondario, comprese le frasi avventate di Garofani che forse sono state registrate da qualcuno o forse no. Siamo comunque in una zona grigia, perfetta per chi vuole pescare nel torbido.
Altro punto riguarda la debolezza del centrosinistra: a voler essere realisti, lo «scossone» evocato ha tutta l’aria di riguardare il gruppo dirigente del Pd. Nel solco delle critiche venute dal fronte Prodi-Gentiloni e altri, non è scandaloso che al Quirinale si rifletta sull’opportunità di rafforzare l’offerta politica dell’opposizione. Non significa intromettersi, ma valutare lo squilibrio attuale, figlio della debolezza di Elly Schlein.