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La pace a sovranità limitata

Il presidente Zelensky in Polonia 

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Non è vero che non c’è nulla di nuovo nel “piano americano” per la pace in Ucraina scritto da Russia e Stati Uniti alle spalle di Kiev. Gli inviati speciali del Cremlino e della Casa Bianca, Witkoff e Dmitriev, che hanno soppiantato i ministri degli Esteri (come se l’intesa tra i due presidenti fosse una forma sopraelevata e onnipotente della politica, cancellando la diplomazia), nella bozza d’intesa scritta a Miami hanno raccolto tutte le richieste di Putin per risolvere quelle che il leader russo chiama “le cause profonde del conflitto”: e Trump le ha accettate pur di incassare una fine qualsiasi delle ostilità. Il problema è che la bozza è nata fuori da qualsiasi negoziato, in cui contano certo i rapporti di forza sul campo, ma pesano anche i ruoli diversi dell’aggressore e dell’aggredito, e le rispettive responsabilità: e soprattutto, i due contendenti discutono direttamente del loro destino, senza che uno dei due lo trovi stabilito dall’altro, d’intesa con il presunto arbitro che…

Non è vero che non c’è nulla di nuovo nel “piano americano” per la pace in Ucraina scritto da Russia e Stati Uniti alle spalle di Kiev. Gli inviati speciali del Cremlino e della Casa Bianca, Witkoff e Dmitriev, che hanno soppiantato i ministri degli Esteri (come se l’intesa tra i due presidenti fosse una forma sopraelevata e onnipotente della politica, cancellando la diplomazia), nella bozza d’intesa scritta a Miami hanno raccolto tutte le richieste di Putin per risolvere quelle che il leader russo chiama “le cause profonde del conflitto”: e Trump le ha accettate pur di incassare una fine qualsiasi delle ostilità. Il problema è che la bozza è nata fuori da qualsiasi negoziato, in cui contano certo i rapporti di forza sul campo, ma pesano anche i ruoli diversi dell’aggressore e dell’aggredito, e le rispettive responsabilità: e soprattutto, i due contendenti discutono direttamente del loro destino, senza che uno dei due lo trovi stabilito dall’altro, d’intesa con il presunto arbitro che gli impone di firmarlo, con le spalle al muro. Tutto questo lo avevamo già visto, perché Putin tiene il punto, in Alaska come a Mosca. La novità è un’altra, psicologica e immediatamente politica, percepibile a Est come ad Ovest: l’indebolimento della leadership di Zelensky, schiacciato nel Donbass, bombardato a Kiev, corroso dalla corruzione del cerchio più ristretto dei suoi collaboratori, ormai solo ed esposto in mezzo alle dichiarazioni meccaniche di sostegno di un Occidente sempre più stanco di guerra, che vede l’inizio della fine e opportunisticamente si adegua.

Questo spiega perché il piano, elaborato già in Alaska nel vertice Putin-Trump, venga reso pubblico proprio adesso, fissando anche un ultimatum per Kiev, che deve rispondere entro il 27 novembre, in modo da trasformare il thanksgiving nella festa di ringraziamento di Trump, il pacificatore dell’orbe terracqueo. Naturalmente ogni tentativo di arrivare alla pace va considerato con attenzione, e ogni spiraglio d’intesa è un’occasione da non perdere. In questo caso è però evidente ogni giorno di più che la pace non è solo la sospensione delle ostilità, ma la definizione di un nuovo ordine del mondo, la riscrittura delle regole del bene e del male che garantiscono una convivenza, il ridisegno dei confini, della sovranità e della geografia europea: dunque della storia. È ormai chiaro a tutti che dopo tre anni di guerra la Russia non è riuscita a prendere Kiev, sostituendo il potere eletto dal popolo con un governo fantoccio: ma è altrettanto chiaro che la guerra di posizione sul terreno registra una conquista territoriale russa ormai consolidata, e dunque in qualunque negoziato di pace il dogma ucraino dell’integrità territoriale non potrà trovare applicazione. La forza dell’invasore ha manomesso la sovranità e l’indipendenza dell’aggredito, e la pace dovrà registrare questo squilibrio, inscrivendolo nella nuova mappa dell’Europa. Ma anche negoziando nella costrizione di questo abuso, c’è la possibilità, e soprattutto il dovere, di evitare che il trattato di pace diventi un atto di capitolazione.

Nella bozza in mano a Trump, che ufficialmente Putin deve ancora vidimare, sono ben chiare le conquiste del Cremlino: la Crimea diventa russa come l’intero Donbass, quindi non solo l’86 per cento del territorio di questa regione, controllato militarmente da Mosca, ma anche la parte ancora oggi in mano alle truppe di Kiev, che verrà demilitarizzata. Nelle zone di Kherson e Zaporizhzhia la linea del fronte sarà congelata, e qui la Russia potrebbe fare qualche retrocessione di territorio. L’esercito ucraino viene dimezzato, nella Costituzione di Kiev si inserisce l’impegno del Paese a non entrare mai nella Nato, che recepisce nel suo statuto il medesimo divieto. Nato e Russia si vincolano a vicenda a non espandersi e a non invadere Paesi vicini, mentre verrà firmato un patto di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Non sono altrettanto chiare le garanzie per Kiev, visto che il piano prevede una copertura Usa in caso di aggressione, ma precisa che truppe occidentali non potranno stazionare in Ucraina, mentre ribadisce che è necessario “denazificare” il Paese.

L’impressione è che Trump chiami pace quella che in realtà è una resa, con condizioni capestro che l’Ucraina ha sempre rifiutato. Ma oggi tutto congiura contro Kiev: la fatica di una resistenza armata eroica che dura da tre anni, la spaccatura occidentale tra Europa e America, le faglie nel sostegno dell’Unione europea, il lavorio russo per minare la coesione del Paese, la debolezza di Zelensky che venerdì ha rivolto al suo popolo un appello drammatico all’unità, “in uno dei momenti più difficili della nostra storia” con il Paese sottoposto a una pressione senza precedenti: “Possiamo trovarci davanti a una scelta cruciale, tra la perdita della nostra dignità e la perdita di un partner fondamentale”. Un’ammissione esplicita della strettoia in cui si trova oggi l’Ucraina e che Zelensky affronterà da solo, chiedendo al suo popolo di essere consapevole del momento: dopo la sfida della guerra, ecco la sfida della pace.

Stiamo assistendo a un esperimento a cuore aperto, e il cuore è quello dell’Europa. Perché il piano americano ispirato dal Cremlino reintroduce nel mezzo del vecchio continente il concetto di “sovranità limitata”, con cui la dottrina Breznev teorizzava il vincolo sovietico permanente sulle decisioni dei Paesi satelliti dell’Urss, e di conseguenza il potere egemone dello Stato-guida. L’Ucraina sarà esattamente questo, un Paese a sovranità limitata, in un’Unione di Stati liberi, di democrazia sovrana. Ecco che il cerchio della storia russa si chiude — se il piano diventerà realtà — con la vera vittoria di Putin: il restauro della logica imperiale che la Russia aveva smarrito con la caduta del Muro, la sconfitta nella guerra fredda, la dissoluzione dell’Urss.

È per questo che l’Europa non può accettare di essere estromessa dal negoziato sull’Ucraina, a fianco di Kiev: perché riguarda non solo ilsuo futuro e il suo ruolo, ma il suo destino, se non vuole essere un continente di sudditi dei nuovi imperatori.

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