È poco utile riflettere sul risultato del voto regionale in Campania, Veneto e Puglia partendo dall’astensionismo alluvionale. Il fenomeno ormai è scontato da nord a sud e può solo aumentare di volta in volta, a meno di colpi di scena che nessuno oggi intravede. Ogni regione percorre la sua strada, senza passione e senza coinvolgere le emozioni della gente. È così da molti anni, per cui il voto minimo di ieri è un record in negativo destinato con ogni probabilità a essere battuto la prossima volta. Qualcuno potrà accusare la regola che ha vietato il terzo mandato a presidenti molto popolari come Zaia e De Luca: può aver influito, senza dubbio, accentuando l’irritazione di tanti elettori. In ogni caso, contano come sempre i voti espressi e si capisce che il centrosinistra allargato sia soddisfatto.
È troppo presto per convincersi che sia stato fatto un passo in avanti verso l’alternativa alla destra, come vede Renzi, tuttavia è vero che quei dati sono un ricostituente. Per una sera …
È poco utile riflettere sul risultato del voto regionale in Campania, Veneto e Puglia partendo dall’astensionismo alluvionale. Il fenomeno ormai è scontato da nord a sud e può solo aumentare di volta in volta, a meno di colpi di scena che nessuno oggi intravede. Ogni regione percorre la sua strada, senza passione e senza coinvolgere le emozioni della gente. È così da molti anni, per cui il voto minimo di ieri è un record in negativo destinato con ogni probabilità a essere battuto la prossima volta. Qualcuno potrà accusare la regola che ha vietato il terzo mandato a presidenti molto popolari come Zaia e De Luca: può aver influito, senza dubbio, accentuando l’irritazione di tanti elettori. In ogni caso, contano come sempre i voti espressi e si capisce che il centrosinistra allargato sia soddisfatto.
È troppo presto per convincersi che sia stato fatto un passo in avanti verso l’alternativa alla destra, come vede Renzi, tuttavia è vero che quei dati sono un ricostituente. Per una sera scompaiono le contraddizioni e ammutoliscono i distinguo, almeno sul piano ufficiale. Ha vinto Elly Schlein e ha vinto Giuseppe Conte. Poi bisognerà capire in Campania quanto i fedeli di Vincenzo De Luca abbiano pesato nel limitare il successo del neo presidente Fico: una vittoria clamorosa nelle percentuali eppure rimpicciolita dalle urne mezze vuote. E in Puglia, quasi un mondo a parte, sulle bandiere del centrosinistra ci sono i nomi dei capi locali, dall’uscente Emiliano all’entrante De Caro: loro assai più protagonisti di chi vorrebbe governare da Roma certe dinamiche. E infine, se guardiamo al Veneto, vediamo che anche qui il vincitore, il leghista Stefani, va oltre il 60 per cento, ma con gli stessi limiti imposti da un’affluenza mai così misera. I voti di Zaia forse sono rimasti a casa, almeno in parte; e forse hanno dato un sostegno avaro al successore. Tuttavia non hanno consumato la vendetta peggiore, quale sarebbe stata favorire il sorpasso della lista di Fratelli d’Italia su quella di Salvini. Peraltro c’erano vari indizi che dimostravano la volontà dell’ex presidente, uomo accorto, di non voler accendere altri fuochi.
In conclusione il dato del Veneto può stare bene anche a Giorgia Meloni. Aiuta Salvini a puntellare la sua poltrona di “capitano” leghista di lungo corso. Chi lo dava già a un passo dalla pensione dovrà ricredersi. E senza dubbio un Salvini consolidato incoraggia la stabilità della maggioranza, ossia il vero obiettivo a medio termine della premier: nonostante gli screzi che di nuovo si sono consumati intorno al Quirinale per il caso Garofani. Sotto la superficie, infatti, la brace resta calda, vedi le frasi del presidente del Senato sulla inopportunità che il consigliere di Mattarella rimanga nel suo incarico di segretario del Consiglio supremo di Difesa. La Russa poco dopo ha smussato l’eco delle sue parole, ma il giudizio resta. E con esso l’ombra di una critica che sfiora, volenti o nolenti, il capo dello Stato. Peraltro andrebbe spiegato come possono costituire un rischio per la sicurezza nazionale le intemperanze verbali di un funzionario con un rango minore e non i siluri che il vicepremier Salvini scaglia con tenacia degna di miglior causa contro l’Ucraina e a favore della Russia, nel momento più critico del negoziato sulla guerra a Est.
Quindi, viva la stabilità che emerge dalle elezioni in Veneto (per il futuro della Lombardia si deciderà a tempo debito). A patto però che il “capitano”, una volta scampato il rischio di finire fuori bordo, si dedichi a ridimensionare il generale Vannacci, vera spina nel fianco per il Carroccio, e non riprenda la mini-guerriglia contro il governo meloniano.