Se l’Ue rientra dalla finestra
di Paolo GarimbertiLa lettura dei 28 punti del piano di Trump per l’Ucraina fa venire alla mente la “trappola di Budapest”. Nel gennaio del 1994 un altro presidente americano, Bill Clinton, aveva forzato la mano al presidente ucraino Kravchuk e a quello russo Yeltsin affinché si accordassero per il trasferimento alla Russia delle armi nucleari, stazionate in Ucraina nei tempi sovietici. Clinton li aveva incontrati a Mosca ostentando all’occhiello della giacca un bottone con la scritta in latino “Carpe Diem”. Oggi Donald Trump più prosaicamente direbbe “do io le carte”. A dicembre dello stesso anno l’accordo fu firmato in Ungheria da Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. Il “Memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza” impegnava le parti a “rispettare l’indipendenza, la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e a “chiedere azioni immediate da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti per dare assistenza all’Ucraina nel caso fosse vittima di atti di aggressione”. Ma nel 2014, con l’…
La lettura dei 28 punti del piano di Trump per l’Ucraina fa venire alla mente la “trappola di Budapest”. Nel gennaio del 1994 un altro presidente americano, Bill Clinton, aveva forzato la mano al presidente ucraino Kravchuk e a quello russo Yeltsin affinché si accordassero per il trasferimento alla Russia delle armi nucleari, stazionate in Ucraina nei tempi sovietici. Clinton li aveva incontrati a Mosca ostentando all’occhiello della giacca un bottone con la scritta in latino “Carpe Diem”. Oggi Donald Trump più prosaicamente direbbe “do io le carte”. A dicembre dello stesso anno l’accordo fu firmato in Ungheria da Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. Il “Memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza” impegnava le parti a “rispettare l’indipendenza, la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e a “chiedere azioni immediate da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti per dare assistenza all’Ucraina nel caso fosse vittima di atti di aggressione”. Ma nel 2014, con l’annessione della Crimea e le prime incursioni degli “omini verdi” nel Donbass, uno dei firmatari era l’aggressore; gli altri due non mossero un dito; e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fu paralizzato dal veto della Russia. Il Memorandum diventò carta straccia.
Oggi alcuni dei punti del piano di Trump sembrano un copia-incolla del testo del 1994. A partire dall’articolo 5 secondo il quale “l’Ucraina riceverà affidabili garanzie di sicurezza” e finire con il punto 15 che prevede la creazione di “un gruppo di lavoro” tra America e Russia, ma senza alcun Paese europeo, per definire proprio le garanzie di sicurezza. Con l’aggiunta del primo comma dell’articolo 10, secondo il quale gli Stati Uniti “riceveranno un compenso” per queste garanzie”, precisazione che, come per Gaza, porta l’impronta dell’immobiliarista anche quando tratta di guerra e pace.
Per questo nell’immaginario collettivo degli ucraini il piano più che una garanzia diventa il fantasma del Memorandum avvolto in un incubo. Soprattutto perché diversi altri punti del piano superano quelle che Zelensky ha sempre definito invalicabili linee rosse. Non solo in termini di concessioni territoriali, che cancellano il sacrificio di decine di migliaia di soldati. Ma ancor più in termini di cessione di sovranità: dalla riduzione delle forze armate, all’obbligo costituzionale di non entrare nella Nato; dall’impegno a non diventare uno Stato nucleare a quello di indire elezioni entro 100 giorni con amnistia per tutti i crimini di guerra commessi dai russi. Per finire con la “denazificazione” (punto 20 comma C), che è una delle motivazioni di Putin per la cosidetta “operazione militare speciale”. Perfino il segretario di Stato Marco Rubio, il meno “putiniano” nell’“inner circle” di Trump, parlando con dei senatori americani, avrebbe definito il piano “una lista dei desideri” dello zar.
È proprio usando queste crepe nell’amministrazione americana, e confidando sulla volubilità di Trump, che gli europei, messi fuori dalla porta dal piano preparato da due uomini d’affari diventati negoziatori (l’americano Steve Witkoff e il russo Kirill Dmitriev), possono rientrare dalla finestra. L’incontro di ieri a Ginevra è stato un primo momento di confronto per segnalare agli americani le storture di un piano che, come è stato osservato, sembra scritto in cirillico e poi tradotto (in alcuni punti anche male) in inglese. A Ginevra c’era uno squilibrio tra le delegazioni: quella europea non era al livello dell’americana e dell’ucraina. E Trump lo ha sottolineato ieri con una frecciata all’Ucraina per la mancanza di “gratitudine” e un’altra agli europei, che “continuano a comprare petrolio dalla Russia” mentre lui “continua a vendere massicce quantità di armi alla Nato per l’Ucraina”.
Ora i leader europei devono essere capaci di trovare compattezza e determinazione per far emendare il piano di Trump nei punti che equivalgono a una capitolazione per l’Ucraina. Ma anche Zelensky deve dare delle garanzie di ripulire il suo “cerchio magico” dalle scorie della corruzione, che indeboliscono la sua credibilità interna e la sua immagine internazionale. A cominciare dal suo onnipotente braccio destro, quel Andriy Yermak, che ieri a Ginevra guidava la delegazione di Kiev.