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Chi ha perso le regionali

Napoli, 14 novembre: Giorgia Meloni con Matteo Salvini, Edmondo Cirielli e Antonio Tajani (agf)
Meloni ha visto incrinarsi la fiducia che rende di solito affollato il carro dei vincitori. Ora qualcuno potrebbe cominciare a scendere
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I numeri da conteggiare, le parole per raccontare. I numeri dicono che la tornata delle regionali è finita in parità. Gli schieramenti hanno confermato le posizioni: al centrosinistra Puglia, Campania e Toscana che stavano già nel campo largo; al centrodestra Veneto, Marche e Calabria che erano già guidate dalle forze di governo.

Si deve raffinare l’analisi, guardare ai voti di lista ma anche ai voti assoluti, nascosti dalle percentuali ma che danno la misura della voragine apertasi tra il Paese reale e la sua rappresentanza politica (e misura anche dell’arretramento del centrodestra) e però si può mettere un punto così: tre regioni a testa, maggioranze uscenti riconfermate, e business as usual.

Invece no, le parole danno un significato diverso a queste elezioni. Prendete il commento politicamente più impegnativo, quello rilasciato a caldo da Giovanni Donzelli: «Se si votasse oggi non ci sarebbe la stessa stabilità che abbiamo ora». Questo perché il voto ha dimostrato che il centrod…

I numeri da conteggiare, le parole per raccontare. I numeri dicono che la tornata delle regionali è finita in parità. Gli schieramenti hanno confermato le posizioni: al centrosinistra Puglia, Campania e Toscana che stavano già nel campo largo; al centrodestra Veneto, Marche e Calabria che erano già guidate dalle forze di governo.

Si deve raffinare l’analisi, guardare ai voti di lista ma anche ai voti assoluti, nascosti dalle percentuali ma che danno la misura della voragine apertasi tra il Paese reale e la sua rappresentanza politica (e misura anche dell’arretramento del centrodestra) e però si può mettere un punto così: tre regioni a testa, maggioranze uscenti riconfermate, e business as usual.

Invece no, le parole danno un significato diverso a queste elezioni. Prendete il commento politicamente più impegnativo, quello rilasciato a caldo da Giovanni Donzelli: «Se si votasse oggi non ci sarebbe la stessa stabilità che abbiamo ora». Questo perché il voto ha dimostrato che il centrodestra non ha la maggioranza: la partita, dunque, è aperta. Lo dice uno dei maggiori esponenti di Fratelli d’Italia: c’è da credergli.

Il fatto è che il risultato di domenica 23 e lunedì 24 novembre mette fine all’idea che Giorgia Meloni possa arrivare in carrozza alle prossime politiche, vincerle, riprendere possesso di palazzo Chigi, poi magari traslocare al Quirinale. Non è uno scossone, ma una scossa sì. Anzitutto perché le cose sono andate peggio del previsto, sia al Nord che al Sud.

In Veneto Fratelli d’Italia puntava perlomeno ad accorciare le distanze dalla Lega: non è andata così, e inoltre il centrodestra è calato rispetto a cinque anni fa, nonostante l’exploit del voto di preferenza a Zaia.

In Puglia, e soprattutto in Campania, non c’è stata storia. Il centrodestra sperava che l’uscita di scena dei governatori in carica, non più ricandidabili, e la relativa scia di dissapori e malumori, avrebbe riaperto la partita.

A conti fatti lo scarto si è rivelato invece più ampio del previsto, nonostante a Napoli il governo sia sceso in forze, tra ministri, primi ministri, viceministri ed ex ministri. C’erano tutti, nel comizio finale, dal vice degli Esteri, il candidato Cirielli, all’ex titolare della Cultura, Gennaro Sangiuliano, dalla premier ai vicepremier che saltavano sul palco: niente da fare. E, invece di saltellare, ora Giorgia Meloni si ritrova azzoppata.

In secondo luogo si è materializzata la madre di tutte le paure: che il centrosinistra, unito, possa prendersi tutti o larga parte dei collegi uninominali del Mezzogiorno. A quel punto la maggioranza — in particolare al Senato — sarebbe fortemente a rischio, anche nell’ipotesi che Fratelli d’Italia continuasse a veleggiare intorno al 30 per cento.

Ecco spiegate, ben oltre i numeri, le parole di Donzelli. Cambiare la legge elettorale diventa fondamentale, forse persino più del risultato al referendum di primavera sulla giustizia. Perché con un premio alla coalizione basterebbe arrivare davanti per mettere le mani sulla prossima legislatura, e su tutto il resto.

Fino a ieri due cose riempivano l’animo di ammirazione: la durata del governo, sinonimo di stabilità, e la sensazione che Meloni continuasse ad avere la vittoria in pugno, la quale sensazione, come una profezia che si autoavvera, porta con sé un sovrappiù di consensi.

Con il voto Giorgia Meloni ha perduto l’una e l’altra. O meglio: non ha perduto il governo ma — Donzelli dixit — la promessa di stabilità che le forniva finora la migliore assicurazione di confermarsi anche oltre il 2027. E ha poi visto incrinarsi la fiducia che rende di solito affollato il carro dei vincitori. Se quella fiducia vien meno, qualcuno dal carro potrebbe cominciare a scendere.

Se poi al quadro si aggiunge il rinfrancarsi dell’opposizione — che dimostra di poter stare assieme — una posizione internazionale a dir poco complicata, in bilico tra Trump e von der Leyen, e soprattutto una situazione reale del Paese niente affatto rosea, certificata anzi da una crescita stimata intorno allo zero virgola, non è ancora una luna nera a sorgere nel cielo stellato del governo, ma si può già avvertire un incipiente malessere. E i primi sintomi di quel nervosismo che non lascia nessuno dormire tra due guanciali.

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