In Ucraina l’Europa conta
di Andrea BonanniÈ difficile prevedere se la nuova iniziativa di pace per mettere fine all’aggressione russa in Ucraina avrà successo, nonostante l’ottimismo sbandierato dalla Casa Bianca. Quello che è certo è che, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, Trump e Putin hanno cercato di imporre una soluzione diplomatica vessatoria passando sulla testa dell’Europa e di Kiev. E per la seconda volta hanno fallito.
Il primo tentativo era stato a Ferragosto, dopo il vertice di Anchorage in cui Trump aveva accolto il criminale di guerra Putin con tutti gli onori facendosi di fatto portavoce delle condizioni che la Russia vorrebbe imporre per mettere fine al massacro. A dissuaderlo erano dovuti intervenire i leader europei e il presidente ucraino Zelensky che lo avevano temporaneamente riportato alla ragione, facendogli capire che la pace non può essere sinonimo di capitolazione.
Ma è durata poco. Siamo a novembre ed ecco che Trump torna alla carica presentando un “piano” in 28 punti che, ancora un…
È difficile prevedere se la nuova iniziativa di pace per mettere fine all’aggressione russa in Ucraina avrà successo, nonostante l’ottimismo sbandierato dalla Casa Bianca. Quello che è certo è che, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, Trump e Putin hanno cercato di imporre una soluzione diplomatica vessatoria passando sulla testa dell’Europa e di Kiev. E per la seconda volta hanno fallito.
Il primo tentativo era stato a Ferragosto, dopo il vertice di Anchorage in cui Trump aveva accolto il criminale di guerra Putin con tutti gli onori facendosi di fatto portavoce delle condizioni che la Russia vorrebbe imporre per mettere fine al massacro. A dissuaderlo erano dovuti intervenire i leader europei e il presidente ucraino Zelensky che lo avevano temporaneamente riportato alla ragione, facendogli capire che la pace non può essere sinonimo di capitolazione.
Ma è durata poco. Siamo a novembre ed ecco che Trump torna alla carica presentando un “piano” in 28 punti che, ancora una volta, sembra scritto dal Cremlino e che infatti Putin si affretta a elogiare. Il presidente americano si permette perfino di dettare un ultimatum a Zelensky, chiamato ad approvare la resa entro il 27 novembre.
Anche in questo caso il sorriso di Putin si raggela in meno di ventiquattr’ore. Riuniti a Ginevra, gli europei convincono gli americani a modificare profondamente il loro documento, che da 28 punti si riduce a 19 ed esclude le clausole più umilianti per l’Ucraina, come le ulteriori cessioni territoriali e soprattutto le limitazioni alla sua futura sovranità. A queste condizioni Zelensky si dice pronto a trattare ma sono i russi, adesso, a storcere il naso. Toccherà di nuovo a loro decidere se davvero vogliono la pace, anche rinunciando a una vittoria su tutta la linea.
Comunque vada a finire, quanto è già successo contiene alcune lezioni che non andrebbero ignorate. La prima riguarda noi europei. Da mesi, ormai, si susseguono le litanie sulla inconsistenza dell’Europa. Stranamente la denuncia dell’impotenza europea accomuna sia i populisti anti-Ue, che se ne compiacciono, sia gli euroentusiasti, che se ne dolgono. Il coro appare talmente unanime che americani e russi devono averlo preso sul serio e si sono comportati come se l’Europa non esistesse davvero. Errore.
Dall’inizio della presidenza Trump gli europei, di fatto, si fanno carico quasi completamente di sostenere lo sforzo militare dell’Ucraina sotto attacco. Lo fanno sia come Ue, che ha approvato in Parlamento un ulteriore rafforzamento dell’industria della difesa per 1,5 miliardi, sia come singole nazioni. Gran Bretagna, Germania e Francia hanno assunto un ruolo guida nella coalizione dei volenterosi, senza la quale Kiev avrebbe già dovuto arrendersi alle pretese di Trump e di Putin.
L’Italia di Meloni non si capisce bene da che parte stia, volendo stare sia con Washington sia con Bruxelles. Ma la cosa più grave è che la risposta a questo interrogativo non sembra interessare davvero a nessuno, né in America né in Europa. Del resto non esiste in Occidente un solo Paese come l’Italia, in cui il governo è composto da filo-russi, filo-europei e filo-americani che convivono amorevolmente come se quello che sta succedendo nel resto del mondo non li riguardasse.
La seconda lezione che dovremmo trarre dai recenti sviluppi diplomatici riguarda i rapporti con gli Stati Uniti. Anche questa volta Donald Trump si è sentito in diritto di lanciare una iniziativa diplomatica per chiudere la guerra in Ucraina senza consultare preventivamente gli alleati, che quella guerra la stanno subendo. Come se la Nato non esistesse. Come se l’invasione dell’Ucraina non fosse un attacco alle democrazie e all’Europa. Come se il Donbass fosse una specie di Gaza sulle cui macerie imporre la legge del più forte, in accordo con l’aggressore e in spregio dei torti e delle ragioni, delle sofferenze umane e dei valori universali.
Non è un caso che, mentre il presidente Usa cercava di pilotare a piacimento la crisi ucraina, a Bruxelles i suoi funzionari minacciassero di riaprire la vertenza commerciale con la Ue, pretendendo una revisione delle norme europee che tutelano i diritti dei consumatori di fronte allo strapotere digitale dei colossi americani. Forse, con buona pace del governo italiano, è arrivato il tempo di prendere atto che l’attuale amministrazione americana non ci considera più alleati ma avversari di cui disporre a piacimento.
Se questo è il caso, l’unica soluzione per ripristinare un po’ dell’equilibrio perduto è mostrarsi uniti di fronte al bullismo della Casa Bianca. A Ginevra gli europei lo hanno fatto costringendo gli americani a riscrivere il loro “piano di pace” con una sintassi che non fosse dettata dal Cremlino. Per Francia, Germania, Gran Bretagna e per gli altri riuniti nel gruppo dei volenterosi è un successo che smentisce le fosche previsioni sulla morte dell’Europa. Può darsi che il piano di Trump, riveduto e corretto, alla fine porti davvero la pace in Ucraina. Ma sarà una pace a cui gli europei avranno contribuito in modo determinante.