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La guerra e il negoziato fantasma

Kiev, 28 novembre: un funerale militare (reuters)

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La trattativa per la pace in Ucraina appare e scompare, c’è e non c’è. Il rischio è un ridisegno forzoso della mappa, della geografia e quindi della storia d’Europa. Con una sostituzione, già in atto, dei suoi valori di riferimento
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Come sul tavolo di un illusionista, la trattativa per la pace in Ucraina appare e scompare, c’è e non c’è. Sembra che aspetti un evento esterno, in grado di piegare il negoziato, costringendolo a compiersi: e tutto diventa manovra, compresa la fuga di notizie sui piani di pace, l’inchiesta sulla corruzione nella corte di Zelensky, le dimissioni del capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak.

In un susseguirsi di annunci e delusioni, dal vertice tra Putin e Trump in Alaska fino a oggi abbiamo praticamente vissuto nel clima sospeso di un negoziato fantasma, con continue allusioni alla svolta vicina, in arrivo, dietro l’angolo. Ma è sempre mancata la scintilla decisiva in un contatto diretto tra Mosca e Kiev, mentre i mediatori americani fanno la spola tra i due contendenti, senza nascondere la loro inclinazione per il più forte.

L’arbitro non ha nemmeno dichiarato quali sono le regole del gioco a cui si ispira per costruire un percorso di pace. Non parla in nome della democrazia, …

Come sul tavolo di un illusionista, la trattativa per la pace in Ucraina appare e scompare, c’è e non c’è. Sembra che aspetti un evento esterno, in grado di piegare il negoziato, costringendolo a compiersi: e tutto diventa manovra, compresa la fuga di notizie sui piani di pace, l’inchiesta sulla corruzione nella corte di Zelensky, le dimissioni del capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak.

In un susseguirsi di annunci e delusioni, dal vertice tra Putin e Trump in Alaska fino a oggi abbiamo praticamente vissuto nel clima sospeso di un negoziato fantasma, con continue allusioni alla svolta vicina, in arrivo, dietro l’angolo. Ma è sempre mancata la scintilla decisiva in un contatto diretto tra Mosca e Kiev, mentre i mediatori americani fanno la spola tra i due contendenti, senza nascondere la loro inclinazione per il più forte.

L’arbitro non ha nemmeno dichiarato quali sono le regole del gioco a cui si ispira per costruire un percorso di pace. Non parla in nome della democrazia, non ha invocato il diritto internazionale, non lamenta il vulnus dell’aggressione alla sovranità e alla libertà dell’aggredito. Vuole che il conflitto finisca, ponendo termine a bombardamenti, morte, devastazione, e tanto basta.

L’Europa e l’intero occidente non chiedono di più: hanno voluto vivere l’emergenza degli ultimi tre anni come una guerra altrui, e oggi sono pronti a incassare i dividendi di qualunque pace, senza preoccuparsi se il dopoguerra porterà in sé il segno del sopruso.

Ovviamente la fine delle ostilità è sempre benedetta, dopo un numero di morti impressionante, che annuncia l’irrazionalità del secolo. Ma il rischio, mentre inauguriamo un’epoca spoglia, senza più princìpi-guida, è esattamente quello di chiamare pace un ridisegno forzoso della mappa, della geografia e quindi della storia d’Europa, con una sostituzione — già in atto — dei suoi valori di riferimento.

È un cambio di vocabolario, che per forza di cose pretende un cambio di protagonisti. Escono di scena i diplomatici, interpreti di una prassi in quanto espressione di una cultura di governo accumulata nei ministeri e sperimentata nelle crisi internazionali. Entrano i consiglieri, che mettono in campo la fedeltà al posto della scuola, l’improvvisazione piuttosto che la tradizione, l’istinto invece della tecnica.

Sono svincolati da ogni appartenenza culturale, non hanno obblighi e debiti con il passato, si sentono liberi e proprio per questo possono creare le nuove regole invece di testimoniare il vecchio decalogo d’uso. Vivono nel presente e non nella storia, sono il prodotto della fase e la sua soluzione, svolgono una missione, non una professione. Soprattutto (ecco il punto) appartengono al leader, non allo Stato, e servono il comando più che il governo. Questo è l’elemento sostanziale dell’esperimento in corso: il declino della statualità.

Non è in nome dello Stato che Trump si è attribuito il ruolo di pacificatore e si è seduto a capotavola del disordine mondiale, ma in nome di una nuova autorità imperiale in formazione, un ruolo egemonico e missionario che nasce dalla destrutturazione di tutte le piattaforme istituzionali preesistenti, la Nato, l’intesa tra Europa e America, il multilateralismo, gli Stati Uniti concepiti come una proiezione nel mondo dell’idea di democrazia e di libertà.

Attorno al presidente in passato si muoveva la macchina coerente dello Stato, anzi la forza di gravità del Deep State condizionava l’esercizio della leadership, mentre lo garantiva. A Jalta, nel momento cruciale del negoziato, quando si accorge che Roosevelt sta cedendo alla proposta di Stalin sul confine occidentale della Polonia Harry Hopkins, inviato speciale plenipotenziario della Casa Bianca, è talmente in confidenza con il presidente da ricordargli con un biglietto i limiti dei suoi poteri e le prerogative del Congresso, facendogli cambiare idea.

Dall’altra parte del tavolo, nella madre di tutte le trattative, alle spalle di Stalin c’era veramente la parte più profonda dello Stato sovietico, con il Procuratore dell’Urss Andrej Vysinskij, l’uomo che aveva istruito l’ondata di processi-farsa con la condanna a morte dei vecchi compagni di Lenin come Zinoviev, Kamenev, Bukharin: e il primo giorno si affacciò al negoziato persino Lavrentij Berija, il capo della Gpu, la polizia segreta sovietica.

Churchill percepiva la potenza compatta di quel kombinat ideologico e statale che in una regia occulta, dietro le quinte, calcolava rischi e opportunità mentre affioravano al tavolo ufficiale, e la identificava nel ministro degli Esteri di Mosca, Vjaceslav Molotov: «Un perfetto robot, creato appositamente per essere un manovratore, ma in realtà manovrato da una macchina poderosa».

Oggi quella macchina sembra parcheggiata nel grattacielo del Mid, il ministero degli Esteri, custodita dall’esperienza di Sergej Lavrov. Sul campo avanzano da entrambe le parti personaggi che vengono da altri mondi, cresciuti in altre culture, esperti di altre tecniche, negoziatori improvvisati con una disinvoltura totale e una competenza parziale, convinti che il codice della politica sia uguale al codice degli affari, pronti a trasformare inevitabilmente il confronto geopolitico tra Paesi in una transazione economico-finanziaria.

La novità è il mandato, la rappresentanza: queste figure parlano e ascoltano a nome del leader, non dello Stato, messo in seconda fila, a far da cornice. Il risultato è il declino dell’autorità istituzionale, l’equivalenza delle funzioni, la confusione dei ruoli, la sovrapposizione delle voci, la dispersione dell’autorità.

La frammentazione dei tavoli disorienta gli altri Paesi, che pure hanno un interesse legittimo nella definizione concreta di un percorso di pace, e confonde la pubblica opinione, incapace ormai di distinguere, di comprendere e di dare un giudizio d’insieme, perché manca un tavolo sovrano capace di disciplinare il tutto in una gerarchia riconosciuta e accettata. È il clima perfetto per le infiltrazioni strategiche, la controinformazione, e soprattutto per una competizione aperta sulle diverse interpretazioni della pace possibile, che corrispondono a visioni differenti dell’Europa e del mondo dopo la guerra.

Tocca al cittadino ritrovare la capacità di orientarsi nella guerra delle narrative contrapposte, partendo da un punto fermo: la pace è una responsabilità di Stato davanti al mondo, non la performance di un illusionista.

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