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Quei ragazzi che non sanno cosa gridano nelle piazze

Il corteo Cgil (ansa)

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L’attacco alla Stampa è espressione di ignoranza micidiale
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La tragedia è che non sanno niente. È una tenaglia di ignoranza micidiale. Un pericolo mai corso, in queste proporzioni, prima d’ora. Dall’alto, dal basso: non sanno di cosa parlano. Chi governa, chi contesta chi governa: un coro all’unisono di frasi a caso, incompetenza, protervia, di presunzione dispotica. Ecco cosa ha prodotto la cultura dell’incultura. Vent’anni ma anche trenta, a contare dal principio, di demolizione sistematica del sapere, della fatica che si fa. Dello sforzo di imparare additato al pubblico ludibrio come privilegio. Uno vale uno, l’uguaglianza al grado zero della conoscenza che è facile, no? Difficile è essere uguali al grado cento, ma costa: investimenti, azione di governo tesa al bene comune e non al proprio. Certo, la diffusione del sapere è un pericolo per chi non sa. La conoscenza altrui — metti: della Costituzione, delle leggi — è la misura esatta della tua scarsa conoscenza dunque ogni volta che c’è qualcuno di preparato, nella stanza, che esca: meglio …

La tragedia è che non sanno niente. È una tenaglia di ignoranza micidiale. Un pericolo mai corso, in queste proporzioni, prima d’ora. Dall’alto, dal basso: non sanno di cosa parlano. Chi governa, chi contesta chi governa: un coro all’unisono di frasi a caso, incompetenza, protervia, di presunzione dispotica. Ecco cosa ha prodotto la cultura dell’incultura. Vent’anni ma anche trenta, a contare dal principio, di demolizione sistematica del sapere, della fatica che si fa. Dello sforzo di imparare additato al pubblico ludibrio come privilegio. Uno vale uno, l’uguaglianza al grado zero della conoscenza che è facile, no? Difficile è essere uguali al grado cento, ma costa: investimenti, azione di governo tesa al bene comune e non al proprio. Certo, la diffusione del sapere è un pericolo per chi non sa. La conoscenza altrui — metti: della Costituzione, delle leggi — è la misura esatta della tua scarsa conoscenza dunque ogni volta che c’è qualcuno di preparato, nella stanza, che esca: meglio avere compagni di lavoro e cittadini ignari, si manipolano meglio. Bisognava avere un’idea di mondo che non fosse fondata sulla ricchezza e sul premio ai più fedeli fra i vassalli, oltreché sulla vendetta verso gli avversari, ma nessuno da molti anni quell’idea l’ha mai più avuta. Le caste, invece, hanno detto. Sì. È vero: c’era anche corruzione. Bisognava sradicare la corruzione, allora, non demolire la casa comune perché poi sotto quelle macerie ci siamo rimasti tutti. Invece. Abbiamo assistito al dileggio sistematico della competenza. Studiare non serve, la cultura non è pane. E così ecco. Il risultato è questo. Che tristezza, l’aggressione alla redazione della Stampa.

Vedere quei ragazzi di sedici, vent’anni urlare slogan di cui non conoscono la storia, di cui non sanno niente. Che sensazione di fallimento essere governati dalla classe dirigente più incompetente e proterva di sempre (democraticamente eletta da cittadini entusiasti di essere rappresentati da chi sa meno di loro) e vedere allo stesso tempo sfilare in piazza le generazioni nuove, quelle che finalmente hanno ripreso parola — benvenute, bentornate, abbiamo detto quando sono ricomparse — che però, allo stesso modo: non sanno niente. Non tutti, certo. Non siamo qui a generalizzare. Sappiamo che c’è qualcuno fra chi governa che sa come si scrive un decreto legge, qualcuno tra i funzionari c’è, e che ci sono moltissimi tra coloro che manifestano che si informano, consapevoli. Ma bisognerebbe che fossero capaci di informare gli altri, invece. Vince l’idea semplice, dall’alto e dal basso, che chi non la pensa come te debba tacere. Fascismo identico. Una tenaglia, dicevo, micidiale.

Ero a Genova, il giorno prima dell’aggressione alla redazione della Stampa, e avevo in animo di partecipare al corteo. C’erano Greta Thunberg e Francesca Albanese, c’era la città in fibrillazione, migliaia di ragazzi, ho pensato vado a vedere, capire, vado anch’io. Ero, quella mattina, insieme a due ragazze di diciott’anni. Ci siamo affacciate alla finestra, in procinto di scendere. Il corteo scandiva in coro: “Uccidere un fascista non è reato”. Ho guardato le ragazze. Ho detto: non è vero. Cosa? Non è vero: uccidere è un reato sempre. Volete andare a una manifestazione dove si esorta a uccidere? Io non vengo. Vi fate torto da ragione, così. Hanno detto “forse è esagerato, ne parleremo al collettivo”. Bravissime, parlatene al collettivo. Spiegate bene: è la stessa logica, e la useranno contro di voi.

Il giorno dopo, La Stampa. Non sanno niente. Non sanno, quei ragazzi che sono entrati per devastarla nella redazione di un giornale che ha sempre dato voce alla causa del popolo palestinese — penso ai reportage di Francesca Mannocchi, penso ai testimoni che ha ospitato, alle parole del suo direttore Andrea Malaguti in ostili contesti istituzionali — non sanno quello che fanno. Che terribile tremenda malinconia, che sensazione di pericolo grave. Ma come fate, ragazzi. Come fate a non distinguere. I giornali non sono il Potere. Ci sono giornali e giornali, lo vedete? Ci sono giornalisti e giornalisti. Ci sono persone. Come fate a gridare “giornalista sei il primo della lista”? Uno slogan delle Br. Conoscete le Br? Sapete che hanno ucciso Carlo Casalegno, il vicedirettore di quel giornale, le Brigate Rosse? Non credo. Di Casalegno non sapete niente. Né degli anni Settanta. Né della nostra comune storia che è anche la vostra. Siete arrivati in piazza direttamente dai vostri videogiochi, siete passati dai Simpson a “uccidere un fascista non è reato”. Solo che attenti: state facendo lo stesso errore di quelli che credete di combattere. Direte, ora: è la casta dei giornalisti che si difende, dunque abbiamo ragione. No, no. I giornalisti non sono tutti uguali, e neppure voi lo siete. I giornalisti — la moltitudine — sono persone che provano a raccontare la realtà, a dare parola, a fare il mestiere di tenere in vita la democrazia che su questo si fonda, sulla libertà di parola: non sull’idea di toglierla a chi non la pensa come voi. E lo fanno, spesso, quasi sempre, per due soldi. Lo sapete quanto guadagna un giornalista in una redazione? Un collaboratore? Non credo. Lo sapete che quel giorno erano, eravamo in sciopero perché da dieci anni non si rinnova il contratto e ti danno a volte dieci euro, a volte trenta, per scrivere un pezzo che denuncia i privilegi del potere? I giornali sono case. Posti in cui si discute. Non tutti, è vero, ma molti e bisogna saper distinguere. Chi contesta la libertà di parola non sta contestando il potere. Sta mettendo in dubbio l’ultimo argine che la democrazia ha per difendere se stessa. Anche gli altri, le bolle, le tribù. Quelli che io sono puro e tu non abbastanza, scostati. Certi femminismi, certi difensori dei diritti degli ultimi. Se sei arrivato dopo: troppo tardi, ti dicono. Io sono meglio. Ma ragazzi. I vostri guru come tutti a volte sbagliano. Dire che devastare una redazione è “un monito” è sbagliato. Se la vostra idea di giustizia è uccidere, quello è un crimine. Fatevi raccontare le cose. Non sono tutti stronzi, i vecchi. A volte sanno, hanno imparato a loro spese. Imparate a distinguere. Noi, se non possiamo sperare in voi, non abbiamo più in chi sperare. Abbiamo avuto molti torti. Non moltiplicateli però. Studiate, rimediate. Uccidere è un delitto. Non ditelo, per carità. Mai. Le parole sono pietre e talismani.

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