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Scegliere tra Ue e Trump

(reuters)

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Non è facile essere al tempo stesso patrioti e trumpiani nell’Europa di oggi: le affinità ideologiche e gli interessi nazionali non vanno di pari passo. Al contrario, la rotta di collisione è sempre dietro l’angolo come dimostra l’impaccio in cui si trova il Governo italiano di fronte alle linee di frattura che incrinano l’Occidente.

Sul piano ideologico, un lavoro di tessitura di obiettivi e principi comuni è in corso da oltre dieci anni nelle destre sovraniste delle due sponde dell’Atlantico. E i pilastri condivisi non mancano. La demonizzazione dei migranti e della “sostituzione etnica” che sarebbe in atto, tema ideale per agitatori di paure e praticanti della faccia feroce. Altrettanto convinta è la sintonia sul rifiuto della cosiddetta cultura woke e l’esaltazione della famiglia tradizionale, sia pure in stridente contrasto con le biografie dei leader dell’estrema destra in alcuni Paesi. Terzo tema condiviso: il rifiuto del green deal europeo, o addirittura la negazione del cam…

Non è facile essere al tempo stesso patrioti e trumpiani nell’Europa di oggi: le affinità ideologiche e gli interessi nazionali non vanno di pari passo. Al contrario, la rotta di collisione è sempre dietro l’angolo come dimostra l’impaccio in cui si trova il Governo italiano di fronte alle linee di frattura che incrinano l’Occidente.

Sul piano ideologico, un lavoro di tessitura di obiettivi e principi comuni è in corso da oltre dieci anni nelle destre sovraniste delle due sponde dell’Atlantico. E i pilastri condivisi non mancano. La demonizzazione dei migranti e della “sostituzione etnica” che sarebbe in atto, tema ideale per agitatori di paure e praticanti della faccia feroce. Altrettanto convinta è la sintonia sul rifiuto della cosiddetta cultura woke e l’esaltazione della famiglia tradizionale, sia pure in stridente contrasto con le biografie dei leader dell’estrema destra in alcuni Paesi. Terzo tema condiviso: il rifiuto del green deal europeo, o addirittura la negazione del cambiamento climatico in quanto tale. Qui la saldatura è meno agevole: il Trump che rivendica il primato americano in petrolio e gas — “Drill, baby drill!” — vive un contesto energetico lontanissimo da noi europei. Ma si può sempre ritrovare quantomeno un minimo di sintonia buttando la croce addosso a Bruxelles.

Non sottovaluto affatto la pericolosità della sfida dell’Internazionale sovranista su questi temi. Non la sottovaluto anche perché l’America del movimento Maga esporta proprio questi messaggi sostenendo senza alcun freno partiti di opposizione della destra europea, e si tratta di partiti premiati dai sondaggi in Francia, Germania e Regno unito. A queste forze, tutte moderatamente filorusse, si era rivolto mesi fa il vicepresidente Vance: “La vera minaccia per l’Europa — aveva detto alla Conferenza di Monaco — non viene da Russia o Cina ma dall’interno, dalla ritirata da alcuni valori fondamentali.” Ma tutta questa sintonia ideologica si sgretola di fronte al nocciolo duro di America First: nazionalista, protezionista, per certi versi isolazionista. La Nazione, password prediletta della destra italiana, è un ostacolo insormontabile: con tutta la buona volontà, non puoi essere patriota di una patria altrui. Cosa deve pensare la destra sovranista polacca quando vede che investitori americani, all’ombra dei negoziatori di Trump, vogliono rilanciare quel gasdotto North Stream 2 che i polacchi paragonavano al Patto Ribbentrop-Molotov? Perfino Viktor Orbán, l’europeo prediletto da Trump, oltre a continuare ad acquistare gas dai russi, ha trasformato il suo Paese nella principale piattaforma di investimento cinese in Europa, superando Francia e Germania messe insieme. Per Trump le affinità ideologiche contano. Possono anche produrre frutti preziosi, come il soccorso preelettorale al Presidente argentino Milei. Ma contano fino a un certo punto. Se introdurre dazi per sostenere l’amico Bolsonaro in Brasile diventa troppo costoso, meglio rinunciare ai dazi e farsi amico Lula. La bussola resta sempre sugli interessi nazionali americani, le alleanze contano poco e la leadership del mondo libero è un’idea vecchia e superata. Al punto che il politologo bulgaro Ivan Krastev sulla rivista Foreign Affairs fa un audace paragone tra l’effetto negativo di Trump in Europa e l’effetto positivo che ebbe Gorbaciov sui Paesi dell’Est: se rinunci a tenere insieme il blocco con la tua leadership, finirai per perdere la tua sfera d’influenza.

Finora il nostro governo ha scelto di non scegliere. L’Europa o Trump? Entrambi. Una posizione che un anno fa si presentava come privilegiata: saremo un ponte, noi italiani, si diceva. E questo ci darà ruolo in Europa e ci farà strappare un trattamento di favore a Washington. Un anno dopo possiamo dire che le cose non sono andate così. La presidente del Consiglio tiene il punto (per fortuna) sull’Ucraina, ma guai ad aspettarsi una critica al Piano pro-Putin presentato dagli Usa. Dei dazi, una tassa rilevante per un’economia orientata alle esportazioni come la nostra, si parla il meno possibile, se non per incitare Bruxelles ad essere conciliante. Idem sulla pretesa di Trump di aiutare i giganti tech americani a spadroneggiare liberandosi dalle regole europee.

Insomma, il ponte transatlantico non si vede. Da qualche settimana la presidente del Consiglio appare piuttosto quasi in disparte, nonostante l’Italia sia l’Italia e il Governo sia tra i più stabili in questa Europa dei governi precari. Capisco l’imbarazzo e la difficolta a prendere atto della necessità di una scelta autonoma da Donald Trump. Tuttavia, le cose in Europa si stanno muovendo e un’Italia in disparte, volenterosa a giorni alterni, rischia di fare da spettatrice all’ascesa del trio Francia-Germania-Regno Unito nella cabina di regia della nuova autonomia strategica europea. Una cabina di regia della quale per ragioni storiche e per la necessaria proiezione europea nel Mediterraneo non possiamo che far parte, ma nella quale si entra solo chiarendo da che parte stiamo tra Trump e l’Europa. È arrivato il momento di chiarirlo.

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