Pensavo a che terribile errore è generalizzare, sempre. Ogni persona è unica al mondo. Lo pensavo a proposito dei ragazzi, che poi cosa vuol dire ragazzi. Sono tutti uguali in base all’anagrafe? Classe 2005, classe 2008? Generazione X Y Z, consonanti? Le persone si aggregano e si definiscono per anno di nascita? Voi: vi frequentate e vi sentite simili solo a quelli che sono nati nel vostro stesso anno? Io no. Io mi aggrego per passioni: se mi piace scavare una buca nella sabbia mi aggrego ai seienni. Se ho voglia di parlare d’amore alle novantenni. Se devo imparare qualcosa che non so cerco fra i competenti, se voglio capire l’opinione comune vado per strada. Dipende. Sarebbe stupendo poter rispondere a ogni domanda: dipende. Sarebbe giusto, perché è vero. Dipende sempre, da circostanze variabili, ogni cosa. Invece eccoci tutti soldati, schiere di opposti eserciti, devi avere un’opinione nitida su ogni cosa, stai di qua o stai di là, cosa ne pensi dell’ora legale, dei bambini del bos…
Pensavo a che terribile errore è generalizzare, sempre. Ogni persona è unica al mondo. Lo pensavo a proposito dei ragazzi, che poi cosa vuol dire ragazzi. Sono tutti uguali in base all’anagrafe? Classe 2005, classe 2008? Generazione X Y Z, consonanti? Le persone si aggregano e si definiscono per anno di nascita? Voi: vi frequentate e vi sentite simili solo a quelli che sono nati nel vostro stesso anno? Io no. Io mi aggrego per passioni: se mi piace scavare una buca nella sabbia mi aggrego ai seienni. Se ho voglia di parlare d’amore alle novantenni. Se devo imparare qualcosa che non so cerco fra i competenti, se voglio capire l’opinione comune vado per strada. Dipende. Sarebbe stupendo poter rispondere a ogni domanda: dipende. Sarebbe giusto, perché è vero. Dipende sempre, da circostanze variabili, ogni cosa. Invece eccoci tutti soldati, schiere di opposti eserciti, devi avere un’opinione nitida su ogni cosa, stai di qua o stai di là, cosa ne pensi dell’ora legale, dei bambini del bosco, della legge di bilancio. Ultimamente mi chiedono: hai visto quanta violenza fra i ragazzi? Hai visto le baby gang? Maschi femmine altro, tutti. Quanta aggressività, delinquere per divertimento: da cosa dipende? Non lo so. Voi lo sapete? Io no. So che non basta reprimere, questo ho imparato dalla vita: serve, ma non basta. Bisognerebbe che fosse attraente un diverso modo di passare il tempo, diverso dal definirsi per bande, dal seviziare qualcuno a caso. Corso Como, Milano. È un fatto di classe sociale, di cultura? No, perché anche i ricchi e anche i mediamente istruiti si drogano, abusano. Dipende dall’habitat? Dalla famiglia di origine, se immigrata o nativa? No, perché i ragazzi del liceo Giulio Cesare, quartiere Trieste, quelli della lista degli stupri, non sono figli di clandestini irregolari, non nella maggioranza almeno. Anzi. Se avete letto “La scuola cattolica” o visto il film, se ricordate il massacro del Circeo, era il 1975. I ragazzi di buona famiglia vivevano in quel quartiere, allora come oggi. Anche oggi, per Capodanno e non solo — a Roma Nord, nelle terrazze di Milano, nei paesi di Sicilia e Calabria — i figli dei notabili fanno quel che pensano di poter fare impuniti. Arrivano grandi avvocati, poi. Silenzi, espatri, carte prepagate per garantire l’agio nell’attesa. Possiamo dunque dire che “i ragazzi” sono questi? Non credo proprio, non direi. I “ragazzi” sono anche quelli che animano le piazze, che chiedono giustizia per Gaza, che manifestano per le libertà dei corpi, delle differenze, delle donne sopraffatte, dei diritti di chi non ne ha. Poi certo ci sono anche quelli che urlano “giornalista sei il primo della lista”, “uccidere un fascista non è un reato” e non sanno cosa dicono, ne parlavo qui la settimana scorsa. Purtroppo non sanno cosa dicono e no: la rivoluzione non è un pranzo di gala, certamente, non si fa in punta di forchetta (ma nemmeno di botox o di filtri Instagram, se proprio dobbiamo valutare l’aspetto di chi — adulto — si propone come supporter della rivoluzione. Vedo che il filtro drammatico e leggermente seppiato è considerato opportuno alla battaglia).
Cambio drasticamente argomento, scena pop. Ho seguito le finali di X Factor. Per molto tempo in tanti abbiamo detto: i talent seguono la logica della competizione, del mercato. Educano chi si affaccia alla vita ad essere come conviene, come è più redditizio. Per il Sistema delle major, del maggior profitto: ti chiedono di somigliare a uno standard. Vero. In tv non ci sono altro che gare: vinca il migliore a parere della giuria, che è composta da famosi di successo. (Talvolta dal pubblico da casa, che ammira e segue la gente di successo). Dunque: state in questa regola. Vince quello che “funziona”. Il mondo però è pieno di artisti meravigliosi che nessuno conosce e che non partecipano ai talent. Ci sono gli artisti e ci sono i prodotti commerciali. Diverse contabilità. Sì però. Dipende, anche qui. Sono stata a Trecastagni, quest’estate, per un dibattito pubblico. È un posto magnifico, alle pendici dell’Etna, un paese minuscolo: c’era una vecchia signora affacciata al balcone, mentre parlavo la guardavo. Aveva la tv accesa, dentro casa, si vedeva la luce. Eppure era lì, affacciata sulla piazza per il solo gusto di vedere che succede, ascoltava. Che bellissimo momento, abbiamo avuto, signora. La vincitrice di X Factor, Rob, è di Trecastagni. Ci ho pensato tanto. Che occasione. Vi può piacere o non piacere, ma è stupendo che una ragazza dell’estrema periferia del mondo possa avere tribuna e riconoscimento. Per non parlare di Delia, strabiliante talento: Delia che canta l’immensa Rosa Balistreri, Delia che ruggisce che tuona, che arriva da Paternò, pazzesca Delia. Così diverse, tutte e due queste ragazze di Sicilia, dal canone di bellezza imposto. Dal chirurgo, dal botox. Belle come sono, piene di quello che sono. Quindi ho pensato vedi. Anche dai talent qualche volta arriva verità. E’ un mondo agli antipodi da quello delle manifestazioni pro Gaza, dalla violenza delle gang che sfregiano e accoltellano per divertimento. Estremi radicalmente diversi. Eppure sono coetanei. Sono “i ragazzi”. Allora, dipende. Come vedete: generalizzare non ha senso. A trent’anni puoi governare il Veneto, fare il sindaco di New York, essere Rosalia e sbaragliare le classifiche mondiali, puoi non avere ancora un lavoro fisso, un talento riconosciuto, puoi non sapere che talento hai, puoi sentirti solo al mondo e pieno di rabbia. A venti, a diciotto, anche di più. È per tutti il tempo della frustrazione e dell’impotenza, questo scorcio d’epoca in cui i peggiori suonano l’orchestra. Difficile riconoscersi in qualcosa che non sia un fanatismo, va bene anche un estremismo del passato purché ti dia uno slogan, un posto. Però penso anche. Questo è il mondo che abbiamo costruito noi, per chi è dopo di noi venuto al mondo. Lo hanno trovato così. C’è per lo meno, come minimo, da condividere le responsabilità. Io non lo so, non ho una verità da porgervi e diffido di quelli che ce l’hanno. Ma penso che ascoltare, ecco sì questo — ascoltare, mettersi in ascolto profondo, autentico — sia una possibilità da praticare. Contro la sicumera di chi le sa già tutte e ti dà lezione, contro il fanatismo di chi rinuncia al sapere. Guardare, osservare, provare a decifrare la realtà. Comprenderla e con umiltà capire, se sappiamo farlo, come governarla. Che altro possiamo fare?