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Da Kiev una lezione per l’Europa

(L to R) Germany's Chancellor Friedrich Merz, Britain's Prime Minister Keir Starmer, Ukraine's President Volodymyr Zelensky and French President Emmanuel Macron take part in meetings at Number 10 Downing Street in central London on December 8, 2025. (Photo by Toby Melville / POOL / AFP) 

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Il vecchio continente deve trarre insegnamento dalla resistenza del Davide ucraino al Golia russo
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Se gli Stati Uniti e la Russia convergono sull’Ucraina, gli europei non possono che convergere con se stessi. A condizione che sappiano trarre dalla resistenza del Davide ucraino al Golia russo una lezione per il futuro dell’Europa se diventerà orfana del sostegno americano.

I segnali di una convergenza russo-americana, che sfiora la complicità, sono ormai copiosi a partire dal famoso piano in 28 punti, poi emendato per le pressioni europee. Ma nel fine settimana i segnali si sono moltiplicati. Dapprima con l’entusiastica approvazione russa della nuova strategia trumpiana per la sicurezza nazionale, definita “coerente con la nostra visione” dal portavoce di Putin Dmitry Peskov per le sue virulente accuse all’Europa “decadente”. E poi con le dichiarazioni di Donald, il figlio di Trump, al Doha Forum in Qatar, secondo il quale gli americani “non hanno più voglia di firmare assegni per aiutare l’Ucraina” e il padre presidente potrebbe abbandonare il processo di pace. A conferma di qua…

Se gli Stati Uniti e la Russia convergono sull’Ucraina, gli europei non possono che convergere con se stessi. A condizione che sappiano trarre dalla resistenza del Davide ucraino al Golia russo una lezione per il futuro dell’Europa se diventerà orfana del sostegno americano.

I segnali di una convergenza russo-americana, che sfiora la complicità, sono ormai copiosi a partire dal famoso piano in 28 punti, poi emendato per le pressioni europee. Ma nel fine settimana i segnali si sono moltiplicati. Dapprima con l’entusiastica approvazione russa della nuova strategia trumpiana per la sicurezza nazionale, definita “coerente con la nostra visione” dal portavoce di Putin Dmitry Peskov per le sue virulente accuse all’Europa “decadente”. E poi con le dichiarazioni di Donald, il figlio di Trump, al Doha Forum in Qatar, secondo il quale gli americani “non hanno più voglia di firmare assegni per aiutare l’Ucraina” e il padre presidente potrebbe abbandonare il processo di pace. A conferma di quanto è emerso dal tappeto rosso steso a Anchorage per Putin in poi: cioè che per Trump l’Ucraina è ormai un impiccio, Zelensky un impiastro e l’Unione europea un bubbone da sradicare affinché ritornino gli Stati nazionali e il bilateralismo trionfi sul multilateralismo. Una visione sovrapponibile, appunto, a quella di Putin, che non ha mai nascosto il suo disdegno per l’Europa, in quanto Unione.

La scomunica trumpiana agli europei aumenta la baldanza dello zar, reduce da un viaggio in India che gli ha dato ulteriore fiducia nel suo recupero di un ruolo sulla scena internazionale tale da cancellare lo status di paria cui l’invasione dell’Ucraina e il mandato di cattura della Corte penale internazionale lo avevano condannato. Sul piano militare continua a proclamare successi (ormai si è perso il conto di quante volte ha annunciato la conquista di Pokrovsk e Kupjansk) e a martellare le fonti energetiche ucraine con missili e droni uccidendo civili inermi. Mentre sul piano diplomatico torna a sbeffeggiare i messi di Trump, che continuano a portargli piani di pace regolarmente bocciati. L’ultima “vittima” del padrino del Cremlino è stato l’ormai usurato Keith Kellogg, prossimo al pensionamento, il quale aveva detto che un accordo era “davvero vicino”. Per essere smentito da Yuri Ushakov, l’uomo che più di tutti sussura all’orecchio dello zar, secondo il quale invece il piano di pace Usa richiede “modifiche serie, direi radicali”.

La convergenza degli europei tra loro, invece, è ancora tutta da costruire come dimostra la frammentazione delle visite di Volodymyr Zelensky in Europa in questi giorni. Ieri è stato a Londra per il vertice del formato E3, incontrando Starmer, Macron e Merz. Poi passerà da Bruxelles e infine da Roma, che aveva già sistematicamente evitato nei suoi precedenti viaggi europei, dove incontrerà Giorgia Meloni. Una tappa, quella romana, che ha il sapore di puro galateo, anziché di sostanza diplomatica. Le ambiguità della stessa presidente del Consiglio, continuamente sospesa tra la solidarietà all’Europa e la volontà di non dispiacere a Trump, le ripetute sortite di Salvini contro Kiev, le incertezze sugli aiuti militari portano evidentemente Zelensky a valutare l’Italia come un alleato marginale.

Ma il viavai diplomatico di queste ore è la riprova di quanto sia disarticolato il quadro europeo, mentre l’affondo di Trump, duplicato da Elon Musk che si augura la distruzione dell’Europa (con l’immediata adesione dell’incorreggibile fustigatore Dmitry Medvedev) richiederebbe uno scatto d’orgoglio e di coesione da parte europea, anche all’interno della Nato, in cui la “leadership” americana sta offuscandosi di pari passo con l’anti-europeismo della Casa Bianca.

Eppure proprio la guerra in Ucraina può essere un’utile lezione per il futuro di un’Europa vedova degli Stati Uniti. Lo afferma un saggio di Elina Ribakova pubblicato nei giorni scorsi dal Financial Times e intitolato “Ucraina, Europa e la nuova economia di guerra”. Partendo dal dato, che smentisce i proclami vittoriosi di Putin, delle conquiste territoriali della Russia (che al momento controlla poco più del 19 per cento dell’Ucraina, compresi i territori occupati già nel 2014) la studiosa sostiene che il caso dell’Ucraina è la dimostrazione che non è vero l’assunto secondo il quale le dimensioni e la capacità industriale sono una garanzia di vittoria in una guerra moderna. Insomma, il Davide ucraino è stato finora in grado di contenere il Golia russo non solo per l’aiuto occidentale, ma anche perché ha dimostrato una resilienza economica e un acume militare impensabili quando le truppe russe hanno iniziato un’“operazione militare speciale”, che avrebbe dovuto durare poche settimane e invece è diventata una guerra lunga ormai quattro anni.

Un esempio per l’Europa, all’interno della Nato, su come costruire un efficace sistema di deterrenza contro le mire russe anche se venisse meno l’ombrello americano.

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