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Ucraina, il Rubicone dell’Europa

Berlino, 14 dicembre: Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (afp)

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La situazione potrebbe imporre anche all’Italia una scelta di campo. Assecondiamo le pressioni su Zelensky per indurlo di fatto a capitolare? O gli confermiamo il sostegno per imporre a Putin una pace dignitosa e duratura?
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I leader europei della coalizione dei volenterosi, ancora attoniti dopo la pubblicazione del manifesto della dottrina Trump, si incontrano a Berlino; e di questo formato allargato fa parte anche l’Italia, vedremo quanto volenterosa. Va detto che la risposta europea alla nuova strategia di sicurezza nazionale americana è stata molto prudente.

Quasi tutti i leader europei hanno dato l’impressione di fare affidamento sull’imprevedibilità di Trump — «che magari quelle trenta pagine non le ha neppure lette» — e sulle opinioni diverse presenti nell’Amministrazione e nel Congresso. Ora, la speranza di tenere in vita quel che resta delle relazioni transatlantiche è giustificata, ma sottovalutare la svolta americana sarebbe un errore di portata storica.

La nuova strategia di sicurezza, infatti, non cade dal cielo, ha un solido retroterra ideologico (in primo luogo il manifesto Project 2025 redatto due anni fa dalla Heritage Foundation) e si traduce in comportamenti coerenti. La centrali…

I leader europei della coalizione dei volenterosi, ancora attoniti dopo la pubblicazione del manifesto della dottrina Trump, si incontrano a Berlino; e di questo formato allargato fa parte anche l’Italia, vedremo quanto volenterosa. Va detto che la risposta europea alla nuova strategia di sicurezza nazionale americana è stata molto prudente.

Quasi tutti i leader europei hanno dato l’impressione di fare affidamento sull’imprevedibilità di Trump — «che magari quelle trenta pagine non le ha neppure lette» — e sulle opinioni diverse presenti nell’Amministrazione e nel Congresso. Ora, la speranza di tenere in vita quel che resta delle relazioni transatlantiche è giustificata, ma sottovalutare la svolta americana sarebbe un errore di portata storica.

La nuova strategia di sicurezza, infatti, non cade dal cielo, ha un solido retroterra ideologico (in primo luogo il manifesto Project 2025 redatto due anni fa dalla Heritage Foundation) e si traduce in comportamenti coerenti. La centralità dell’emisfero occidentale e il Venezuela, la riabilitazione della Russia e l’invito a Zelensky a cedere il Donbass, l’avversione per l’Unione europea, l’appello ai sovranisti dei singoli Paesi, Musk e i suoi tweet. Quando poi il capo del Pentagono, da poco rinominato segretario alla Guerra, dice basta alla nostra «ricerca di egemonia militare globale» si capisce che la proiezione di questo Trump no global sui diversi teatri di crisi non potrà che essere, alla lunga, una proiezione di debolezza americana.

È dunque fondamentale che la risposta europea si rafforzi, lasciandosi alle spalle le tante illusioni e le troppe adulazioni. Affrontare le conseguenze del divorzio che spacca l’Occidente è una precondizione se non si vogliono accreditare le parole dello stesso presidente americano che si è limitato a dire, sprezzante, che «i leader europei parlano ma sono deboli». Sull’Ucraina, l’Europa ha il suo Rubicone. E tocca varcarlo, con o senza gli Stati Uniti.

Rimasta fuori dalla riunione di Londra del trio di guida dei volenterosi, l’Italia è chiamata a chiarire le proprie intenzioni. Andare a Berlino è già una prima scelta positiva, molto diversa da chi, nella maggioranza e talvolta tra le opposizioni, tifa per Trump o addirittura per Putin e considera gli europei dei disturbatori guerrafondai.

Ma cosa andiamo a dire a Berlino? Fin qui la linea della presidente del Consiglio è stata: noi lavoriamo per l’armonia tra Europa e Stati Uniti, cercando di far coesistere l’affinità ideologica con Trump e l’appartenenza europea. È chiaro, tuttavia, che lo spazio per questa posizione si sta riducendo drammaticamente.

La situazione potrebbe imporre anche all’Italia una scelta di campo. In tempi brevi. Assecondiamo le pressioni su Zelensky per indurlo di fatto a capitolare, come purtroppo sembra auspicare Trump? Oppure gli confermiamo il sostegno italiano per contribuire alla sua resistenza e imporre a Putin una pace dignitosa e soprattutto duratura?

In generale non dubito dell’intenzione di Meloni di confermare il nostro sostegno a Zelensky, intenzione ribadita anche nel suo comizio di ieri a Roma. Sono certo che a Berlino parteciperemo allo sforzo europeo per trasformare quella che era una proposta di resa, i 28 punti russo-americani, in una credibile proposta negoziale il cui primo passo deve essere un cessate il fuoco sulle linee attuali del fronte. Temo però che a una proposta negoziale Putin non sia ancora disponibile e non vedo arrivare, da parte italiana, le scelte conseguenti: dal decreto sugli aiuti militari al nostro ruolo nelle garanzie di sicurezza da offrire a Kiev.

A questo punto potrebbe rivelarsi dirimente la vicenda del prestito all’Ucraina basato sugli asset russi congelati. Fino a un anno fa gli Stati Uniti incitavano gli europei a usare quei 200 miliardi senza farsi troppi problemi. Ora che la Commissione ha messo nero su bianco la proposta non di espropriare quei fondi ma di usarli come base per un prestito che consenta all’Ucraina di continuare a resistere, gli americani spingono in senso opposto, nel senso voluto da Putin.

L’Italia che farà? Negli ultimi giorni ha preso le distanze dalla proposta del prestito, chiedendo un rinvio per esplorare ipotesi diverse o appellandosi all’unanimità nel Consiglio europeo di giovedì prossimo, e quindi al no dell’Ungheria e, per ragioni diverse, del Belgio. Per la prima volta la presidente Meloni sceglierebbe così di stare nel campo europeo facendo in quel campo il gioco di Trump. Sarebbe una scelta grave, coerente con i proclami dell’Internazionale sovranista ma contraria ai nostri interessi nazionali.

Non è detto, infatti, che essere i più riluttanti tra i volenterosi ci faccia guadagnare chissà quale benevolenza da parte di Trump, mentre di sicuro diminuirà il nostro peso nella leadership europea. Volendo essere patrioti, più che pagare i dazi e farsi portabandiera di America first, oggi bisogna difendere la nostra autonomia. Da Putin e dallo stesso Trump.

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