Se la Corte d’Appello, all’Aquila, dovesse nei prossimi giorni favorire il ricongiungimento, sarà forse una storia a lieto fine: i bambini della famiglia che vive in un casolare nel bosco, a Palmoli, potranno stare nuovamente con i loro genitori. Cosa che peraltro tutti si augurano: tanto i giudici, quanto gli assistenti sociali, le istituzioni scolastiche e quelle sanitarie che si sono occupati del caso in questi mesi, quanto l’opinione pubblica che ha trepidato per la sorte dei tre bambini. Il Tribunale dei minori aveva infatti stabilito l’allontanamento soltanto «temporaneo», e temporaneo voleva dire (voleva dire già a novembre, quando è stata emessa la prima ordinanza) che si sarebbero potute dare le condizioni perché i figli tornassero a vivere con la mamma e il papà.
Vedremo, dunque, quale sarà la valutazione della Corte, ma intanto s’è visto tutto quello che la vicenda ha tirato fuori dai precordi degli italiani, dagli umori e dai malumori del Paese. E pure dalle sue più alt…
Se la Corte d’Appello, all’Aquila, dovesse nei prossimi giorni favorire il ricongiungimento, sarà forse una storia a lieto fine: i bambini della famiglia che vive in un casolare nel bosco, a Palmoli, potranno stare nuovamente con i loro genitori. Cosa che peraltro tutti si augurano: tanto i giudici, quanto gli assistenti sociali, le istituzioni scolastiche e quelle sanitarie che si sono occupati del caso in questi mesi, quanto l’opinione pubblica che ha trepidato per la sorte dei tre bambini. Il Tribunale dei minori aveva infatti stabilito l’allontanamento soltanto «temporaneo», e temporaneo voleva dire (voleva dire già a novembre, quando è stata emessa la prima ordinanza) che si sarebbero potute dare le condizioni perché i figli tornassero a vivere con la mamma e il papà.
Vedremo, dunque, quale sarà la valutazione della Corte, ma intanto s’è visto tutto quello che la vicenda ha tirato fuori dai precordi degli italiani, dagli umori e dai malumori del Paese. E pure dalle sue più alte cariche, visto che hanno sentito l’esigenza di pronunciarsi in merito, con notevole sicumera e senza nulla o quasi sapere delle specificità del caso, un buon numero di ministri, dall’immancabile Salvini a Valditara a Nordio. Finanche la presidente del Consiglio, ancora domenica, nel suo intervento conclusivo alla festa di partito, ad Atreju, ha voluto dire che un limite viene superato (nientemeno!), quando si osa «difendere la decisione di mettere in comunità dei bambini che vivono con i propri genitori nella natura». Vivere. Nella natura. Con i genitori. Difendibile o no che fosse quella decisione, sta il fatto che è diventata il terreno di una propaganda abbastanza indecente, in cui si sono sentite, tutte insieme, difese della famiglia, difese degli affetti, difese della libertà educativa, difese dell’innocenza naturale, difese della vita autentica o della vita salubre, tutte corroborate, alimentate e sostenute, queste difese, dalle critiche all’invadenza dello Stato, critiche all’ottusità delle sue istituzioni, critiche alla burocrazia, critiche alla protervia dei giudici e dei tribunali, critiche del mondo industrializzato, critiche della tecnica, critiche del capitalismo, critiche della modernizzazione, critiche di un’umanità senza più cuore né poesia. Si sono sentite parole di preteso, banale buon senso (che la premier ritiene di incarnare, senza però saperlo distinguere dal senso comune) contro gli intellettualismi, i sociologismi, gli statalismi e chissà quali altri — ismi che lo adultererebbero. Un po’ come quando Salvini metteva sui social i suoi video di buon senso a colpi di pane e salame.
In mezzo alla marea montante delle difese e di critiche, si è perso di vista quale enorme progresso abbia rappresentato l’invenzione di una tutela dei minori da parte delle istituzioni pubbliche: una cosa che non c’è in natura, che non c’era ad Atene o a Roma, che non c’era nel Medioevo o in prima età moderna, che non c’era nemmeno al tempo della rivoluzione industriale e del lavoro minorile, non c’era nella famiglia borghese dell’Ottocento, non c’era nell’Italia rurale dei padri padroni di una volta né, oggi, c’è in molti paesi meno avanzati del nostro. Una cosa difendibilissima, mi permetto di dire.
E invece cosa accade? Che la famiglia nel bosco diventi da un lato la favola bella di una vita naturale integralmente ecologica, ma di un’ecologia profonda, profondissima, così profonda da scavare un buco per finire dall’altra parte della storia, dove non ci sono più né tubature né cavi, né elettrodomestici né medicine (né, a quanto pare, molti libri: anche la tecnologia alfabetica fa forse problema, a quelle profondità). E che, dall’altro lato, si proclami ad alta voce che lo Stato non può essere «il proprietario dei figli dei cittadini», così dicono. Ed è giusto, ma non sanno quello che dicono, perché neppure i genitori sono o possono sentirsi proprietari dei figli.
Dall’altro lato, ancora, si intonano elogi decisamente scomposti a una libertà dallo strano sapore, in cui si danno la mano l’anarchismo, il libertarismo e il buon vecchio menefreghismo. Il denominatore comune è infatti il rifiuto del «law’s empire», dell’impero della legge, dell’idea che la libertà vada declinata secondo regole, e che ci debba essere un potere terzo, imparziale, chiamato a giudicare.
La posizione del terzo è, infatti, la più difficile da accettare, ma è quella a cui è legata l’idea stessa di civiltà, fuori dai familismi e dai tribalismi della natura e della storia. Non l’io o il noi, che significano comunità, ma anche immediatezza ed egoismo. Non la comunicazione diretta, a tu per tu, ma anche l’uno contro l’altro, il che vuol dire incontro ma anche scontro; bensì il terzo, la mediazione, la regola, il momento che consente di prendere distanza e di lì giudicare i pro e i contro, i torti e le ragioni. Il terzo, il tribunale, la giustizia, che non è dei nostri ma nemmeno dei loro: è questa posizione la più precaria, ma anche la più preziosa. La più difficile da stabilire, ma anche la più indispensabile da assicurare, senza la quale, diceva Emmanuel Lévinas — grande filosofo che di buon senso ne aveva pochissimo, e che proprio perciò era grande –, non c’è socialità, non c’è politica e non c’è giustizia. Ma vaglielo a spiegare, a chi è sicuro del suo orribile buon senso.