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Uno sfregio ai lavoratori

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Sulle pensioni pubbliche la maggioranza di governo sembra soffrire di una grave forma di schizofrenia, una patologia grave quando si ha a che fare con i piani a lungo termine delle famiglie. Toglie con una mano, soprattutto ai giovani e alle donne, quello che concede con l’altra a chi sta andando oggi in pensione. Opera non per equità ma per fare cassa disorientando l’opinione pubblica che avrebbe bisogno di farsi un’idea il più possibile precisa del proprio futuro previdenziale e, conseguentemente, adeguare i propri piani di consumo e di risparmio. Vediamo di ricostruire cosa fa questa legge di bilancio sulle pensioni alla luce del maxi-emendamento presentato al Senato nei giorni scorsi.

Il governo ha per mesi sostenuto di voler sterilizzare l’indicizzazione delle pensioni alla speranza di vita. Nel…

Sulle pensioni pubbliche la maggioranza di governo sembra soffrire di una grave forma di schizofrenia, una patologia grave quando si ha a che fare con i piani a lungo termine delle famiglie. Toglie con una mano, soprattutto ai giovani e alle donne, quello che concede con l’altra a chi sta andando oggi in pensione. Opera non per equità ma per fare cassa disorientando l’opinione pubblica che avrebbe bisogno di farsi un’idea il più possibile precisa del proprio futuro previdenziale e, conseguentemente, adeguare i propri piani di consumo e di risparmio. Vediamo di ricostruire cosa fa questa legge di bilancio sulle pensioni alla luce del maxi-emendamento presentato al Senato nei giorni scorsi.

Il governo ha per mesi sostenuto di voler sterilizzare l’indicizzazione delle pensioni alla speranza di vita. Nella legge di bilancio presentata a ottobre ha poi optato per limitarsi a ritardare l’entrata in vigore di questo adeguamento. Certo, molto meglio della sterilizzazione che avrebbe aperto una voragine nei conti pubblici paragonabile a quella del superbonus. Ma anche il semplice rinvio dell’entrata in vigore dell’adeguamento crea un pericoloso precedente perché corrompe un automatismo che ha un fondamento oggettivo. Se si vive più a lungo, si percepirà la pensione più a lungo. La longevità rende, in altre parole, di per sé più generose le pensioni perché aumenta il numero dei versamenti mensili che verranno effettuati. Per dato ammontare dei contributi previdenziali versati, l’unico modo perché il sistema pensionistico rimanga in equilibrio è che si vada in pensione più tardi o si riduca l’importo della pensione. È un principio che, come riscontrato in campagne di informazione sul sistema pensionistico, è intuitivo e ritenuto equo dalla maggioranza dei contribuenti.

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Nel maxi-emendamento si opera in direzione opposta a quella appena descritta: si inaspriscono i requisiti anagrafici per la pensione anticipata per le generazioni che matureranno i requisiti dal 2031 in poi. Lo si fa indipendentemente dall’aumento della longevità e in modo assai poco trasparente: operando sul sistema delle cosiddette finestre anziché sui requisiti espliciti di pensionamento. Le finestre sono uno strumento barbaro, iniquo e offensivo dell’intelligenza dei contribuenti. Illudono una persona di poter andare in pensione a una certa età e anzianità contributiva. Ma la maturazione dei requisiti non coincide con l’erogazione della pensione perché ci sono queste “finestre” che ritardano i primi pagamenti. Al di là della simbologia rovesciata — le finestre dovrebbero offrire un’immagine di apertura, di nuove prospettive e qui invece diventano un tornello bloccato — si tratta di una colossale presa in giro, soprattutto di coloro che hanno problemi di liquidità e non possono permettersi di rimanere per mesi senza stipendio e pensione. O, se volete, sono una espressione della codardia del decisore politico che ha paura di dire le cose come stanno, cioè che si sta aumentando l’età di pensionamento. La stessa ignavia di Stato che ha ritardato fino al 2015 la campagna di informazione che doveva permettere alle nuove generazioni di capire le implicazioni del cambiamento introdotto 20 anni prima nel nostro sistema pensionistico passando dal metodo retributivo al metodo contributivo, meno generoso e più responsabilizzante.

Il maxi-emendamento penalizza ulteriormente chi potrà andare in pensione dal 2031 in poi riducendo la possibilità per queste generazioni di far valere gli anni di studio come anzianità contributiva. Il riscatto della laurea non è più vantaggioso, come in passato, per chi ha pensioni calcolate interamente col metodo contributivo. Ma può consentire a chi ha avuto carriere discontinue, come molte donne la cui carriera spesso si interrompe dopo ogni maternità, di raggiungere i 20 anni di contributi necessari per andare in pensione prima di raggiungere l’età della pensione di vecchiaia. D’ora in poi studiare varrà di meno e fare figli costerà di più. È questo il messaggio che vuole dare l’esecutivo alle nuove generazioni?

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