Stavolta l’Europa batte un colpo
di Andrea BonanniL’Ucraina è salva. L’Europa anche. I soldi russi sequestrati restano congelati per le future riparazioni di guerra. Non era una conclusione scontata quella del vertice Ue di fine anno. Bruxelles era chiamata a sostituirsi a Washington per consentire a Kiev di continuare la resistenza contro l’attacco russo. Lo ha fatto. Doveva trovare i soldi. Li ha trovati ricorrendo ancora una volta a un prestito comune, come fece al tempo dell’emergenza Covid. Novanta miliardi di euro dovrebbero consentire all’Ucraina di continuare a difendersi almeno fino alla metà del 2027, senza dover sottostare alle clausole capestro che Trump e Putin avrebbero voluto imporgli. Se si arriverà alla pace, non sarà alle condizioni del Cremlino, che ieri ha perso un’altra battaglia.
Dopo una lunga discussione, i capi di governo europei hanno accantonato la proposta di versare direttamente a Kiev gli oltre 200 miliardi di beni russi congelati dalla Ue. Era una soluzione fortemente voluta dal cancelliere tedesco Mer…
L’Ucraina è salva. L’Europa anche. I soldi russi sequestrati restano congelati per le future riparazioni di guerra. Non era una conclusione scontata quella del vertice Ue di fine anno. Bruxelles era chiamata a sostituirsi a Washington per consentire a Kiev di continuare la resistenza contro l’attacco russo. Lo ha fatto. Doveva trovare i soldi. Li ha trovati ricorrendo ancora una volta a un prestito comune, come fece al tempo dell’emergenza Covid. Novanta miliardi di euro dovrebbero consentire all’Ucraina di continuare a difendersi almeno fino alla metà del 2027, senza dover sottostare alle clausole capestro che Trump e Putin avrebbero voluto imporgli. Se si arriverà alla pace, non sarà alle condizioni del Cremlino, che ieri ha perso un’altra battaglia.
Dopo una lunga discussione, i capi di governo europei hanno accantonato la proposta di versare direttamente a Kiev gli oltre 200 miliardi di beni russi congelati dalla Ue. Era una soluzione fortemente voluta dal cancelliere tedesco Merz e anche dalla presidente della Commissione von der Leyen. La molla che spingeva i tedeschi in questo senso era la possibilità di finanziare l’Ucraina senza ricorrere a nuovo debito comune, che per loro continua a restare un tabù intoccabile.
Ma la proposta si è scontrata, più che con le obiezioni del Belgio, che custodisce gran parte dei capitali sequestrati a Mosca e temeva di doverne rispondere, con le fondate perplessità della Bce. Congelare i beni di un Paese aggressore che viola le norme internazionali è un conto. Disporne come se fossero beni propri è ben altra cosa. La mossa voluta dalla Germania non aveva solide basi giuridiche e dunque rischiava di minare proprio quei principi dello stato di diritto che l’Europa invoca per difendere l’Ucraina. Inoltre, avrebbe indebolito la credibilità della Ue come porto sicuro per gli investimenti mondiali proprio in un momento in cui potrebbe approfittare della fragilità americana.
La decisione di ricorrere a un prestito comune sulla base del bilancio Ue, ma che esclude i tre governi filo-russi di Ungheria, Slovacchia e Cechia, è un passo che fa chiarezza sulle intenzioni degli europei. Per la prima volta, gli eurobond vengono utilizzati come uno strumento di politica estera condivisa. In termini di immagine è un messaggio forte destinato a quanti, a Mosca come a Washington, irridono la presunta impotenza europea.
Il fatto che i governi “frugali”, a partire dalla Germania, abbiano accettato di fare nuovo debito comune per una causa eminentemente politica lascia sperare che la stessa logica si possa applicare in futuro anche per finanziare il rafforzamento della sicurezza europea in campo logistico e militare. Visto dall’esterno, appariva poco credibile che la seconda potenza economica del Pianeta non fosse in grado di sborsare una cifra ingente, ma non sbalorditiva, per difendere le proprie priorità strategiche declamate con tanta enfasi. Con gli eurobond destinati a salvare l’Ucraina questo rischio è stato sventato.
Quanto ai beni russi congelati nelle banche Ue, la decisione presa ieri è tutt’altro che favorevole a Putin. Gli oltre duecento miliardi restano bloccati e non verranno restituiti alla Russia se non quando Mosca avrà pagato a Kiev i danni di guerra, grazie ai quali l’Ucraina potrà rimborsare il prestito europeo. Di fatto, dunque, anche se non legalmente, i soldi degli amici di Putin finiscono per costituire una ulteriore garanzia degli eurobond ucraini. Un risultato ottenuto senza intaccare l’immagine dell’Europa come ultimo baluardo dello stato di diritto in un mondo che pare dominato da bulli e prepotenti.
Un dettaglio apparentemente marginale del vertice di ieri lascia capire la portata della decisione presa. Al termine dell’incontro, il presidente francese Macron si è lanciato a dire che, se la mediazione di Trump dovesse fallire, toccherebbe direttamente agli europei ristabilire un canale di comunicazione con Putin per trovare una soluzione al conflitto. Si tratta chiaramente di una fuga in avanti. Ma nasce da un dato di fatto innegabile: se gli europei sono rimasti i soli a difendere l’Ucraina, sono anche i soli con cui dovranno fare i conti quelli che questa guerra l’hanno voluta, e ora non sanno come farla finire.