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L’inverno del nostro scontento

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L’inverno del nostro scontento. Le luci delle feste, i riti del Natale, soprattutto gli auguri per il nuovo anno non sono mai apparsi incongrui come oggi, quasi vivessimo una sfasatura tra il calendario universale e il nostro stato d’animo collettivo, sintonizzati ormai su due lunghezze d’onda divaricate ed estranee tra di loro come le due diverse realtà a cui fanno riferimento. L’orologio non segna più il nostro tempo, che è senza agenda. Il mondo che consumiamo ogni giorno ha ancora l’insegna della modernità, dell’innovazione, del cambiamento, ma il nostro mondo interiore è rattrappito, guardingo, infragilito, fuori dal tempo, in attesa. La ragione di questa inquietudine non nasce solo dal presente, che è fuori controllo: la verità è che il futuro non è più una promessa ma una minaccia, qualcosa che non riusciamo a dominare nel pensiero, dunque a governare. Diffidiamo persino del progresso, suprema bestemmia tecnologica, perché più dell’opportunità vediamo il rischio. Risultato: per…

L’inverno del nostro scontento. Le luci delle feste, i riti del Natale, soprattutto gli auguri per il nuovo anno non sono mai apparsi incongrui come oggi, quasi vivessimo una sfasatura tra il calendario universale e il nostro stato d’animo collettivo, sintonizzati ormai su due lunghezze d’onda divaricate ed estranee tra di loro come le due diverse realtà a cui fanno riferimento. L’orologio non segna più il nostro tempo, che è senza agenda. Il mondo che consumiamo ogni giorno ha ancora l’insegna della modernità, dell’innovazione, del cambiamento, ma il nostro mondo interiore è rattrappito, guardingo, infragilito, fuori dal tempo, in attesa. La ragione di questa inquietudine non nasce solo dal presente, che è fuori controllo: la verità è che il futuro non è più una promessa ma una minaccia, qualcosa che non riusciamo a dominare nel pensiero, dunque a governare. Diffidiamo persino del progresso, suprema bestemmia tecnologica, perché più dell’opportunità vediamo il rischio. Risultato: per la prima volta nel dopoguerra la linea dell’orizzonte si allontana, indecifrabile, e noi camminiamo in terra di nessuno.

In realtà questo malessere ha cause e ragioni precise, anche se noi fatichiamo a riconoscerle perché non vogliamo ammettere che stiamo vivendo gli effetti della crisi della democrazia, in atto da anni. Non avendola riconquistata, come i nostri padri, ma semplicemente ereditata, l’abbiamo abitata senza darle un valore, con ogni passione spenta, come un appannaggio obbligatorio, una dotazione scontata, una risorsa naturale negli anni del benessere. Negli anni delle crisi in successione l’abbiamo vista entrare in tensione per l’emergenza continua, lo stato di necessità perenne, l’eccezione permanente, che chiedevano alla democrazia di rispondere a un’interpellanza straordinaria, di fronte alla quale tutti i meccanismi di governo si mostravano inadeguati. In sostanza abbiamo caricato di tutte le attese, di ogni responsabilità e di qualsiasi colpa quella stessa democrazia a cui non riconosciamo alcun merito, come se fosse una risorsa da sfruttare e non un valore da salvaguardare.

Così quando la democrazia, uscita logorata dalla prova di questi anni, è finita sotto l’attacco dei poteri neo-autoritari che vogliono superarla uscendo dalle regole dello stato di diritto, non ha trovato difensori né nel popolo, né nell’establishment, né nel mondo della cultura, né nel tecno-capitalismo che ha preso la guida della fase che stiamo vivendo. Come se non fosse a carico di nessuno, ma dovesse proteggersi da sola dagli uomini a cui garantisce la libertà: anche la libertà di osteggiarla e combatterla, cercando di sostituirla con forme politiche semplificate che rispondano allo spirito dei tempi.

Questa solitudine della democrazia si specchia nello smarrimento civile del cittadino che non riceve più segni di riconoscimento dal potere, conferme di rappresentanza, prove di appartenenza, garanzie di tutela. E ha la sensazione di scivolare ai margini del sistema, dove intere porzioni di società sono considerate semplicemente come un problema e denunciate come un costo: e dove votare non è più un valore perché il sentimento repubblicano si è disperso e l’astensione diventa una forma passiva di ribellione, il rifiuto della regola-base del sistema, il rigetto del meccanismo di selezione delle élite con cui l’establishment si rigenera perpetuandosi. È l’autonomia della crisi che indebolisce tutti i meccanismi di garanzia e lascia il cittadino scoperto, esposto, mentre ritornano le guerre e non c’è più una regola di contrasto e di contenimento universalmente accettata.

Tutto si tiene in una nuova, deforme coerenza che prende il posto delle visioni e delle ambizioni che hanno trasformato la seconda metà del Novecento in una gigantesca stagione costituente, tendendo una rete di diritti, obbligazioni, regole e garanzie a tutela della nostra libertà. Oggi quell’impalcatura viene smontata pezzo dopo pezzo, svuotata, comunque disattivata e quel sentimento collettivo nato come ribellione sfiorisce in rinuncia. Perché quello stato d’animo di stanchezza democratica, di delusione della libertà e di diffidenza nel futuro in realtà non è soltanto un’emozione negativa, ma è già — ecco il punto — una forma della politica, che interpreta la fase e la modella secondo lo spirito dell’epoca, con un obiettivo preciso: fuoruscire dal secolo democratico, abbandonare la cultura costituzionale, cancellare ciò che resta dell’alleanza tra capitale e lavoro, per riconfigurare il potere in una gerarchia neo-autoritaria, sotto il segno del comando.

Si capisce, a questo punto, che la sfida è soprattutto culturale. Serve una politica che sappia raccontare se stessa, evocare immagini, indicare obiettivi, riscoprire conquiste, produrre senso, a partire dal significato profondo della vita di tutti i giorni da cui dipende il nostro futuro, che non è preordinato ma è ancora nelle nostre mani, contendibile, in gioco: dipende da noi. La politica non si è esaurita nella stagione dello scontento, può ricominciare. E la democrazia può provare a sopravvivere oltre i confini del Novecento, perché non siamo alla fine della storia, e la speranza oggi come ieri “non è ottimismo, è coraggio”.

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