Come nella deriva dei continenti le due grandi masse politiche dell’America e della Russia si muovono lentamente, sotto la superficie del mondo dove si è incendiata la storia con le guerre che sono tornate a minacciare il secolo. I conflitti, a cui erano disabituate tre generazioni occidentali, attirano tutte le preoccupazioni di genitori, figli e nipoti, dilatano l’inquietudine per un sistema fuori controllo, diventano la spia del nuovo malessere generato dall’insicurezza, l’angoscia da futuro.
E tuttavia negli squarci di visibilità che si aprono per qualche momento nella confusione di un quadro instabile attraversato da droni, bombardamenti, battaglie, distruzioni, piani di pace, promesse, minacce e trattative, noi ci accorgiamo di quel movimento sotterraneo che sotto la crosta europea apparentemente immobile agita il profondo delle placche geopolitiche di riferimento. E la sorpresa, quasi un capovolgimento del mondo, è che dopo decenni in cui si respingevano allontanandosi, Stati …
Come nella deriva dei continenti le due grandi masse politiche dell’America e della Russia si muovono lentamente, sotto la superficie del mondo dove si è incendiata la storia con le guerre che sono tornate a minacciare il secolo. I conflitti, a cui erano disabituate tre generazioni occidentali, attirano tutte le preoccupazioni di genitori, figli e nipoti, dilatano l’inquietudine per un sistema fuori controllo, diventano la spia del nuovo malessere generato dall’insicurezza, l’angoscia da futuro.
E tuttavia negli squarci di visibilità che si aprono per qualche momento nella confusione di un quadro instabile attraversato da droni, bombardamenti, battaglie, distruzioni, piani di pace, promesse, minacce e trattative, noi ci accorgiamo di quel movimento sotterraneo che sotto la crosta europea apparentemente immobile agita il profondo delle placche geopolitiche di riferimento. E la sorpresa, quasi un capovolgimento del mondo, è che dopo decenni in cui si respingevano allontanandosi, Stati Uniti e Russia ora si attraggono avvicinandosi, quasi che la geologia riuscisse a piegare l’ideologia.
Non è ancora politica, perché manca una dottrina Trump che ridisegni il mondo battezzando la nuova epoca, non è nemmeno diplomazia, incaricata per ora soltanto di tenere insieme ciò che resta delle vecchie convenzioni con gli scossoni che nascono dal cuore dell’impero. Tutto infatti è soltanto prassi, fatti compiuti, forza che si spiega da sola perché contiene in sé la sua teoria.
È la stagione del situazionismo: il leader sposta ogni giorno l’equilibrio del potere in un accumulo continuo di comando esecutivo e di potestà imperiale, poi osserva il mondo che si affanna a compensare le crepe e a ridurre le faglie che si sono aperte nell’edificio dell’ordine globale, registrando quotidianamente la crescita della quota d’arbitrio con cui lui disciplina il divenire del mondo: simmetrica al calo della quota di garanzie a cui la libertà della democrazia ci aveva abituati, e che stiamo perdendo.
Ma questa è soltanto la metà della storia, perché se spostiamo il nostro punto d’osservazione dall’altra parte del mondo, ci accorgiamo che Mosca aveva già annunciato tutto questo, come in una profezia russa che si autoavvera.
La “teoria del caos” del Valdai club, il think tank che studia e illustra le scelte di politica estera della Russia, parte infatti proprio dal crollo dei centri di gravità consolidati su cui si reggeva il mondo per annunciare che il vecchio ordine finito in frantumi non può essere ripristinato, il disordine è ingestibile ma è la nuova condizione internazionale, e spiega il passaggio psicologico e politico dal controllo alla sicurezza.
Cadono insieme anche le categorie generali che governavano il nostro agire, gli assoluti, i grandi principi, le idee universali che definivano il bene e il male: nel nichilismo della prassi niente è impossibile e tutto è lecito se lo autorizza l’interesse nazionale, unica ragione superiore superstite, che però porta al “tutti contro tutti” visto che non ci sono più patti ideologici e alleanze stabili, e nemmeno lati giusti della storia da cui stare; così che ogni attore è solo e pensa soltanto a sé, con il potere militare che ritorna dall’arcaico come moderna garanzia di sopravvivenza. Sembra la costruzione di un presepio politico che aspetta soltanto l’avvento del suo redentore, Donald Trump.
Quasi riproducendo la confluenza delle sagome continentali nell’immaginaria Pangea, c’è un gioco d’incastro molto evidente tra queste affermazioni russe e gli indirizzi della politica estera americana: a partire dal documento della National Security Strategy 2025 dove si stabilisce esplicitamente che «gli affari di altri Paesi ci riguarderanno soltanto se minacceranno i nostri interessi», perché «i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti».
Gli Usa «affermeranno il loro potere politico, economico, militare sull’emisfero occidentale, riequilibrando le relazioni economiche con la Cina», mentre sulla guerra russo-ucraina il giudizio è senza un criterio morale e senza una distinzione tra aggressore e aggredito, per affermare soltanto che «la rapida cessazione delle ostilità è nell’interesse dell’America», mentre gli europei «hanno aspettative irrealistiche sulla guerra».
Ma gli echi reciproci tra Mosca e Washington sono molti: il filosofo reazionario Dugin vede Trump e Putin dalla stessa parte «nella guerra civile mondiale tra cristianesimo nazionalista e globalismo» che ha uno dei suoi fronti in Ucraina, «dove persone con l’ideologia del patriottismo e del cristianesimo, sotto la bandiera di Cristo e del Katechon (colui che ritarda la fine del mondo) stanno combattendo contro brigate terroristiche mobilitate, zombificate, armate e incitate dai globalisti, gli stessi che hanno appena ucciso Charlie Kirk».
Il Pentagono risponde assicurando che «gli Usa non cercano un conflitto con la Russia ma hanno l’obiettivo di contenere le sue azioni aggressive e mantenere una stabilità strategica che riduca il rischio di una guerra su larga scala».
In realtà il punto vero di convergenza tra Putin e Trump è più profondo, supera la frattura della guerra e arriva alla metapolitica: si tratta del superamento della democrazia, la vera posta in gioco di questa fase. Per il presidente americano significa fuoruscire da un sistema, da una cultura e da una civiltà, per liberarsi di una serie di vincoli posti dagli istituti di garanzia a tutela della libertà di tutti, e sperimentare il potere assoluto.
Per il leader del Cremlino è qualcosa di più: la cancellazione della sconfitta russa nella guerra fredda, quando con la caduta del Muro di Berlino la democrazia ha pensato di potersi rivolgere all’intera Europa liberata come l’unico assoluto superstite, un’illusione durata trent’anni e finita nelle trincee del Donbass.
Ma l’Europa, con la sua testimonianza minoritaria dei valori democratici e la sua scelta occidentale di libertà, è l’unica vera forza di interposizione culturale in questa simmetria di potenza russo-americana: già oggi, qui, adesso. Anche se non lo sa.