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Occhi sull’Iran: repressione sistemica, università sotto assedio e una diaspora frammentata

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Le proteste che attraversano oggi l’Iran non possono essere interpretate come un episodio contingente né come una semplice reazione alla crisi economica. Sono il risultato di una frattura politica e

sociale apertasi definitivamente nel settembre 2022, quando la morte di Mahsa Jina Amini nelle mani della polizia morale ha scardinato il rapporto, già fragile, tra società e potere. Donna, Vita, Libertà non ha

rappresentato uno slogan transitorio, ma una rottura strutturale: il momento in cui una parte significativa della popolazione ha smesso di riconoscere al regime degli ayatollah qualsiasi legittimità morale.

Da allora l’Iran non è mai tornato alla cosiddetta normalità. È entrato in una fase di conflitto latente permanente, in cui la repressione non è più una risposta emergenziale, ma una modalità ordinaria di governo. Nel 2022 la miccia fu un corpo ucciso; oggi è una vita collettiva diventata impraticabile. Cambiano le condizioni materiali, ma il bersaglio resta invariato: un sistema…

Le proteste che attraversano oggi l’Iran non possono essere interpretate come un episodio contingente né come una semplice reazione alla crisi economica. Sono il risultato di una frattura politica e

sociale apertasi definitivamente nel settembre 2022, quando la morte di Mahsa Jina Amini nelle mani della polizia morale ha scardinato il rapporto, già fragile, tra società e potere. Donna, Vita, Libertà non ha

rappresentato uno slogan transitorio, ma una rottura strutturale: il momento in cui una parte significativa della popolazione ha smesso di riconoscere al regime degli ayatollah qualsiasi legittimità morale.

Da allora l’Iran non è mai tornato alla cosiddetta normalità. È entrato in una fase di conflitto latente permanente, in cui la repressione non è più una risposta emergenziale, ma una modalità ordinaria di governo. Nel 2022 la miccia fu un corpo ucciso; oggi è una vita collettiva diventata impraticabile. Cambiano le condizioni materiali, ma il bersaglio resta invariato: un sistema di potere fondato sul controllo, sulla paura e sulla violenza istituzionalizzata.

Se allora il regime cercò di spezzare l’onda delle piazze con una repressione diretta e visibile, oggi adotta una strategia più estesa, trattando l’intera società come un potenziale fronte ostile. Nel pieno dell’inverno, mentre il Paese affronta una crisi profonda, la risposta del regime alle nuove mobilitazioni segue lo

stesso schema: nessuna soluzione politica, nessuna assunzione di responsabilità, solo forza. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto giovani, studenti universitari, lavoratori e pensionati. Chi chiede

condizioni di vita dignitose viene colpito, chi protesta viene arrestato, chi pensa viene punito. Il carcere e la minaccia costante della pena di morte restano strumenti centrali di un potere che non tollera il dissenso perché non è più in grado di assorbirlo.

Negli ultimi giorni almeno quindici manifestanti sono stati arrestati in diverse città. Tra loro figurano studenti universitari e attivisti civili. All’Università di Teheran quattro studenti, tra cui ragazze e ragazzi sotto i venticinque anni, sono stati prelevati con la forza da aule e dormitori senza mandato, senza accuse formali, senza informazioni alle famiglie. È il segnale di una trasformazione precisa: il sapere non è più solo sorvegliato, ma criminalizzato; l’università non è più uno spazio di formazione, ma un fronte da neutralizzare.

I campus sono oggi presidiati come zone militari. Le uscite vengono bloccate, le assemblee considerate atti sovversivi, gli arresti effettuati in modo selettivo per produrre deterrenza. Le università, storicamente luoghi di elaborazione politica e mobilità sociale, sono diventate dispositivi di controllo permanente. Questa repressione non è episodica né disordinata: è una strategia deliberata. Nel corso del 2025 migliaia di

arresti arbitrari hanno colpito avvocati, giornalisti, insegnanti e cittadini comuni. Le esecuzioni capitali, spesso al termine di processi sommari e opachi, sono state utilizzate come strumento politico di

intimidazione.

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