Fra poco più di una settimana, il 14 gennaio a Firenze, si terrà un convegno nazionale a cura di “Libertà eguale” dei sostenitori del “Sì” alla separazione delle carriere. Di fatto è l’avvio della campagna per il referendum sulla giustizia che si terrà intorno a metà marzo. L’incontro fiorentino serve a misurare le forze in campo, a dimostrare se esistono e quanto larghe sono le crepe nel “fronte del No”, rappresentato soprattutto dal centrosinistra. S’intende, è solo una prima iniziativa, almeno con queste ambizioni, ma non potrà essere sottovalutata.
I fautori del “Sì” sono in apparenza una minoranza a sinistra, ma riuniscono nomi prestigiosi, a cominciare da Augusto Barbera e Sabino Cassese. E si potrebbe continuare con Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia, Carlo Fusaro, Enzo Bianco, Enrico Morando, Benedetto Della Vedova, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi e molti altri. L’elenco dei nomi è noioso, ma è utile a capire che si tratta di un incontro tra esponenti di culture diverse che…
Fra poco più di una settimana, il 14 gennaio a Firenze, si terrà un convegno nazionale a cura di “Libertà eguale” dei sostenitori del “Sì” alla separazione delle carriere. Di fatto è l’avvio della campagna per il referendum sulla giustizia che si terrà intorno a metà marzo. L’incontro fiorentino serve a misurare le forze in campo, a dimostrare se esistono e quanto larghe sono le crepe nel “fronte del No”, rappresentato soprattutto dal centrosinistra. S’intende, è solo una prima iniziativa, almeno con queste ambizioni, ma non potrà essere sottovalutata.
I fautori del “Sì” sono in apparenza una minoranza a sinistra, ma riuniscono nomi prestigiosi, a cominciare da Augusto Barbera e Sabino Cassese. E si potrebbe continuare con Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia, Carlo Fusaro, Enzo Bianco, Enrico Morando, Benedetto Della Vedova, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi e molti altri. L’elenco dei nomi è noioso, ma è utile a capire che si tratta di un incontro tra esponenti di culture diverse che si ritrovano in una battaglia comune.
Certo, potrebbero rivelarsi dei generali senza esercito, tuttavia i sondaggi dicono il contrario. La tesi della separazione è quantomeno competitiva: lo è oggi, quando mancano più di due mesi all’apertura delle urne, il che significa che ogni risultato è ancora possibile. Peraltro il “Sì” non parte battuto, anzi. E infatti i sostenitori del “No” si stanno preoccupando. Fidano sul tempo a disposizione: due mesi e mezzo non sono pochi per influenzare l’opinione pubblica con argomenti politici, solo in parte legati al merito dei quesiti. E il primo argomento, il più duro ma anche quello che ha facile presa sul pubblico — al di là dei richiami a Berlusconi, alla P2 e alla Costituzione oltraggiata — , riguarda la sottomissione del pubblico ministero al potere politico. È il punto antico della magistratura politicizzata che viene rovesciato e scagliato contro la destra. È stata intransigente al riguardo Rosy Bindi, presidente del comitato per il “No”. La risposta non si è fatta attendere e consiste nel negare che esista un tale rischio: basta scorrere l’articolato, dicono dalle parti del “Sì”, per rendersi conto che l’autonomia e l’indipendenza del magistrato è confermata e garantita nella riforma costituzionale.
Si capisce, in ogni caso, che questo sarà il fattore cruciale del confronto: su di esso si deciderà l’esito finale. In altre parole, nessuno può dormire sugli allori. Non può farlo il centrodestra, il meno interessato a trasformare la consultazione di marzo in una sorta di ordalia medievale. Chi governa dovrebbe avere come priorità quella di non perdere la bussola e garantire invece l’equilibrio generale del confronto. Chi si oppone ha l’interesse opposto: alzare la tensione e vedere cosa si può ricavare da uno scontro drammatico, in cui torneranno le accuse alla maggioranza di svuotare la democrazia. Senza dubbio, le conseguenze non saranno secondarie. I Cinque Stelle di Conte sono meglio attrezzati del Pd perché non sono divisi al loro interno. Per quanto i sondaggi li dipingano come fermi intorno al 12 per cento, in realtà Conte ha tutto da guadagnare dal referendum. Al contrario di Elly Schlein che corre qualche pericolo, essendo al vertice di un partito diviso e costretta a invidiare la capacità di leadership del suo spregiudicato concorrente. Tuttavia è poco credibile che una sconfitta del No obblighi il centrosinistra a ripensare tutta la classe dirigente a un anno dalle elezioni. Più facile immaginare uno scontro acceso per decidere sulle candidature e le posizioni in lista. Sullo sfondo di uno slittamento a sinistra in cui il dividendo politico finirà per intascarlo Conte.