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Venezuela, inizia l’era del regime change

Smoke rises near Fort Tiuna during a full blackout, following explosions and loud noises, after U.S. President Donald Trump said the U.S. has struck Venezuela and captured its President Nicolas Maduro, in Caracas, Venezuela, January 3, 2026. REUTERS/Leonardo Fernandez Viloria  (reuters)

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L’instabilità del mondo seminata a piene mani nell’ultimo quadriennio, la fine dell’ordine globale e l’indebolimento del diritto internazionale come criterio universale di prevenzione, risoluzione e sanzione dei conflitti trova la sua conferma e il suo riassunto nel blitz degli incursori americani a Caracas, che protetti dai caccia Stealth a bassa quota e dagli elicotteri Chinook sono penetrati nella camera da letto dove il presidente Nicolas Maduro dormiva e lo hanno catturato insieme con la moglie, consegnando entrambi alla nave “Iwo Jima” diretta a New York, dov’è pronta un’incriminazione per narcoterrorismo. La fotografia di Maduro in manette con gli occhi bendati conclude un’avventura di potere durata 13 anni, segnati da un impoverimento impressionante del Paese, sostenuto da Cuba e Russia ma provato da una rincorsa di superinflazioni e svalutazioni, precipitato in una crisi sociale senza vie d’uscita, con la repressione del dissenso come unica risposta: fino al disconoscimento d…

L’instabilità del mondo seminata a piene mani nell’ultimo quadriennio, la fine dell’ordine globale e l’indebolimento del diritto internazionale come criterio universale di prevenzione, risoluzione e sanzione dei conflitti trova la sua conferma e il suo riassunto nel blitz degli incursori americani a Caracas, che protetti dai caccia Stealth a bassa quota e dagli elicotteri Chinook sono penetrati nella camera da letto dove il presidente Nicolas Maduro dormiva e lo hanno catturato insieme con la moglie, consegnando entrambi alla nave “Iwo Jima” diretta a New York, dov’è pronta un’incriminazione per narcoterrorismo. La fotografia di Maduro in manette con gli occhi bendati conclude un’avventura di potere durata 13 anni, segnati da un impoverimento impressionante del Paese, sostenuto da Cuba e Russia ma provato da una rincorsa di superinflazioni e svalutazioni, precipitato in una crisi sociale senza vie d’uscita, con la repressione del dissenso come unica risposta: fino al disconoscimento da parte del regime, del successo elettorale nel 2024 del candidato dell’opposizione Gonzalez Urrutia, a cui fu impedito di diventare presidente nonostante avesse conquistato i due terzi del voto elettorale. E alla consacrazione internazionale della battaglia per la libertà e la legalità di Maria Corina Machado, leader del dissenso venezuelano, con il premio Nobel per la pace 2025.

Una situazione esplosiva, fuori controllo, che la Casa Bianca ha scelto come “momento Trump” per un blitz militare della tipologia antiterroristica, con infiltrazioni, talpe, monitoraggio continuo dell’obiettivo e infine l’incursione del commando nella casa dove si trovava Maduro, che da settimane cambiava continuamente rifugio: solo che in questo caso si tratta di un Capo di Stato, e quindi della violazione della sovranità di un Paese e del diritto internazionale, come ha denunciato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Cina, Russia, Brasile e Messico hanno condannato la decisione americana di forzare il blocco navale delle petroliere che durava da settembre davanti al Venezuela, con il l’arresto-rapimento del presidente, Israele ha applaudito Trump, l’Europa con Ursula von der Leyen ha scelto di stare “a fianco della popolazione venezuelana” (che in questo contesto non si capisce cosa significhi concretamente), “sostenendo una transizione pacifica e democratica”.

Il fatto è che sotto la superficie devastata del Venezuela c’è la più grande riserva di petrolio del mondo. La posta in gioco non sfugge a nessuno. Già oggi i 660 mila barili giornalieri di petrolio venezuelano riforniscono per il 35 per cento gli Stati Uniti, per il 41 la Cina, per il 9 per cento l’India e la Spagna. Certamente Caracas, pur non essendo produttore di cocaina, è uno dei centri di smistamento del traffico di stupefacenti che secondo la denuncia di Trump uccide 300 mila americani all’anno, e il sospetto è che Maduro potesse controllare queste operazioni. Ma la crociata statunitense contro i narcotrafficanti non sembra una priorità assoluta per la Casa Bianca, se Trump ha appena graziato l’ex presidente dell’Honduras Hernandez, che era stato condannato da un giudice americano a 34 anni di reclusione per il commercio di stupefacenti.

La spiegazione di uno dei più importanti dispiegamenti navali della marina americana (15 mila uomini sono stati schierati nei Caraibi) va oltre la battaglia al narcotraffico, e arriva fin là dove il diritto si arresta. Con Trump che segue tutta l’operazione in diretta da Mar-a-Lago, e la annuncia al mondo come “un assalto spettacolare, mai visto dalla seconda guerra mondiale”, rivelando nello stesso tempo che “gli Usa saranno finalmente coinvolti nell’industria petrolifera venezuelana”. Il problema-petrolio è al primo posto: “L’enorme infrastruttura petrolifera americana ci è stata derubata come fossimo bambini”. Il diritto viene dopo: Maduro, spiega Rubio, non era il presidente legittimo, dunque gli Usa potevano intervenire, con un obiettivo che va ben oltre Caracas, come testimoniano gli avvertimenti di Trump ieri alla Colombia (“il presidente dovrebbe guardarsi il didietro”) e a Cuba, e come certifica l’ultima frase trumpiana: “Il dominio Usa nell’emisfero occidentale non potrà più essere messo in dubbio”.

È la variante Trump alla dottrina Monroe, nata nel 1823 per garantire gli Usa da nuove colonizzazioni europee, poi corretta da Roosevelt nel segno della supremazia americana sull’intero emisfero: “comportamenti sbagliati e cronici nel continente americano richiedono l’intervento di una polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata”. Oggi quell’emisfero diventa un’area geopolitica di sicurezza degli Usa, anzi un dispositivo strategico per la Casa Bianca, che ha mano libera: in questo tempo sospeso, all’interno del continente la sovranità è limitata, Caracas insegna: non è solo l’ultimo dittatore del continente a cadere, è il primo regime-change dell’era trumpiana.

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