L’Europa ha dovuto mandare due segni di vita per rispondere ai colpi di maglio di Donald Trump sulla Groenlandia e per limitare i danni del suo continuo tentennare sull’Ucraina tra l’amico Putin e il poco amato Zelensky.
Quando la riunione della Coalizione dei Volenterosi era stata convocata a Parigi per il giorno della Befana la questione centrale per politici e politologi era come costruire un’intesa tra europei e americani per offrire solide garanzie di sicurezza alll’Ucraina una volta che fosse finita la guerra (mettendo da parte, per il momento, il come farla finire, viste le divergenze tra alleati atlantici sui differenti piani di pace e i ”niet” russi ad accettarne alcuno). Ma l’intervento americano in Venezuela e l’intemerata di Trump sulla Groenlandia hanno reso obbligatorio un cambio d’agenda. L’Europa non poteva restare in silenzio pena autodenunciare quell’irrilevanza che Trump e i suoi pretoriani, a cominciare dal vice J.D. Vance, non esitano a sottolineare.
La dichiar…
L’Europa ha dovuto mandare due segni di vita per rispondere ai colpi di maglio di Donald Trump sulla Groenlandia e per limitare i danni del suo continuo tentennare sull’Ucraina tra l’amico Putin e il poco amato Zelensky.
Quando la riunione della Coalizione dei Volenterosi era stata convocata a Parigi per il giorno della Befana la questione centrale per politici e politologi era come costruire un’intesa tra europei e americani per offrire solide garanzie di sicurezza alll’Ucraina una volta che fosse finita la guerra (mettendo da parte, per il momento, il come farla finire, viste le divergenze tra alleati atlantici sui differenti piani di pace e i ”niet” russi ad accettarne alcuno). Ma l’intervento americano in Venezuela e l’intemerata di Trump sulla Groenlandia hanno reso obbligatorio un cambio d’agenda. L’Europa non poteva restare in silenzio pena autodenunciare quell’irrilevanza che Trump e i suoi pretoriani, a cominciare dal vice J.D. Vance, non esitano a sottolineare.
La dichiarazione congiunta dei sette è un raffinato esercizio di linguaggio diplomatico volto a riaffermare principi ovvii combinati ad affermazioni che non urtino la suscettibilità ben nota dell’inquillino della Casa Bianca. Gli ricordano che “il regno di Danimarca — inclusa la Groenlandia — fa parte della Nato” e ribadiscono che “la sicurezza dell’Artico deve essere ottenuta collettivamente, insieme con gli alleati della Nato”. Insomma, è bene che Trump tenga a mente che la Groenlandia non è il Venezuela e che un intervento unilaterale farebbe scattare in linea di principio l’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza atlantica, secondo il quale se un Paese membro viene aggredito tutti gli altri debbono soccorrerlo. Però, visto che Trump mostra sempre più un notevole disdegno per le regole, soprattutto per quelle del multilateralismo, i sette concedono che “la Groenlandia appartiene al suo popolo”. Come dire che sovrano è il popolo e non la Nato o il regno di Danimarca. E, dunque, se il popolo della Groenlandia decidesse di accettare le lusinghe di Trump nessuno potrebbe obiettare. Non a caso, secondo alcune indiscrezioni rilanciate dall’Economist, il presidente americano starebbe lavorando a un accordo bilaterale con l’isola che escluderebbe la Danimarca.
Ecco che i nodi vengono al pettine e che Groenlandia e Ucraina finiscono per essere parte dello stesso problema, che ha pesato sulla riunione dei Volenterosi a Parigi. Come ha detto un alto funzionario europeo, ovviamente anonimo vista la delicatezza del tema, “noi vogliamo tenere dentro gli Stati Uniti per arrivare a un dignitoso risultato in Ucraina”. Quello che resta dell’“Occidente collettivo” (per usare l’espressione cara a Putin) non vuole sfidare l’irascibilità di Trump. E pazienza per la Groenlandia.
La premier danese Mette Frederiksen ha detto che “se attaccano un altro Paese della Nato è la fine di tutto”. Ma non ha trovato un grande sostegno, semmai un muro di ipocrisia che sfiora l’indifferenza, come dimostra la risposta del presidente della Lettonia (come tutti i baltici molto attento a denunciare la minaccia espansionistica della Russia sull’Europa), il quale ha detto pilatescamente: “I legittimi bisogni di sicurezza degli Usa possono essere affrontati in un dialogo diretto con la Danimarca”.
Tenere agganciati gli americani, rappresentati dal negoziatore per tutti i conflitti Witkoff e dal genero di Trump Kushner (a conferma che i risvolti economici sono ormai il filo che dipana la diplomazia americana, da Gaza all’Ucraina), era del resto uno degli obiettivi principali dell’incontro di Parigi. Che si è concentrato su un tema che sembra molto di là da venire. Come ha scritto Macron su X, commentando una sua foto in cui stringe la mano a Volodymyr Zelensky, “insieme stiamo costruendo una solida architettura di sicurezza per l’Ucraina”. Che ovviamente per essere davvero solida ha bisogno che gli Stati Uniti siano coinvolti al massimo livello possibile. Il problema è che, prima di pensare alla sicurezza dell’Ucraina nel dopoguerra, bisognerebbe trovare una soluzione per porre fine alla guerra. Fine che a oggi appare non lontana, ma lontanissima.
Anche Zelensky sembra esserne consapevole. Annunciando la nomina di Chrystia Freeland, ex ministro delle Finanze del Canada, a consigliere per lo sviluppo economico ha detto: “Allo stato attuale, l’Ucraina ha bisogno di rafforzare la sua resilienza interna, sia per l’efficacia della ricostruzione se la diplomazia sarà capace di dare rapidamente risultati, sia per rafforzare la nostra difesa se servirà più tempo, causa la lentezza dei nostri partner, per arrivare alla fine della guerra”. Zelensky sta passando un momento difficile sul piano interno, con un ampio rimpasto nei posti-chiave della sicurezza, della difesa e dell’energia. La nomina della Freeland dimostra che non si fida ormai neppure del suo circolo più intimo e che l’ombra del potente ex braccio destro Andriy Yermak, e della corruzione a lui legata, è ancora lunga. Prima che all’architettura per la sicurezza del dopoguerra, il presidente ucraino deve pensare a come ricostruire l’architettura del suo potere interno.