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Il lavoro disuguale

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Il problema risiede nella non adeguata crescita dell’occupazione di giovani e donne. E nella loro maggiore precarietà
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L’occupazione cala di 34mila unità a novembre rispetto al mese precedente, ma non è questo il punto. La tendenza era in crescita a partire dal 2021, ma troppo contenuta in rapporto alla mole di investimenti messi in campo con il Pnrr. Guardiamoci indietro, partiamo dal 2008. Il tasso di occupazione del nostro Paese è cresciuto di solo 4 punti in 17 anni e di 1,7 dal gennaio 2023, in quasi tre anni.

Le dinamiche dal 2008 a oggi sono state opposte tra ultracinquantenni e giovani di 25-34 anni. Gli ultracinquantenni in 17 anni hanno conosciuto un aumento di 20,7 punti del loro tasso di occupazione. I giovani, al contrario, una diminuzione di 2,5. Se si considera il periodo da gennaio 2023 la tendenza è migliorata, sempre più favorevole per gli ultracinquantenni, con un incremento di 4,6 punti di tasso di occupazione e di soli 1,5 per i giovani.

Certo, il tasso di occupazione degli ultra cinquantenni era molto basso nel 2008, al di sotto del 50 per cento. Va quindi vista positivamente q…

L’occupazione cala di 34mila unità a novembre rispetto al mese precedente, ma non è questo il punto. La tendenza era in crescita a partire dal 2021, ma troppo contenuta in rapporto alla mole di investimenti messi in campo con il Pnrr. Guardiamoci indietro, partiamo dal 2008. Il tasso di occupazione del nostro Paese è cresciuto di solo 4 punti in 17 anni e di 1,7 dal gennaio 2023, in quasi tre anni.

Le dinamiche dal 2008 a oggi sono state opposte tra ultracinquantenni e giovani di 25-34 anni. Gli ultracinquantenni in 17 anni hanno conosciuto un aumento di 20,7 punti del loro tasso di occupazione. I giovani, al contrario, una diminuzione di 2,5. Se si considera il periodo da gennaio 2023 la tendenza è migliorata, sempre più favorevole per gli ultracinquantenni, con un incremento di 4,6 punti di tasso di occupazione e di soli 1,5 per i giovani.

Certo, il tasso di occupazione degli ultra cinquantenni era molto basso nel 2008, al di sotto del 50 per cento. Va quindi vista positivamente questa crescita, anche dal punto di vista dell’invecchiamento attivo. E deriva da tanti fattori, in particolare dall’innalzamento dell’età pensionabile che ha fatto aumentare il numero di persone che permangono nel mercato del lavoro, ma anche dalla maggior presenza tra gli ultracinquantenni di molte donne di generazioni con più elevata propensione a lavorare fin da giovani, e da nuova occupazione.

Il problema risiede nella non adeguata crescita dell’occupazione giovanile e femminile e, al contempo, nella loro maggiore precarietà dovuta a una carriera lavorativa a intermittenza e con bassi salari. Non è un problema da poco. Non credo si sia presa adeguata coscienza della gravità della situazione e delle criticità interne alla crescita occupazionale di questi anni. Altrimenti si sarebbe fatta una manovra correttiva più mirata alla loro risoluzione.

Se questa è la situazione non possiamo poi meravigliarci se proprio i giovani presentano l’incidenza di povertà assoluta più alta dopo i minori. D’altro canto, che la crescita dell’occupazione di tutti questi anni non riuscisse a far diminuire la povertà era evidente.

Dopo il raddoppio del 2012 la povertà assoluta non solo non si è ridotta, ma è cresciuta nel 2020 e nel 2022 e ha continuato a colpire in modo persistente le stesse fasce sociali: i bambini sono i più esposti con oltre 1 milione e 300mila, seguono i giovani, che superano 1 milione e 100mila.

Numeri che raccontano una situazione strutturale drammatica, non un’emergenza temporanea. Numeri che non possono essere ignorati facendo leva su propaganda autocelebrativa. Numeri che chiedono di rispondere alle esigenze reali del Paese di contrasto alle disuguaglianze sociali.

E invece no, i fondi stanziati per la lotta alla povertà sono ridotti. E questo è grave. Perché una cosa è cadere in povertà e riuscire a uscirne in tempi relativamente brevi, ben altra è rimanere intrappolati in uno stato di povertà che si prolunga nel tempo, compromettendo opportunità, aspettative e diritti fondamentali, come i dati lasciano intendere visti i livelli così alti dal 2012.

Quando la povertà diventa persistente colpisce le traiettorie di vita, soprattutto quelle delle nuove generazioni. Produce svantaggi che si cumulano e poi non si recuperano più. Senza una strategia che tenga insieme crescita economica e quantità e qualità dell’occupazione, in particolare per i giovani e le donne, il rischio è quello di una crescita debole e diseguale, incapace di far sviluppare armonicamente il Paese nel tempo.

Le disuguaglianze non sono solo un problema di equità: sono un freno allo sviluppo. Ostacolano la partecipazione al mercato del lavoro, indeboliscono la fiducia nelle istituzioni.

Non è più tempo di populismi. I problemi italiani non possono più essere materia di propaganda politica, perché toccano la carne viva delle persone. Devono essere affrontati con serietà e rigore, guardando la realtà per quella che è, per garantire diritti inalienabili: diritto al lavoro e a condizioni di vita dignitose, come ci ricorda la nostra Costituzione, che deve sempre ispirarci nell’azione.

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