Stavolta, almeno, non si può dire che non sia stato coerente. Per salutare a modo suo il Capodanno, The Donald aveva postato su Truth una delle scene più iconiche del Gladiatore di Ridley Scott: il generale Massimo Decimo Meridio che prepara le legioni romane al massacro dei barbari dicendo «al mio via scatenate l’inferno». Detto, fatto: il 2026 è iniziato e Trump l’inferno l’ha scatenato sul serio. Con tanti saluti a Giorgia Meloni, unica leader sempre entusiasta dei suoi abusi, e ai soloni dell’opinionismo tricolore, pronti dopo la rielezione del tycoon a giurare tronfi sul suo «isolazionismo che a noi conviene».
Si vede adesso di che «isolazionismo» si tratta: un domino scellerato di pretese egemoniche, un risiko illegale di «operazioni militari speciali» dettate da bullismo ideologico e tecnologico. Cambio di regime in Venezuela, tornato “giardino di casa” come tutta l’America Latina ai bei tempi dei golpe gestiti dalla Cia negli anni ’70. Opa ostile sulla Groenlandia, tornata “m…
Stavolta, almeno, non si può dire che non sia stato coerente. Per salutare a modo suo il Capodanno, The Donald aveva postato su Truth una delle scene più iconiche del Gladiatore di Ridley Scott: il generale Massimo Decimo Meridio che prepara le legioni romane al massacro dei barbari dicendo «al mio via scatenate l’inferno». Detto, fatto: il 2026 è iniziato e Trump l’inferno l’ha scatenato sul serio. Con tanti saluti a Giorgia Meloni, unica leader sempre entusiasta dei suoi abusi, e ai soloni dell’opinionismo tricolore, pronti dopo la rielezione del tycoon a giurare tronfi sul suo «isolazionismo che a noi conviene».
Si vede adesso di che «isolazionismo» si tratta: un domino scellerato di pretese egemoniche, un risiko illegale di «operazioni militari speciali» dettate da bullismo ideologico e tecnologico. Cambio di regime in Venezuela, tornato “giardino di casa” come tutta l’America Latina ai bei tempi dei golpe gestiti dalla Cia negli anni ’70. Opa ostile sulla Groenlandia, tornata “merce disponibile” come ai bei tempi di Harry Truman che la opzionò per 100 milioni nel 1946. E poi sequestro di navi in acque altrui, sospettate di aver aggirato l’embargo sul greggio di Caracas.
Intendiamoci: non sono solo capricci da tiranno, che invade espropria e conquista per pura volontà di potenza. C’è del metodo nella follia imperiale e neocoloniale dello sceriffo di Washington applicata alle risorse energetiche. A dettarlo è sempre lo strapotere della Tech-Right, la tecno-destra che Musk battezzò su X un anno fa — quando era ancora il genius capace di infiammare il popolo Maga con il saluto romano. Nonostante lo strappo successivo, il patto di ferro tra il trumpismo illiberale e il turbo-capitalismo digitale non solo tiene, ma si cementa sulle commodities. Si fa ircocervo politico: destinato a comandare la democrazia americana, deformandola, e a padroneggiare l’intelligenza artificiale, monopolizzandola.
Nel 1823 la dottrina Monroe piegò l’Occidente secondo gli interessi americani. «Noi oggi l’abbiamo superata di molto», spiega Trump che si inventa la «dottrina Donroe». Cos’è lo chiarisce a pagina 15 il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale: da un lato l’Europa non si può intromettere negli affari americani, dall’altro lato l’America ha diritto di «restaurare la sua preminenza nell’emisfero occidentale» e di «impedire ai competitori esterni» (cioè la Cina) di «acquisire il possesso o il controllo strategico di asset vitali». Ora l’abbiamo capito: l’oppio, la cocaina e il fentanil erano solo un pretesto per i gonzi, sono proprio petrolio, gas naturale e terre rare gli «asset vitali» di cui questa America con l’elmetto ha bisogno per nutrire l’industria più energivora dei prossimi decenni, cioè l’high-tech, il cloud, il quantum computing. Per questo il presidente fa portare in ceppi Maduro a New York e convoca allo studio ovale Chevron, ConocoPhillips ed Exxon Mobil, perché si prendano i 303 miliardi di barili del greggio venezuelano. Per questo Rubio forza sui danesi, perché cedano l’isola artica che ha in pancia (oltre ai 4.500 miliardi di petrolio e metano, nichel e uranio) un potenziale da 500mila tonnellate all’anno di eudialite, feldspato, tantalio, zirconio e niobio fondamentali per la new economy. E per questo, per una volta, The Donald dà scacco all’amico Putin sull’oro nero facendo rilevare a Quantum Energy Partners il colosso russo Lukoil devastato dalle sanzioni.
Che importa se per scatenare questo inferno si fa strame del diritto internazionale, degli organismi multilaterali, dell’Onu, della Nato, della Ue? Il kombinat militare-industriale-digitale lo esige, e tanto basta. A Wall Street volano i titoli dei titani della difesa ma soprattutto continuano a macinare record quelli delle Big Tech: dopo il clamoroso rally da 30mila miliardi di dollari negli ultimi tre anni, Alphabet, Microsoft, Google, Amazon e gli altri colossi del web anche quest’anno investiranno oltre 400 miliardi di dollari, specie sui data center, mentre OpenAI di qui al 2030 promette di spenderne ben 1.400. Una pioggia di soldi inonderà i padroni della rete: il loro potere crescerà a dismisura (in assenza di vincoli regolatori che le Authority occupate manu militari dalla Casa Bianca non sono più in grado di imporre). Il visto d’ingresso negli Usa negato all’ex commissario Ue Thierry Breton è il primo atto di guerra fredda sull’hi-tech contro l’Unione, dopo le multe di Monti a Microsoft nel 1998, quelle a Google nel 2010 e quelle a Apple e Meta originate nel 2025 dalle due leggi europee volute proprio da Breton un anno prima, il Digital Markets Act e il Digital Services Act sulla protezione degli utenti digitali. Un “affronto” da lavare con il sangue virtuale della ritorsione economica (i dazi al 15%) e della delegittimazione politica (Musk che urla «la Ue va sciolta»).
La tecno-destra non tollera limitazioni alla messa a terra della sua forza di fuoco. Il free speech — rivendicato all’esterno ma bandito all’interno — è solo un pretesto per avere mani libere sull’intelligenza artificiale e sul controllo dei dati. Un’urgenza che serve all’impero americano per respingere la sfida cinese e che non contempla alleati ma solo subordinati. È qui che la tecnologia incrocia l’energia: è qui che la guerra digitale, per essere combattuta e vinta, impone scelte drastiche nella caccia alle materie prime. Ma è qui che va in crisi la democrazia. La sovranità digitale ormai coincide con la sovranità politica. E chiunque sia d’intralcio (Maduro o Macron, Mette Frederiksen o Von der Leyen) va liquidato. Lo teorizzano tutti gli adepti al culto trumpiano. Marc Andreessen, fondatore di Netscape, consigliere di Donald, sostiene: «Noi crediamo che la forza economica, culturale e militare scaturisce dalla forza tecnologica… un’America tecnologicamente forte è una forza per il bene in un mondo pericoloso». Torna l’idea escatologica che ciò che è buono per l’America è buono per il pianeta. Curtis Yarvin, informatico della Silicon Valley e “filosofo” del trumpismo da combattimento, lo dice in modo esplicito: l’America deve «liberarsi della sua fobia per i dittatori» e deve essere guidata da «un amministratore delegato con poteri assoluti per attuare ciò che è davvero nell’interesse del popolo americano».
Per la tecno-destra che mostra i muscoli in questo avvio di 2026 la forza della democrazia è misurata solo da quella della tecnologia. Ma se capita che l’una diventi ostacolo all’altra — come succede nel rapporto tra Usa e Ue — allora è chiaro a chi spetta il primato. Il guru Peter Thiel, inventore di Palantir seduto su una montagna di miliardi di appalti del Pentagono, scrive da anni cose come «non credo più che democrazia e libertà siano compatibili», serve «una collaborazione più stretta tra Stato e hi-tech», urge «softwarizzare i bilanci della difesa» e «le precondizioni per una pace duratura vengono solo da una credibile minaccia di guerra». Questo predicano i cavalieri dell’Apocalisse tecno-autoritaria. E mentre fa arrestare a suo piacimento i dittatori a lui sgraditi e fa sparare alle madri di famiglia e ai migranti per strada, il Gladiatore yankee va ancora in giro a lamentarsi perché gli hanno negato il Nobel per la pace. Il paradosso è che, nell’Italietta vassalla, c’è ancora una cheerleader che gli dà ragione.