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La forza imbattibile della speranza

Alberto Trentini (con Mario Burlò) dopo la liberazione 

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Don Renato Mazzuia, parroco della chiesa di Sant’Antonio, a due passi dalla casa della famiglia di Alberto Trentini al Lido di Venezia, ha ricordato come le preghiere dei fedeli abbiano contribuito alla liberazione del cooperante italiano.

Così come Repubblica può andare fiera di quel riquadro sulle sue pagine che da un anno con cocciuta perseveranza contava quotidianamente il trascorrere dei giorni di quella insensata prigionia.

I parrocchiani e questo quotidiano hanno risposto, entrambi secondo i propri principi e secondo il proprio linguaggio, all’esortazione morale dei genitori del nostro connazionale e dell’avvocata Alessandra Ballerini. Sono stati la speranza di chi possiede una fede e la determinazione di chi rifiuta l’ineluttabilità del male a muovere le cose; sono stati migliaia e migliaia di gesti e di parole — unitamente, beninteso, ad altri fattori come quelli di natura geopolitica — a costituire la rete orizzontale e spesso sotterranea, che ha impedito alla vicenda d…

Don Renato Mazzuia, parroco della chiesa di Sant’Antonio, a due passi dalla casa della famiglia di Alberto Trentini al Lido di Venezia, ha ricordato come le preghiere dei fedeli abbiano contribuito alla liberazione del cooperante italiano.

Così come Repubblica può andare fiera di quel riquadro sulle sue pagine che da un anno con cocciuta perseveranza contava quotidianamente il trascorrere dei giorni di quella insensata prigionia.

I parrocchiani e questo quotidiano hanno risposto, entrambi secondo i propri principi e secondo il proprio linguaggio, all’esortazione morale dei genitori del nostro connazionale e dell’avvocata Alessandra Ballerini. Sono stati la speranza di chi possiede una fede e la determinazione di chi rifiuta l’ineluttabilità del male a muovere le cose; sono stati migliaia e migliaia di gesti e di parole — unitamente, beninteso, ad altri fattori come quelli di natura geopolitica — a costituire la rete orizzontale e spesso sotterranea, che ha impedito alla vicenda di Alberto Trentini di precipitare nell’oblio. Ed è stata questa la premessa ineludibile del lavoro diplomatico e politico che ha portato, infine, alla sua liberazione: un caso di «eterogenesi dei fini» che ha visto un’azione, fatta in spregio del diritto internazionale — come il rapimento di Nicolàs Maduro e della moglie Cilia Flores — determinare una qualche apertura nel regime dispotico del Venezuela.

Quarant’anni fa, un prete di Siracusa, don Virginio mi ricordò le parole della Lettera ai Romani di Paolo di Tarso, riprese dal «Sindaco santo» Giorgio La Pira con la formula spes contra spem. Nel frattempo, l’intelligenza politica di Marco Pannella aveva tradotto quelle tre parole in un imperativo morale e in una forma di azione, esortando uomini e donne di buona volontà a «essere speranza». Il motto paolino mi è venuto in mente spesso negli ultimi decenni, ogni volta che storie di vita e di morte, di giustizia negata e di iniquità assoluta, di riscatto ottenuto o mancato, intrecciavano la vita pubblica del nostro paese.

Da quando, nel 1980, si costituì l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, fino alla più recente commemorazione del giugno scorso, sono stati 45 anni di spes contra spem: menzogne e omissioni, generali felloni e intrighi politici, interessi di bottega e trame internazionali. Ma, contro tutto ciò la ricerca della verità ha portato alla crescita della consapevolezza collettiva e del sentimento morale. D’altra parte, è quanto si è verificato in molte altre vicende pubbliche, penso al processo per il disastro della ThyssenKrupp e alla campagna contro l’amianto dei cittadini di Casale Monferrato. Imprese che apparivano e appaiono ardue, molte sconfitte e poche vittorie, ma sempre la potenza di quel moto di speranza che induce a fare, a battersi, a lottare.

Ed è accaduto tante volte all’interno di ambienti che evocavano la stessa dimensione che ha retto per 423 giorni il movimento per la liberazione di Alberto Trentini. Mi riferisco ai genitori di Federico Aldrovandi, alla sorella di Stefano Cucchi e a quella di Giuseppe Uva e, ancora, alla figlia di Michele Ferrulli e alle sorelle di Dino Budroni, di Franco Mastrogiovanni e di Andrea Soldi. E ai familiari di Riccardo Rasman e, più di recente, alla madre di Igor Squeo.

Vittime tutti di abusi e illegalità da parte di uomini degli apparati dello Stato e di istituzioni pubbliche: solo alcuni di essi hanno ottenuto giustizia, ma per tutti c’è stato un conflitto per la verità che ha finito con il rendere loro dignità e onore. Così come la tragedia di Giulio Regeni ha incentivato la coscienza collettiva sulla natura dei regimi dispotici al di là del Mediterraneo. (Da ascoltare, in proposito, il podcast di Stefano Nazzi).

Insomma, il «familismo amorale» analizzato da Edward C. Banfield nel meridione dei primi anni ‘50 può diventare, a determinate condizioni, una sorta di familiarità etica con significativi effetti civili.

Questo vale anche quando la giustizia degli uomini fallisce per improntitudine o per viltà; o perché gli interessi geopolitici e finanziari — è ancora il caso dell’assassinio di Giulio Regeni — ostacolano il perseguimento della verità. Anche in quelle circostanze la spes, la speranza, può sopravvivere incarnata nel cuore e nella mente di donne e uomini e negli atti, anche i più minuti, di chi non si rassegna. Il compito è palesemente immane. Ricordo che, insieme ad Alberto Trentini, è stato liberato Mario Burlò, ma restano nelle carceri di Caracas altri 40 venezuelani con passaporto italiano. E si tenga conto che sono oltre 2200 i nostri connazionali reclusi nelle prigioni di tutto il mondo: alcuni per reati gravi e gravissimi, molti senza alcuna imputazione formale o sottoposti a pene abnormi per reati di lieve entità. Gran parte in condizioni di detenzione inumane e degradanti.

Quando, nei primissimi anni ‘60, venne fondata Amnesty International, una delle sue principali modalità di azione consisteva nell’«adozione di un prigioniero di coscienza» da parte di gruppi di cittadini, che si impegnavano a favore del detenuto, sostenendolo psicologicamente ed economicamente, scrivendogli, facendone conoscere la storia e i diritti violati. Non è, forse, questo il tempo per riprendere una simile pratica in nome «del principio speranza» (Ernst Bloch) più concreto e tangibile?

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