Ora sappiamo che si voterà il 22 e 23 marzo: quindi mancano due mesi e dieci giorni al referendum sulla giustizia, o meglio sulla separazione delle carriere dei magistrati con la fine — si suppone — del potere delle correnti. Le forze in campo sono abbastanza delineate.
Sabato 10 gennaio ha preso il via a Roma la campagna del No con una riunione di innumerevoli sigle (dai Giuristi democratici all’Anpi, Arci, Acli, comitato Salviamo la Costituzione, Pax Christi, Medicina democratica, Rete degli studenti medi e molte altre) a cui si sono aggiunti esponenti politici, da Elly Schlein a Conte a Fratoianni, più il segretario della Cgil Landini che ha un po’ rubato la scena agli altri. E ieri (lunedì 12 gennaio) ha risposto da Firenze la “sinistra per il Sì” convocata da Giustizia e Libertà per iniziativa di Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Carlo Fusaro.
La differenza di toni e il modo di indirizzare la campagna sono ormai definiti. Sembra che il fronte del No sia indietro nei sondaggi …
Ora sappiamo che si voterà il 22 e 23 marzo: quindi mancano due mesi e dieci giorni al referendum sulla giustizia, o meglio sulla separazione delle carriere dei magistrati con la fine — si suppone — del potere delle correnti. Le forze in campo sono abbastanza delineate.
Sabato 10 gennaio ha preso il via a Roma la campagna del No con una riunione di innumerevoli sigle (dai Giuristi democratici all’Anpi, Arci, Acli, comitato Salviamo la Costituzione, Pax Christi, Medicina democratica, Rete degli studenti medi e molte altre) a cui si sono aggiunti esponenti politici, da Elly Schlein a Conte a Fratoianni, più il segretario della Cgil Landini che ha un po’ rubato la scena agli altri. E ieri (lunedì 12 gennaio) ha risposto da Firenze la “sinistra per il Sì” convocata da Giustizia e Libertà per iniziativa di Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Carlo Fusaro.
La differenza di toni e il modo di indirizzare la campagna sono ormai definiti. Sembra che il fronte del No sia indietro nei sondaggi e quindi gli argomenti sono aggressivi e molto politici. In sintesi, si afferma che la Costituzione riceverebbe un colpo devastante dalla vittoria dei favorevoli alla riforma. Quindi battersi per il No equivale a salvare la democrazia repubblicana, nonché a impedire che la magistratura perda la sua autonomia e finisca sotto il tallone della politica: anzi, della “casta” risorta.
Difficile immaginare un quadro altrettanto cupo. Se si accetta lo scenario che viene descritto in questi termini, non c’è altro da fare che prepararsi a una battaglia all’ultimo sangue. O all’ultimo voto. Eppure il castello del No non sembra così inespugnabile. Nel senso che a sinistra le defezioni sono considerevoli. Qualcuno può replicare che si tratta solo di segmenti di una vecchia classe politica priva di un vero seguito popolare. Ma non ci vorrà molto tempo per sapere come stanno le cose.
A Firenze il presidente emerito della Corte Costituzionale, Augusto Barbera, riformista da sempre, ha rifiutato l’estrema politicizzazione del referendum e si è sforzato di restare al tema. Non è una campagna contro il governo Meloni, ha detto: per appoggiarlo o per affossarlo ci saranno le elezioni politiche. E poi: quella di Nordio è una riforma liberale, non è la rivincita di Berlusconi o addirittura di Licio Gelli. Tantomeno è lo strumento per sottomettere la magistratura alla politica. Barbera ha dato l’impronta al pomeriggio fiorentino. Ma un altro tema è stato sviluppato da diversi intervenuti. Quello secondo cui esprimersi con un Sì il 22 marzo non significa condannare la sinistra alla sconfitta, bensì riaprirle degli spazi e in definitiva restituirla al suo ruolo naturale.
Si può essere o no d’accordo con questa tesi, ma è evidente che ci si avvicina al punto politico. Per quanto lo schieramento favorevole alla riforma sia desideroso di non trasformare il referendum in una ordalia, è chiaro che sarà difficile scansare una resa dei conti. Non tanto tra destra e sinistra, quanto soprattutto all’interno dell’arcipelago della sinistra.
Per adesso il dibattito è tutto centrato su due modi diversi d’intendere l’essere di sinistra nell’Italia del 2026. Il No ha cementato l’asse Schlein-Conte a cui sono ovviamente aggregati Fratoianni e Bonelli. Ma c’è un mondo che rifiuta questa soluzione, all’insegna di “salviamo la Costituzione”, e ritiene invece che sia fondamentale non perdere il passaggio referendario proprio per salvaguardare una cultura riformista al di là del rapporto tra politici e magistrati.
Per cui chi vincerà in marzo potrà determinare il futuro del Pd — e l’alleanza con i 5S — in forme mai sperimentate prima: almeno in questi anni recenti in cui Conte ha quasi sempre dato l’impressione di essere il timoniere del centrosinistra, l’uomo che ne determina la rotta.