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La giustizia, il potere e la lezione di Minneapolis

New York, 15 gennaio: una protesta contro gli agenti dell'Ice (agf)

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L’inquietante torsione del diritto esercitata da Trump sulle città statunitensi è la prova più traumatica del danno che si produce quando la politica marcia sulla magistratura. Dovremmo farne tesoro, a due mesi dal referendum sulla riforma di Meloni e Nordio
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La battaglia di Minneapolis ci sembra lontana. Eppure parla anche di noi. Ci rivela le due facce della crisi post-occidentale. La prima faccia rilancia, drammatizzandolo, il dilemma novecentesco posto da Carl Schmitt: cosa succede a un Paese quando il sovrano decide sullo «stato d’eccezione». La seconda faccia riflette, deformandolo, il quesito settecentesco risolto da Montesquieu: che succede a una democrazia quando chi comanda non riconosce più limiti o contrappesi e impedisce che «il potere arresti il potere».

Il risultato di questo doppio disvelamento ci riguarda. L’inquietante torsione del diritto esercitata da Trump sulle sanctuary cities statunitensi e la conseguente manomissione delle garanzie giudiziali — negate alle vittime e assicurate ai carnefici — sono la prova più traumatica del danno che si produce quando la politica marcia sulla magistratura, pretendendola debole e asservita. Una “lezione americana” di cui dovremmo fare tesoro, a due mesi dal referendum sulla “riform…

La battaglia di Minneapolis ci sembra lontana. Eppure parla anche di noi. Ci rivela le due facce della crisi post-occidentale. La prima faccia rilancia, drammatizzandolo, il dilemma novecentesco posto da Carl Schmitt: cosa succede a un Paese quando il sovrano decide sullo «stato d’eccezione». La seconda faccia riflette, deformandolo, il quesito settecentesco risolto da Montesquieu: che succede a una democrazia quando chi comanda non riconosce più limiti o contrappesi e impedisce che «il potere arresti il potere».

Il risultato di questo doppio disvelamento ci riguarda. L’inquietante torsione del diritto esercitata da Trump sulle sanctuary cities statunitensi e la conseguente manomissione delle garanzie giudiziali — negate alle vittime e assicurate ai carnefici — sono la prova più traumatica del danno che si produce quando la politica marcia sulla magistratura, pretendendola debole e asservita. Una “lezione americana” di cui dovremmo fare tesoro, a due mesi dal referendum sulla “riforma della giustizia” di Meloni e Nordio.

Che siamo dentro lo schmittiano «stato d’eccezione» lo dice la cronaca. L’abuso della forza praticata dai miliziani dell’Ice lo vediamo da giorni. Quella di Renee Nicole Good, madre di famiglia di 37 anni, è stata un’esecuzione. Più efferata di quella che toccò a George Floyd nel 2020, soffocato dal ginocchio dell’agente di polizia Derek Chauvin mentre ripeteva inutilmente «I can’t breath…», diventato poi il grido di rabbia del movimento Black lives matter. La povera Good è stata ammazzata con due pistolettate in faccia da Jonathan Ross, 47 anni, veterano dell’Iraq, ora in forza alla “milizia presidenziale” di Trump.

La Immigration and Customs Enforcement: una polizia ibrida al servizio esclusivo dell’Amministrazione. The Donald la testò a Portland, sul finire del primo mandato. Ora l’ha schierata nelle grandi città a guida democratica, per «spazzare via la feccia dei criminali e dei clandestini». E nonostante le nefandezze che sta compiendo vuole proteggerla con lo scudo dell’Insurrection Act del 1807, la legge che consente di schierare i militari per sedare rivolte o invasioni.

Lo sceriffo della Casa Bianca l’ha coperta di soldi, la sua cara Ice. Per arruolare i “miliziani” gli paga stipendi tra i 50 e gli 89mila dollari, più indennità di servizio, straordinari, rimborso dei prestiti universitari, assicurazioni sanitarie e 26 giorni di ferie retribuite. Per armarli ha fatto aumentare la spesa del 600%. Per motivarli ha fatto scolpire nel bando l’ennesimo delirio ideologico: «Reclutiamo americani patrioti e coraggiosi per espellere criminali stranieri, assassini, stupratori, terroristi, pedofili, in situazione irregolare sulle nostre strade».

The Donald l’ha trasformata nell’avanguardia morale della nazione, e l’ha collocata nella zona grigia dove il confine tra il diritto e l’arbitrio è quasi invisibile. Ventiduemila paramilitari operano mascherati e con poteri illimitati: fermo, perquisizione, identificazione, trattenimento, arresto.

In base al programma 287(g), sono specializzati in deportazioni fast track, cioè espulsioni accelerate di immigrati con margini quasi nulli di revisione giudiziaria. Non rispondono né ai procuratori federali né alle comunità locali, ma solo al governo federale. È il sogno di tutti i leader sovranisti, a partire dalla Sorella d’Italia con la sua spettacolare e fallimentare “operazione Albania” (fermata proprio grazie alla resistenza dei tribunali italiani e della Corte europea).

Il New York Times racconta che nell’ultimo anno i pretoriani di Trump hanno sparato a nove persone in viaggio sulla loro macchina. Nei centri di detenzione Ice sono rinchiusi senza alcuna tutela legale 66mila civili. Secondo il Guardian almeno 32 di questi sono morti per le torture e i pestaggi. In almeno due centri in Florida, il famigerato Alligator Alcatraz e Krome North Service Processing Center, Amnesty International denuncia «trattamenti crudeli, inumani, degradanti».

Poco importa: i limiti costituzionali sono già stati abbondantemente violati, il braccio violento dello Stato ben coperto dai passamontagna neri non ha volto né legge. Ma se in questo tempo infame persino un’agenzia federale può agire mascherata, allora davvero la democrazia si abitua al buio. E quasi senza accorgersene, per cedimenti e scivolamenti progressivi, finisce per diventare altro da sé.

Che questa “lezione americana” sia utile anche a noi lo insegna la storia. Dopo l’esecuzione di Renee Good, almeno sei procuratori federali del Minnesota si sono dimessi dopo aver subito pressioni “uguali e contrarie” dal dipartimento di Giustizia: da un lato gli ha impedito di indagare sul miliziano che ha sparato, dall’altro li ha sollecitati a indagare sulla vedova della vittima, Becca Good, sospettata di avere legami con gruppi attivisti.

Non solo: si sarebbero dimessi anche quattro responsabili della divisione Diritti civili del dipartimento di Giustizia di Washington, dopo che l’assistente procuratore generale Harmeet Dhillon ha bloccato le indagini sull’uso della forza letale da parte dell’agente che ha ucciso Good. La stessa Fbi avrebbe negato agli investigatori statali la possibilità di prendere parte all’inchiesta.

Non sappiamo se l’America, sottoposta a una “cura” così devastante, abbia davvero anticorpi per reggerla e per reagire. Quel che è evidente, per ora, è che in un sistema nel quale i procuratori federali dipendono direttamente dal dipartimento di Giustizia gli strappi al sistema sono all’ordine del giorno. E resistere alle pressioni politiche è sempre più difficile.

L’assassinio di Renee Good e la velenosa coda giudiziaria che si porta dietro ci insegnano che quando il pubblico ministero non è protetto nella sua autonomia e nella sua indipendenza, il rischio di farlo diventare braccio armato dell’esecutivo diventa reale. Un pm isolato dal corpo unico della giurisdizione diventa fatalmente strumento della maggioranza di turno, che insabbia o infiamma secondo convenienza. Negli Stati Uniti sta succedendo questo.

Guardando alle urne del 22-23 marzo, dobbiamo chiederci: vogliamo che succeda anche da noi? Vogliamo magistrati che rispondano solo alla Costituzione o li preferiamo al servizio del governo pro tempore? La separazione delle carriere tra giudici e pm sancirebbe «il primato della politica» sulla magistratura: lo riconosce il guardasigilli Nordio (suo malgrado, miglior testimonial del no).

Eppure, anche a sinistra, si schiera per il sì qualche povera anima candida, in nome del solito “garantismo” e in cerca di qualche poltrona. Rivendicano la loro “coerenza”, rispetto a una linea tenuta ai tempi della riforma Vassalli. Come se l’Italia del 1988 fosse la stessa del 2026. Come se oggi governasse il mite Giovanni Goria, e non la ducetta post-missina di Colle Oppio, che fa gli spot per la rielezione di Orbán insieme ai capi delle peggiori destre neo-fasciste e neo-naziste d’Europa.

Ha detto bene Jonathan Safran Foer, in una splendida intervista a Repubblica: «Le democrazie falliscono non solo per cattivi leader, ma anche per cittadini esausti che si abituano alle ferite morali». Vale nell’Americana trumpiana come nell’Italia meloniana.

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