Dopo quasi due secoli di cammino, la sinistra dovrebbe capire immediatamente che le sue città sacre, simboliche, oggi sono Kiev e Teheran. Ciò che accade in Ucraina e in Iran la interpella perché chiama in causa i suoi valori di libertà, la sua vocazione alla solidarietà con i più deboli, il suo rifiuto dei soprusi e delle ingiustizie, il sostegno alla lotta per la liberazione da ogni tirannide, la sua difesa del diritto e dei diritti. Dopo aver venerato i falsi idoli del comunismo nel Novecento, che promettevano la liberazione universale e imprigionavano Paesi e popoli nella dittatura, questo è il “Credo” che le è rimasto, coerente con l’impegno per la giustizia e la libertà, l’uguaglianza e l’emancipazione, sopravvissuto alle tempeste del vecchio secolo e alle ambiguità del nuovo. Non è poco, e in ogni caso è sufficiente per stare all’onore del mondo, fare la propria parte nel ruolo assegnato dalla storia e difendere finalmente i principi della democrazia dovunque vengano messi in d…
Dopo quasi due secoli di cammino, la sinistra dovrebbe capire immediatamente che le sue città sacre, simboliche, oggi sono Kiev e Teheran. Ciò che accade in Ucraina e in Iran la interpella perché chiama in causa i suoi valori di libertà, la sua vocazione alla solidarietà con i più deboli, il suo rifiuto dei soprusi e delle ingiustizie, il sostegno alla lotta per la liberazione da ogni tirannide, la sua difesa del diritto e dei diritti. Dopo aver venerato i falsi idoli del comunismo nel Novecento, che promettevano la liberazione universale e imprigionavano Paesi e popoli nella dittatura, questo è il “Credo” che le è rimasto, coerente con l’impegno per la giustizia e la libertà, l’uguaglianza e l’emancipazione, sopravvissuto alle tempeste del vecchio secolo e alle ambiguità del nuovo. Non è poco, e in ogni caso è sufficiente per stare all’onore del mondo, fare la propria parte nel ruolo assegnato dalla storia e difendere finalmente i principi della democrazia dovunque vengano messi in discussione.
In realtà è una prova di governo, quella che viene richiesta oggi alla sinistra. Perché la semplice buona amministrazione non basta più di fronte all’emergenza continua di un mondo fuori controllo, con il cittadino che si sente esposto, vulnerabile, non più tutelato dal monopolio statale della forza, e dunque cerca protezione nella scorciatoia autoritaria, nell’uomo forte, nella semplificazione autocratica, dando alla democrazia le colpe degli errori e delle inadempienze della politica: pronto infine a barattare quote di libertà con porzioni ulteriori di sicurezza, non importa di quale natura e provenienza. Per governare non soltanto un Paese complicato come l’Italia, ma una crisi mondiale senza precedenti e senza più regole, in cui ci muoviamo al buio, occorre chiarezza su tre concetti fondamentali del nostro presente e del futuro: la libertà, l’Occidente e la democrazia. Rappresentano rispettivamente la nostra condizione di uomini e donne arbitri del proprio destino, l’ambito culturale e non soltanto geografico in cui si è manifestata la nostra civiltà, la forma politica e istituzionale che abbiamo dato al nostro sistema di relazione e di convivenza, nel riconoscimento reciproco che costituisce una comunità civile.
In Ucraina è evidente che qualunque regola democratica è calpestata da quattro anni, quando i carrarmati russi hanno violato i confini di uno Stato sovrano con l’invasione dando il via ad un conflitto di conquista territoriale e spirituale, perché la vera disputa storica e perenne riguarda l’anima originaria della Rus’di Kiev, contesa tra Russia e Europa. C’è la libertà della popolazione ucraina aggredita, bombardata nella vita civile delle città distrutte, e la libertà imperiale della Russia, che concede a se stessa la licenza di riscrivere nel territorio altrui la sua storia millenaria forzando il futuro di un popolo ad allinearsi al destino sacro dell’impero, in modo che Mosca adempia alla sua missione salvifica universale. E c’è l’Occidente vissuto dal Cremlino come civiltà concorrente e impero sfidante, dunque nemico permanente, con la proiezione mitica dell’Eurasia come spazio spirituale, continente interiore ed esito geopolitico di questo scontro decisivo di inizio secolo, che deve regolare i conti sospesi tra la democrazia e l’autocrazia.
Pare difficile per ogni cittadino di qualsiasi tendenza politica non riconoscere nell’Ucraina il soggetto aggredito e non manifestare solidarietà, semplicemente in nome dell’umanità, della libertà, dell’autonomia dei popoli e dell’indipendenza degli Stati: che sono valori universali, dunque anche nostri. Ma è incomprensibile per qualunque frangia della sinistra non fare un passo in più, per vedere nitidamente all’opera con l’Armata russa quell’imperialismo che pure è stato uno dei principali fantasmi nel Novecento, impersonato dagli Stati Uniti d’America. Che uso politico fare, adesso, di quell’imperialismo risorgente? Negarlo, fingere di non vederlo, scusarlo, per la parte contraria a Zelensky: pur di non doverlo giudicare e di trovarsi infine a difendere il punto di vista dell’Occidente e i suoi valori costitutivi.
In Iran la contraddizione di questa sinistra minoritaria e miope è ancora più netta. C’è una rivolta popolare contro una dittatura teocratica che da 47 anni opprime il popolo trasformando la legge del Creatore in obbligo per tutte le creature, finché la cintura terroristica di cui il regime si è circondato è crollata e una crisi economica devastante ha portato il popolo in strada contro gli ayatollah, sfidando i guardiani della rivoluzione che hanno risposto uccidendo gli insorti a migliaia, in un vero e proprio massacro della libertà, a raffiche di mitragliatrice. Di fronte a questa evidenza della reazione, dell’oppressione, dell’assolutismo come è possibile esitare, dubitare, operare dei distinguo? La causa dei ragazzi e delle ragazze di Teheran è la causa di tutti i cittadini democratici, di qualsiasi sinistra: oppure la sinistra non ha causa.
La verità, molto amara, è che un pezzo di sinistra non accetta di riconoscersi nel metro di giudizio dell’Occidente, perché non riconosce i valori e il valore della democrazia. Sembra impossibile, ma è così. In questo rifiuto confluiscono ragioni vecchie e nuove, che danno corpo a uno spirito antidemocratico eterno, perfettamente incrociato con l’antidemocrazia della destra: residui di credenza sovietica, cenere comunista, brace antiamericanista sempre accesa, e su tutto la benzina del nuovo populismo, ottuso prigioniero della favola che racconta la democrazia come inganno, truffa delle élite che non va difesa e anzi merita il disprezzo del popolo. Questo spiega perché la sacrosanta protesta contro Israele per i crimini di Gaza è cresciuta senza ostacoli a sinistra, dominando il campo fino a tracimare negli slogan terroristici di Hamas: perché si potevano difendere i diritti dei più deboli senza sposare l’Occidente democratico.
È chiaro a tutti che oggi il caos planetario in cui siamo immersi ha il suo centro motore a Washington, nella distruzione programmata e costante che Donald Trump sta facendo dell’ordine mondiale regolatore della coesistenza pacifica, disconoscendo le alleanze, svuotando le organizzazioni internazionali di prevenzione e regolazione dei conflitti, legittimando l’egoismo nazionale delle grandi potenze a compiere i suoi interessi con la forza, a danno di chiunque. Ma qui la contraddizione si esalta fino a sciogliersi: perché l’opposizione — e ormai la resistenza — a Trump è esattamente in difesa di quei valori occidentali di libertà che hanno segnato tutta la storia migliore degli Stati Uniti: contro Trump in nome dell’America, della democrazia e dell’Occidente, quindi passando — dopo Gaza — da Kiev e Teheran. Che sono necessariamente le capitali della sinistra nel nuovo secolo: oppure il capolinea.