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Le nuove ragioni della Memoria

MILANO - Posa di 14 nuove Pietre d'Inciampo, iniziativa che rientra nell'ambito delle celebrazioni del Giorno della Memoria

 (fotogramma)
L’abbattimento dei cancelli di Auschwitz giustifica la celebrazione
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Un anno fa, di questi giorni, moriva Furio Colombo, molto amato dai lettori di Repubblica e non solo. Era stato tra coloro che più si erano battuti per l’istituzione del Giorno della Memoria: ma anche tra i primi che, in seguito, considerarono criticamente il processo di appannamento – direi di sbiadimento – di quella celebrazione.

Tuttavia quella del prossimo martedì 27 gennaio, ottantunesimo anniversario della liberazione dei prigionieri del lager di Auschwitz, sarà una ricorrenza particolarmente controversa: “Difficile da celebrare perché troppo calde le braci degli ultimi scontri” (Anna Foa sul Domani). Ma forse, contraddittoriamente, può essere l’occasione per una nuova vitalità del Giorno della Memoria, anche attraverso il conflitto delle idee e delle interpretazioni. Ricordo che il testo della norma istitutiva parla – oltre che della Shoah – delle leggi razziali fasciste, della persecuzione italiana dei cittadini ebrei, dei deportati e di quanti, anche in schieramenti diversi,…

Un anno fa, di questi giorni, moriva Furio Colombo, molto amato dai lettori di Repubblica e non solo. Era stato tra coloro che più si erano battuti per l’istituzione del Giorno della Memoria: ma anche tra i primi che, in seguito, considerarono criticamente il processo di appannamento – direi di sbiadimento – di quella celebrazione.

Tuttavia quella del prossimo martedì 27 gennaio, ottantunesimo anniversario della liberazione dei prigionieri del lager di Auschwitz, sarà una ricorrenza particolarmente controversa: “Difficile da celebrare perché troppo calde le braci degli ultimi scontri” (Anna Foa sul Domani). Ma forse, contraddittoriamente, può essere l’occasione per una nuova vitalità del Giorno della Memoria, anche attraverso il conflitto delle idee e delle interpretazioni. Ricordo che il testo della norma istitutiva parla – oltre che della Shoah – delle leggi razziali fasciste, della persecuzione italiana dei cittadini ebrei, dei deportati e di quanti, anche in schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio.

È la conferma del carattere, per così dire, cupamente “universalistico” dell’azione criminale del nazismo che fece strage, intorno al nucleo fondamentale dell’odio antigiudaico, di oppositori politici e sindacali, anarchici e comunisti, rom e sinti, slavi e polacchi, prigionieri di guerra sovietici, testimoni di Geova, persone con disabilità, omosessuali e individui “asociali”. Già una simile consapevolezza potrebbe aiutare a fare del Giorno della Memoria, a partire dalla unicità metafisica della Shoah, una data che onori la dignità di tutte le vittime di tutti i fascismi e di tutti i razzismi. Ma non va taciuto che il prossimo 27 gennaio rischia di essere oscurato dalla crudeltà del presente: e che, dunque, i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal governo di Benjamin Netanyahu possano mettere in ombra l’enormità e l’incomparabilità della Shoah, fino all’insidioso sillogismo: le vittime si sono fatte carnefici. Troppi non riescono a vedere come in questa affermazione vi sia il germe dell’eterno razzismo. Ovvero, la generalizzazione della colpa: cioè l’attribuzione a un’intera comunità o a un intero popolo delle colpe dei singoli (anche se i singoli possono essere tanti).

Così come la responsabilità penale è personale, e le responsabilità degli Stati e dei governi sono esclusivamente di natura politica, frutto di concezioni e decisioni altrettanto politiche, non può essere sostenuta in alcun modo una idea di continuità storico-morale dell’ebraismo: una continuità di natura religiosa o identitaria tra gli individui vittimizzati un secolo fa e i governi di una entità statuale contemporanea. Una persona democratica deve essere capace di condannare la politica dell’assassinio e della segregazione dell’attuale governo israeliano senza per questo attenuare il ripudio incondizionato dell’Olocausto, o consentirne anche solo l’impallidimento o la relativizzazione, in particolare di quel connotato che abbiamo prima definito “universalistico”. Non è un’impresa facile.

Così come non è affatto facile districarsi nella selva linguistica che costituisce una delle principali minacce per qualsiasi dibattito razionale. La definizione di antisemita, ossia l’ingiuria più sanguinosa concepibile nelle società democratiche, viene oggi manovrata spregiudicatamente dalla destra per screditare chiunque critichi le politiche israeliane, facendo propria così quella impostazione razzistica per cui stigmatizzare un governo significherebbe stigmatizzare tutto il suo popolo e addirittura la sua intera storia.

Allo stesso modo, e sempre con una procedura di omologazione, una parte della sinistra ricorre alla definizione di sionista, dimenticando come “esistono tanti sionismi”: quello che voleva “arabi ed ebrei insieme” e “altri sionismi che sono estremisti, razzisti, quali quelli al potere oggi in Israele” (ancora Foa).

Le questioni fin qui trattate richiamano, tutte, definizioni controverse, connotate da una forte tensione emotiva. L’insidia maggiore per una libera discussione in proposito è rappresentata, prima ancora che dall’indifferenza, dalla banalizzazione. Questa ultima è la forma consumistica e subculturale del nichilismo etico, che tutto azzera e tutto livella.

Ne consegue una ulteriore ragione per sottrarre il Giorno della Memoria sia a una logora retorica che a una ritualità consolatoria. In questo senso una “attualizzazione” troppo bruciante della ricorrenza, stiracchiata di qua e di là per inorridire davanti a tutti gli orrori del mondo, non produce quella diffusione del senso profondo della memoria di Auschwitz che sarebbe auspicabile, bensì la sua svalorizzazione.

In altre parole, l’indicibilità della barbarie nazista non è misurabile e comparabile sulla base del numero delle vittime o dell’efferatezza dei crimini: ciò che la rende sovra-umana è il “pensiero del lager”. Il paradigma del campo di concentramento come processo di “cosizzazione” (reificazione) dei prigionieri e la loro integrazione nel meccanismo di produzione – dal lavoro schiavistico all’estrazione dei denti d’oro all’uso dei capelli per rinforzare i tessuti, fino all’utilizzo dei cadaveri come cavie di esperimenti – manifesta compiutamente quel pensiero totalizzante e totalitario. Ecco una ragione robusta per confermare il Giorno della Memoria innanzitutto come quello dell’“abbattimento dei cancelli di Auschwitz” (così la legge istitutiva).

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