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Europa-Usa, dall’alleanza alla sottomissione

Davos, 21 gennaio: Donald Trump al World Economic Forum (reuters)

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Nasce una nuova forma di potere, il dominio, che non conosce limiti e non deve giustificarsi mentre si compie. Dopo la democrazia, la gerarchia. Il presidente dispone, il mondo ubbidisce come se fosse stato conquistato, già invaso senza truppe, e soggiogato
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Tra le nevi sovrane di Davos, dove si celebra il rito periodico del potere mondiale che rassicura se stesso, quest’anno è andata in scena una doppia rottura del copione che racconta il cammino inesorabile del progresso. Sul palco, il dramma della Groenlandia, diventata preda del nuovo anarco-imperialismo americano e costretta a difendere la sua indipendenza e la sua libertà. Dietro le quinte, la tragedia della democrazia smembrata nelle sue regole e nei suoi vincoli, e soprattutto nel rigetto del principio base di uguaglianza, con l’Europa invitata ad accettare la sua retrocessione da partner a vassallo. Anche se abbiamo paura a dirlo, ciò che ci viene chiesto — come cittadini, leader, Stati e Unione — è infatti esattamente questo: un atto generale di sottomissione.

Nella lunga stagione della democrazia il cittadino ha continuamente negoziato con il potere quote di sicurezza, spazi di libertà, ambiti di cittadinanza, esercizio di diritti in cambio di consenso, rispetto delle regole, …

Tra le nevi sovrane di Davos, dove si celebra il rito periodico del potere mondiale che rassicura se stesso, quest’anno è andata in scena una doppia rottura del copione che racconta il cammino inesorabile del progresso. Sul palco, il dramma della Groenlandia, diventata preda del nuovo anarco-imperialismo americano e costretta a difendere la sua indipendenza e la sua libertà. Dietro le quinte, la tragedia della democrazia smembrata nelle sue regole e nei suoi vincoli, e soprattutto nel rigetto del principio base di uguaglianza, con l’Europa invitata ad accettare la sua retrocessione da partner a vassallo. Anche se abbiamo paura a dirlo, ciò che ci viene chiesto — come cittadini, leader, Stati e Unione — è infatti esattamente questo: un atto generale di sottomissione.

Nella lunga stagione della democrazia il cittadino ha continuamente negoziato con il potere quote di sicurezza, spazi di libertà, ambiti di cittadinanza, esercizio di diritti in cambio di consenso, rispetto delle regole, coesione sociale, riconoscimento implicito dell’autorità dello Stato.

Il pendolo del contratto sociale si muoveva secondo le fasi della vicenda pubblica, interna e internazionale, inclinando verso i diritti nei periodi di benessere, ripiegando sulla sicurezza nei momenti di crisi, come suggeriva la coscienza collettiva del Paese. Ma tutto questo avveniva dentro la regola democratica di base, per cui il potere appartiene al popolo, che lo esercita attraverso suoi rappresentanti, scelti con libere elezioni. È il principio della sovranità popolare, che si unisce al concetto di Stato di diritto, in base al quale tutti — inclusi i governanti — sono soggetti alla legge, condizione necessaria per garantire legalità, certezza del diritto e uguaglianza.

Oggi che la cornice costituzionale del mondo democratico è sottoposta a una forte pressione e sta cedendo, un potere prova a fuoriuscire dal sistema per sovraordinarsi rispetto a tutte le altre potestà concorrenti: è l’esecutivo che non riconosce più pari dignità al legislativo e al giudiziario, perché incorona il leader di una potestà suprema. È un passaggio d’epoca, dalla stagione democratica all’età autocratica. Lo stiamo vivendo, senza accorgerci di un altro passaggio in corso, che ci riguarda tutti: quello, appunto, dall’uguaglianza alla sottomissione.

Londra, 24 gennaio: in piazza per la Groenlandia (reuters)

Al leader della maggiore potenza mondiale non basta più governare, vuole comandare. Le sue intenzioni diventano ordini, le sue decisioni devono realizzarsi immediatamente senza il concorso, il vaglio, il controllo di altre autorità legittime. Con questa modalità esecutiva trasformata in metodo, il presidente degli Stati Uniti modella direttamente la realtà, plasmandola secondo i suoi bisogni. Il suo soggetto di riferimento non è il popolo, pur sempre composto da cittadini portatori di diritti, ma l’America da rifare grande, un’entità meta-politica portatrice di un destino più che di un progetto politico, con una missione che si raccoglie e si realizza nella perennità della supremazia universale.

Per compiere questo destino metafisico l’America si vuole sganciare definitivamente da ogni obbligo nei confronti dei principi che hanno guidato per decenni la sua azione nel mondo, e cioè la democrazia e la libertà: che spesso hanno dovuto convivere con l’imperialismo a stelle e strisce camuffato sotto le loro insegne, ma non sono mai stati ripudiati come criteri ispiratori della civiltà occidentale, impersonata dall’alleanza tra Stati Uniti ed Europa.

Oggi tutto questo salta, l’alleanza, l’Occidente, il legame con l’Europa, il metodo democratico. La libertà permane, ma pervertita in un’inversione di significato: la nuova libertà concepita dalla destra neo-reazionaria e sperimentata in America infatti è lo scioglimento di tutti i vincoli, il rigetto di qualsiasi tradizione, il superamento di ogni obbligo. L’America è libera in quanto liberata dalla servitù alla democrazia, ecco il punto.

E qui nasce una nuova forma di potere, il dominio, che non conosce limiti e non deve giustificarsi mentre si compie. Tutto — la politica, la diplomazia, la strategia — si riassume e si centrifuga nella formula usata da Trump per spiegare le sue mire sulla Groenlandia: «Ci serve». Due parole nude che non testimoniano solo l’egoismo del nuovo potere, ma contengono l’ordine al resto del mondo di adeguarsi ai tempi, conformarsi all’ordine, ubbidire al comando. Appunto, sottomettersi. Dopo la democrazia, la gerarchia. Il presidente dispone, il mondo ubbidisce come se fosse stato conquistato, già invaso senza truppe, e soggiogato.

È sorprendente scoprire che sono proprio i leader europei (i quali in quanto alleati godevano di una pari dignità con il capo della Casa Bianca) ad accettare questo passaggio dalla partnership alla subalternità, con la loro paura di irritare il presidente americano, anche quando dissentono dalle pretese più inaccettabili. «C’è una forte tendenza nei Paesi a evitare problemi — ha detto a Davos il premier canadese Mark Carney — ad adagiarsi, adattarsi, accomodarsi, sperando che la conformità garantisca sicurezza.

Non è così: i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono». In realtà sottrarsi al comando non è semplice, perché gli ordini di Trump contengono già nel modo in cui sono formulati il dispositivo della sottomissione: «Prenderemo il petrolio» in Venezuela; «Se non pagate, vi lasciamo soli», ai soci Nato; «Sei il più grande ostacolo alla pace», a Zelensky; «Vi abbiamo protetti, ora basta», agli alleati; «Tornate in America o pagherete», agli imprenditori; «Se ci dite no sulla Groenlandia, ce ne ricorderemo», ai partner europei.

La verità è che l’impero non ha bisogno di alleati, nemmeno di cittadini, neppure di amici, ma solo di obbedienza alla nuova razionalità del potere assoluto, in uno Stato non più zavorrato da pretese, diritti e obblighi ma teso semplicemente all’ordine e alla semplificazione istituzionale, mentre gli obiettivi si riassumono nella ricchezza finanziaria e territoriale, misura della nuova potenza.

La sottomissione viene proposta come necessità inevitabile, come protezione, come via d’uscita dalla fatica della democrazia, come esito impolitico delle crisi che abbiamo attraversato, come superamento delle intermediazioni, come consegna individuale alla sovranità autorizzata degli algoritmi.

Per creare sottomissione il nuovo sovrano non ha necessità di cambiare il paesaggio politico perché non deve sedere su un trono, non ha rituali di insediamento e codici di capitolazione: può mantenere la superficie del sistema intatta e operare al suo interno, spingendo tutti a conformarsi, a disarmarsi, in sostanza ad arrendersi, firmando un patto che ridimensiona l’autonomia, il conflitto e la libertà in cambio dell’ordine, della stabilità, del controllo.

Il cittadino assiste alla mutazione del potere grazie a questo accumulo di sovranità, e pensa di attraversare la rivoluzione autoritaria in atto rimanendo indenne. Ma in realtà la sottomissione non è mai un atto privato, bensì una scelta politica che pur se è decisa individualmente ha un riflesso pubblico: perché quando il leader si fa imperatore, l’individuo sottomesso è già diventato suddito.

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