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Meloni-Trump, un’affinità pericolosa

Roma, 21 gennaio: Giorgia Meloni a "Porta a porta" con Donald Trump sullo sfondo 

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Questa vicinanza ideologica avrà un costo politico crescente. Per due buone ragioni
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha un problema, un problema piuttosto serio. Si chiama Donald Trump. La scorsa settimana ha reso evidente la rottura dei tradizionali rapporti transatlantici. La marcia indietro di Trump sulla Groenlandia ha evitato infatti lo scontro aperto ma non ha ricucito nulla e i governi in Europa ne prendono atto, sia pure con toni e forme diverse.

Il governo italiano invece giudica «infantilismi» le critiche agli Usa, frena su tutto e resta aggrappato all’idea che tra le due rive dell’Atlantico possa tornare il sereno. E visto che il sereno non torna, Meloni scompare. Si tiene alla larga da Davos, non parla in pubblico prima e dopo il Consiglio europeo. Addirittura nell’importante incontro italo-tedesco dice che con qualche aggiustamento sarebbe bello entrare nello stravagante Board of Peace e, peggio, per compiacere Trump evoca le sue aspirazioni al Nobel proprio nelle ore in cui in Europa si protesta per le parole ignobili sui militari alleati in …

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha un problema, un problema piuttosto serio. Si chiama Donald Trump. La scorsa settimana ha reso evidente la rottura dei tradizionali rapporti transatlantici. La marcia indietro di Trump sulla Groenlandia ha evitato infatti lo scontro aperto ma non ha ricucito nulla e i governi in Europa ne prendono atto, sia pure con toni e forme diverse.

Il governo italiano invece giudica «infantilismi» le critiche agli Usa, frena su tutto e resta aggrappato all’idea che tra le due rive dell’Atlantico possa tornare il sereno. E visto che il sereno non torna, Meloni scompare. Si tiene alla larga da Davos, non parla in pubblico prima e dopo il Consiglio europeo. Addirittura nell’importante incontro italo-tedesco dice che con qualche aggiustamento sarebbe bello entrare nello stravagante Board of Peace e, peggio, per compiacere Trump evoca le sue aspirazioni al Nobel proprio nelle ore in cui in Europa si protesta per le parole ignobili sui militari alleati in Afghanistan.

Che non ci si possa illudere su un ritorno di fiducia transatlantica lo ha detto in modo impeccabile il premier canadese Mark Carney: è in corso una rottura dell’ordine globale, dobbiamo prenderne atto e coordinarci, la nostalgia non è una strategia. Che siamo di fronte a un nuovo capitolo della storia dell’Occidente lo pensano quasi tutti, non solo chi, come Macron, insiste da tempo sull’autonomia strategica europea, ma anche Starmer, nonostante la relazione speciale Londra-Washington, il cancelliere Merz, lo stesso Tusk che, assieme ai baltici, è sempre stato riluttante ai distinguo dagli Usa per ovvie ragioni storiche e geografiche.

Meloni no. Il governo tiene il punto, per fortuna, sul sostegno all’Ucraina, ma senza aderire alla coalizione dei volenterosi. Condivide comunicati di solidarietà con la Danimarca, ma ironizza sulle presenze militari europee in Groenlandia. Non rompe con la Ue, ed è un bene, ma invita alla calma, non al risveglio. Alla fine, passato un giorno e mezzo, critica anche le parole sull’Afghanistan, ed è il minimo. Insomma, dopo Orbán, che conta molto poco, il nostro rimane il governo più trumpiano d’Europa. E temo che ne vada tuttora fiero.

Eppure non direi che la benevolenza di Trump abbia assicurato particolari vantaggi all’Italia. Non sui dazi, dove abbiamo spinto perché von der Leyen accettasse l’accordo a ribasso di luglio e restiamo in balia di decisioni imprevedibili. E nemmeno su altri dossier economici o politici. I più entusiasti si erano addirittura spinti a presentare l’invito al Board of Peace come frutto dei buoni rapporti Meloni-Trump, ma poi si è capito che più che di un privilegio si trattava di un guaio.

In ballo non c’è dunque l’interesse nazionale, ma l’affinità ideologica coltivata per anni da Lega e Fratelli d’Italia con il mondo Maga e con le sue concezioni estremiste sulla famiglia, gli immigrati, il culto della nazione contrapposto all’Europa. Un ancoraggio ideologico che Meloni non vuole perdere.

Qui c’è il problema, per il governo: questa affinità ideologica avrà un costo politico crescente. Per due buone ragioni. La prima è che la strategia di America First, per quanto enunciata spesso in modo erratico, ha una sua coerenza. Non è un temporale passeggero.

La Casa Bianca vuole ridurre l’impegno Usa in Europa, come ribadito anche dal documento strategico del Pentagono. Considera gli europei non come i migliori alleati nel sistema che ha consentito agli Usa di diventare una superpotenza, ma come dei passeggeri ciarlieri che viaggiano senza pagare il biglietto. Ridimensiona la distinzione tra democrazie e autocrazie. Mette i propri interessi economici, talvolta anche quelli personali, davanti a tutto. Questa è la strategia, e accentuerà la divaricazione transatlantica.

La seconda ragione per cui questo costituisce un problema è che la postura del presidente Trump è sommamente impopolare in Europa, e non soltanto a sinistra. Perfino le destre sovraniste e antieuropee, Farage, Le Pen, Afd, quelle destre che Elon Musk e il vicepresidente Vance esaltano e vorrebbero al governo dei rispettivi Paesi, hanno criticato apertamente le minacce sulla Groenlandia e le nuove sanzioni, spingendosi a chiedere una risposta europea più decisa.

Il problema è destinato a crescere anche perché aumenteranno le difficoltà di Trump sul piano economico e del consenso interno, vedi la vergogna di Minneapolis. Ma questo non gli farà cambiare idea. Al contrario potrebbe indurre a scelte ancora meno prevedibili in vista delle elezioni di Midterm.

Per le opposizioni si apre dunque uno spazio politico, su una linea di coerenza europeista, di sostegno all’Ucraina, di impegno per la difesa comune, di lotta contro le autocrazie e i regimi illiberali, di promozione di un ordine mondiale basato su apertura agli scambi e regole condivise. Uno spazio enorme, a volerlo e saperlo occupare.

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