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Un nuovo ordine mondiale

Donald Trump a Davos (agf)

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Nel suo discorso a Davos, il primo ministro del Canada Mark Carney ha invitato a prendere atto che l’ordine mondiale del dopoguerra è finito, e ha esortato le “potenze intermedie” a cooperare tra loro in modo pragmatico, per difendere i valori democratici e non finire succubi dei paesi egemoni. Carney ha ragione, su entrambi i punti. Ma le sue considerazioni aprono nuovi e importanti interrogativi.

Primo: come organizzare la cooperazione tra i paesi che vogliono farlo, e intorno a quali principi? Per cooperare in modo credibile e duraturo, non basta la buona volontà. Nell’ordine mondiale creato e ora distrutto dagli Stati Uniti, la cooperazione era stata istituzionalizzata. Quell’ordine è durato a lungo grazie alle istituzioni su cui si reggeva e alle loro regole. Se non possiamo più fare affidamento sulle istituzioni esistenti, perché le regole del Wto non sono rispettate, non siamo sicuri che gli Stati Uniti difenderanno gli altri paesi della Nato o addirittura temiamo che possano a…

Nel suo discorso a Davos, il primo ministro del Canada Mark Carney ha invitato a prendere atto che l’ordine mondiale del dopoguerra è finito, e ha esortato le “potenze intermedie” a cooperare tra loro in modo pragmatico, per difendere i valori democratici e non finire succubi dei paesi egemoni. Carney ha ragione, su entrambi i punti. Ma le sue considerazioni aprono nuovi e importanti interrogativi.

Primo: come organizzare la cooperazione tra i paesi che vogliono farlo, e intorno a quali principi? Per cooperare in modo credibile e duraturo, non basta la buona volontà. Nell’ordine mondiale creato e ora distrutto dagli Stati Uniti, la cooperazione era stata istituzionalizzata. Quell’ordine è durato a lungo grazie alle istituzioni su cui si reggeva e alle loro regole. Se non possiamo più fare affidamento sulle istituzioni esistenti, perché le regole del Wto non sono rispettate, non siamo sicuri che gli Stati Uniti difenderanno gli altri paesi della Nato o addirittura temiamo che possano attaccarli, e le Nazioni Unite non sostengono la cooperazione sul clima, su quali basi va impostata la cooperazione tra i paesi volenterosi? Va bene essere pragmatici. Ma il pragmatismo va guidato dalla consapevolezza di dove vogliamo arrivare.

Prendiamo l’esempio del commercio internazionale. Le regole del Gatt-Wto si basano su due principi: reciprocità e non-discriminazione. Reciprocità vuol dire che i cambiamenti nelle tariffe di due paesi devono essere reciproci nei loro effetti economici. Se io riduco la mia tariffa su un tuo bene, tu mi devi offrire una concessione con analoghi effetti economici. Non-discriminazione vuol dire che eventuali vantaggi concessi a un paese devono essere estesi (con reciprocità) anche agli altri membri del Wto. Questi principi, che ammettono una serie di eccezioni, hanno due grandi vantaggi: semplificano la negoziazione di accordi cooperativi, e incoraggiano la partecipazione dei paesi piccoli e con minor potere contrattuale. La reciprocità, verso l’alto e verso il basso, è alla base di qualunque accordo cooperativo. E la non-discriminazione garantisce che i paesi più grandi non approfittino della loro forza per soggiogare i più deboli, come invece sta facendo Trump. La cooperazione tra “potenze intermedie” auspicata da Carney continuerà a rispettare questi principi guida, oppure no? E in caso contrario, da quali criteri verranno sostituiti? Queste domande sono particolarmente rilevanti per l’Unione Europea (Ue), che grazie alle sue dimensioni può e dovrebbe svolgere un ruolo di leadership per tenere in piedi l’impalcatura del Wto nei confronti di chi vuole continuare a cooperare.

Il secondo interrogativo riguarda l’Europa ancora più direttamente. Come e con chi rinforzare la cooperazione? All’interno della Ue e tramite le sue istituzioni, o direttamente tra i singoli paesi? Questo interrogativo è centrale nel campo della difesa. Non si tratta di sostituire gli accordi difensivi della Nato, ma di aumentare la capacità militare dei singoli paesi, soprattutto europei, oggi troppo dipendenti dagli Stati Uniti. Ciò richiede non solo più risorse finanziarie, ma soprattutto una maggiore integrazione delle industrie belliche e il coordinamento di tecnologie e infrastrutture militari. La via più semplice sono accordi intergovernativi aperti a paesi extra-Ue come Inghilterra, Canada e Norvegia — paesi che hanno maggiori capacità militari e comunanza di valori e interessi con i fondatori della Ue rispetto a paesi membri come l’Ungheria.

Tuttavia, vi è il rischio di indebolire le istituzioni europee e la cooperazione tra tutti i paesi membri, proprio quando invece bisognerebbe rinforzarle. Come è possibile ridurre questo rischio? Un rapporto dell’istituto di ricerca Bruegel suggerisce di includere in questi accordi tra paesi anche la Ue, rappresentata dalla Commissione Europea, come già avviene per la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers). Ma tutti i paesi membri della Ue sono azionisti della Bers, mentre probabilmente ciò non accadrebbe in accordi di cooperazione militare, e la partecipazione della Ue richiederebbe l’unanimità degli stati membri.

L’ultimo interrogativo riguarda l’Italia. Se, come ci auguriamo, il governo condivide l’analisi e le esortazioni di Carney, cosa intende fare per agire di conseguenza? Il protocollo tra Germania e Italia appena siglato è un passo importante nella direzione giusta, e contiene molte dichiarazioni strategiche importanti e non scontate. Ma poi occorre passare dalle parole ai fatti. E soprattutto, come ha ricordato Paolo Gentiloni su queste colonne, occorre prendere le distanze dall’amministrazione Trump. Speriamo tutti che il legame tra Europa e Stati Uniti, basato su comunanza di valori e di interessi, come dice il documento italo-tedesco, non si sia già rotto, anche se non è affatto detto che sia così. Ma è molto probabile che il secondo mandato di Trump finisca molto male: o con una pesante sconfitta elettorale, o perché la più vecchia democrazia del mondo cesserà di essere tale. In entrambi i casi, la vicinanza a questa amministrazione si rivelerebbe un grave errore politico. Per l’Italia, ma soprattutto per i partiti al governo.

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