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La campagna incerta del referendum

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Il punto di Folli del 29 gennaio 2026
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Ora che la data del 22-23 marzo è stata confermata — e c’erano pochi dubbi al riguardo — si può dire che la campagna per il referendum sulla giustizia è davvero cominciata. E subito arriva la prima novità, anche se è eccessivo parlare di un colpo di scena. Il sondaggio Ixé prevede al momento la parità tra il Sì e il No, con un impercettibile vantaggio a favore della riforma, talmente esiguo da non essere significativo. Per la verità anche Pagnoncelli, Ipsos, aveva fotografato l’equilibrio sostanziale tra i due campi. E un doppio indizio fa quasi una prova. La sicurezza con cui i fautori del Sì guardavano al risultato finale, con una punta di supponenza nel darlo per scontato, è smentita da queste proiezioni.

Si dirà che le ricerche demoscopiche offrono solo indicazioni generiche e non tengono conto di vari fattori; si metterà in luce che molte risposte dipendono da come sono stati posti i quesiti; s’insisterà sul punto che non basta calcolare l’intenzione di votare, occorre soprattu…

Ora che la data del 22-23 marzo è stata confermata — e c’erano pochi dubbi al riguardo — si può dire che la campagna per il referendum sulla giustizia è davvero cominciata. E subito arriva la prima novità, anche se è eccessivo parlare di un colpo di scena. Il sondaggio Ixé prevede al momento la parità tra il Sì e il No, con un impercettibile vantaggio a favore della riforma, talmente esiguo da non essere significativo. Per la verità anche Pagnoncelli, Ipsos, aveva fotografato l’equilibrio sostanziale tra i due campi. E un doppio indizio fa quasi una prova. La sicurezza con cui i fautori del Sì guardavano al risultato finale, con una punta di supponenza nel darlo per scontato, è smentita da queste proiezioni.

Si dirà che le ricerche demoscopiche offrono solo indicazioni generiche e non tengono conto di vari fattori; si metterà in luce che molte risposte dipendono da come sono stati posti i quesiti; s’insisterà sul punto che non basta calcolare l’intenzione di votare, occorre soprattutto misurare la voglia del cittadino elettore di uscire di casa e prendersi la briga di arrivare al seggio. Si chiama motivazione e sarà essenziale, data la mancanza di un “quorum”. Tutto giusto, ma è un fatto che solo ora, a un mese e mezzo dal voto, si comincia a capire che la gara è aperta a entrambe le soluzioni. Con alcune differenze tra i due schieramenti che non dovrebbero sfuggire ai diversi comitati chiamati a gestire le strategie comunicative.

Il referendum avrà inevitabilmente un risvolto politico. Se lo perdesse, il governo Meloni registrerebbe la prima, autentica sconfitta dall’inizio del suo governo. Con astuzia, la premier ha evitato fin qui di legare il suo nome all’esito della consultazione. Ma tutti sanno che la legge costituzionale Nordio riguarda la sola, vera riforma che il centrodestra ha varato nel corso della legislatura. Una riforma che modifica gli equilibri del potere giudiziario ed è volta nelle intenzioni a influire in modo diretto nella vita quotidiana delle persone. Di conseguenza, la sconfitta sarebbe dolorosa anche se non implicherebbe la caduta dell’esecutivo. Va da sé, al contrario, che per un’opposizione in permanente difficoltà una vittoria la sera del 23 marzo equivarrebbe quasi a un’ubriacatura collettiva. Quindi il centrosinistra ha tutto l’interesse a rendere sempre più politico lo scontro: dirà No alla separazione delle carriere e a ridurre il potere delle correnti all’interno della magistratura; ma soprattutto dirà No al governo Meloni, al suo legame con Trump, alle supposte tendenze autoritarie in sintonia con l’amico americano.

La destra viceversa dovrà sforzarsi di riportare la disputa al merito della riforma, che ovviamente è più difficile da spiegare all’opinione pubblica riducendola a slogan. Finora i sostenitori del Sì fidavano nell’abbrivio di un sentimento popolare che si avvertiva favorevole. Adesso invece è cominciata la salita. Occorre individuare il modo di rivolgersi agli elettori con un linguaggio comprensibile e accattivante. Una voce come quella di Daniele Capezzone, direttore del Tempo, è la prima ad avere avvertito il centrodestra che non è tempo di dormire sugli allori.

Peraltro, se è vero che l’opposizione gode di un vantaggio, diciamo così, tattico in un tipo di referendum il cui risvolto è sempre anti-governativo, è altrettanto vero che non tutto il centrosinistra è compatto. Tutt’altro. Rispetto a una riforma che vuole ispirarsi al codice Vassalli — eminente giurista antifascista, medaglia d’argento della Resistenza — è soprattutto il mondo vicino al Pd a mostrare le fratture. C’è un ambiente culturale — da Augusto Barbera a Stefano Ceccanti, da Cesare Salvi a Paola Concia e molti altri — che non accetta di subordinare la scelta di schieramento al merito del testo, seppur votato dall’altro schieramento. Il sentiero verso il 22 marzo è ancora lungo.

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