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Nordio, il ministro picconatore

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Invece di curarla, il Guardasigilli è riuscito a gettare altro sale sulla ferita che la politica ha deciso di infliggere alla magistratura
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Ormai abbiamo capito qual è la parte in commedia di Carlo Nordio: il fool scespiriano delle destre al comando. Quello che rivela le verità inconfessabili del potere e, da “guastatore” più o meno consapevole, piccona le fondamenta su cui si regge la Costituzione repubblicana. È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. E lui lo fa, con quel candore misto a rancore al quale ci ha abituato: dicendo l’indicibile, avvelenando i pozzi.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario avrebbe potuto provare a correggere il solito sgangherato copione: non c’era occasione più preziosa di questa, di fronte a Sergio Mattarella, per invocare la «grazia di Stato» e rilanciare la «leale collaborazione» tra istituzioni. Ma niente da fare: invece di curarla, il Guardasigilli è riuscito a gettare altro sale sulla ferita che la politica ha deciso di infliggere alla magistratura.

Tra i miasmi di una campagna referendaria riempita di tossine, il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione ha…

Ormai abbiamo capito qual è la parte in commedia di Carlo Nordio: il fool scespiriano delle destre al comando. Quello che rivela le verità inconfessabili del potere e, da “guastatore” più o meno consapevole, piccona le fondamenta su cui si regge la Costituzione repubblicana. È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. E lui lo fa, con quel candore misto a rancore al quale ci ha abituato: dicendo l’indicibile, avvelenando i pozzi.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario avrebbe potuto provare a correggere il solito sgangherato copione: non c’era occasione più preziosa di questa, di fronte a Sergio Mattarella, per invocare la «grazia di Stato» e rilanciare la «leale collaborazione» tra istituzioni. Ma niente da fare: invece di curarla, il Guardasigilli è riuscito a gettare altro sale sulla ferita che la politica ha deciso di infliggere alla magistratura.

Tra i miasmi di una campagna referendaria riempita di tossine, il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione hanno fatto il possibile per elevare il livello del confronto, ancorandosi al senso di responsabilità e ai valori costituzionali. Coltivare «un clima di rispetto reciproco» e sviluppare «un dialogo pacato sul futuro della giustizia». Ribadire il principio della separazione dei poteri, insieme all’indipendenza della magistratura che non è «un privilegio» ma caposaldo e «presupposto perché il giudice sia sempre imparziale». Recuperare la fiducia dei cittadini costruita in anni di difesa dei diritti fondamentali e della legalità, smettendo di «sfregiare l’immagine» della giurisdizione e cessando «ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria».

Preghiere laiche, quelle di Pasquale D’Ascola e di Pietro Gaeta: accorate, ricalcate sull’ultimo messaggio del presidente della Repubblica ai tirocinanti e quasi mutuate dal Veni Creator Spiritus di Croce e dei padri costituenti.

Roma, 30 gennaio: Sergio Mattarella tra Pietro Gaeta e Pasquale D'Ascola 

Tutto inutile. Nordio le ha respinte sdegnato, riportando il dibattito alle altezze che conosciamo, cioè un gradino sotto alla decenza. Ha parlato di «blasfemia», contro chi sostiene che la «riforma della giustizia» mina il principio di autonomia delle toghe. Ha vaneggiato di «insinuazioni ripugnanti», contro chi denuncia il rischio di future interferenze dell’esecutivo sul giudiziario. Invece di raccogliere l’invito al dialogo, ha spezzato il ramoscello d’ulivo e l’ha sbattuto in faccia ai suoi ex colleghi ormai nemici.

C’è una crescente isteria nelle reazioni. E sarebbe un errore attribuirla alle paturnie del solo “ministro competente”. Non dovremmo mai dimenticare che dietro ogni sua sortita più o meno sconclusionata sul tema c’è un intero governo. E c’è soprattutto la presidente del Consiglio.

È lei che offre piena copertura politica al Guardasigilli. Ed è lei che su questa pseudo-riforma si gioca la faccia. Non fa l’errore di Renzi, trasformando il referendum in un’ordalia su stessa. Ma sa che una sconfitta stravolgerebbe lo scenario di fine legislatura. Dimostrerebbe che il suo non è affatto il «partito della nazione», votato alla crociata vincente contro fantasmi vecchi e nuovi, e che c’è un bel pezzo di Paese stanco del suo trionfalismo farlocco smontato dai dati dell’economia, del suo trumpismo vassallo ripagato con l’Ice alle Olimpiadi, del suo europeismo fasullo scontato con la conventio ad excludendum dei Volenterosi. E la spingerebbe a far saltare il banco, con elezioni anticipate all’insegna dell’all-in e dei “pieni poteri” sul modello del falso “amico amerikano”.

I sondaggi registrano la rimonta dei contrari alla riforma. Tanto basta a destabilizzare la Sorella d’Italia e il suo ministro della Giustizia. Sono proprio loro i migliori testimonial del No alla separazione delle carriere tra giudici e pm, quando spiegano con stizzita naïveté la «ratio della norma».

Meloni è eloquente: «È la migliore risposta all’invadenza intollerabile della magistratura». Nordio è incontinente: «Fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale, il governo Prodi cadde perché Mastella, mio predecessore, fu indagato per accuse poi rivelatesi infondate, e mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche al Pd, nel momento in cui andassero al governo». Tajani è preveggente: «Non basta la separazione delle carriere, non basta il Csm, serve completare, togliendo ai pubblici ministeri il controllo sulla polizia giudiziaria». Più chiari di così non potrebbero essere, i «patrioti» in transito verso l’auspicata autocrazia elettiva.

Gustavo Zagrebelsky lo scrive da giorni: vogliono solo la rivalsa della politica contro la magistratura, «spostando gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’indipendenza della seconda». Roberto Saviano l’ha scritto ieri (venerdì 30 gennaio): ogni riforma che «indebolisce l’autonomia dei pm, frammenta la magistratura o espone l’azione giudiziaria al conflitto politico», concentra il potere nell’esecutivo e rende più difficile colpire le mafie.

A meno di due mesi dal voto, la deriva illiberale è sempre più visibile. Aumenta la manomissione del diritto: Fratelli d’Italia ha appena presentato in Senato un ddl che prevede l’attivazione di processi penali a carico delle forze dell’ordine solo previa richiesta del ministro, un’aberrazione giuridica cui possono aspirare giusto i paramilitari della milizia trumpiana guidata dal simil-nazista con la testa rasata e il cappottone d’ordinanza Greg Bovino.

In parallelo, dilaga la manipolazione dei fatti: i volonterosi carnefici di Giorgia giustificano il Sì al referendum evocando cold case ossessivamente riciclati dalle gazzette di regime. Garlasco e i bimbi nel bosco, il caso Palamara e il caso Zuncheddu.

E vedrete quello che faranno sul caso Tortora, già agitato più volte a sproposito da Meloni e da Salvini, ma ora “rafforzato” dall’uscita nelle sale del pur magnifico film di Marco Bellocchio. Grazie alla riforma — raccontano al popolo bue — mai più questi errori e questi orrori! Più che una promessa solenne, una colossale menzogna: in nessuna di quelle vicende hanno inciso le carriere separate tra magistrati inquirenti e decidenti.

Poco importa: à la guerre comme à la guerre, in un teatro ipnotico dove il bello e il brutto della Repubblica si inquinano e si annullano: Calamandrei e Berlusconi, Vassalli e Previti, Gelli e Barbera. La tecnica del consenso, per queste sedicenti “destre di governo”, è sempre la stessa: se non puoi convincerli, confondili. Viene in mente la magnifica battuta del corazziere, ne La grazia di Paolo Sorrentino: «Presidente, lei attribuisce troppa importanza alla verità… ».

Ma ancora una volta, come nel Ventennio del Cavaliere di Arcore, oggi è proprio la verità la principale nemica dei suoi eredi in linea diretta o indiretta. Una verità da destrutturare e resettare a colpi di “fatti-alternativi”, funzionali alla costruzione e alla conservazione della nuova “verticale del potere” (come insegna il maestro, The Donald). Per il bene della democrazia, di qui al 22 marzo e oltre, è a queste imposture che bisogna resistere.

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