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Negli Usa soffia il vento midterm

Clive (Iowa), 27 gennaio: il presidente americano Donald Trump 

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Il presidente americano Donald Trump si trova ad affrontare la campagna elettorale di metà mandato come la più difficile della sua parabola politica. E per tentare di rovesciare le previsioni negative si prepara a un’offensiva fuori dagli schemi
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In calo nei sondaggi, con l’economia in affanno, le rivelazioni sul caso Epstein che invadono i social e le violenze degli agenti Ice che dividono la propria base, il presidente americano Donald Trump si trova ad affrontare la campagna di Midterm come la più difficile della sua parabola politica. E per tentare di rovesciare le previsioni negative si prepara a un’offensiva fuori dagli schemi: dalla riduzione dei tassi di interesse sulle carte di credito all’assedio a Cuba.

Il 3 novembre gli americani andranno alle urne per il rinnovo parziale del Congresso: i sondaggi prevedono la sconfitta dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti e un testa a testa al Senato ovvero un risultato destinato a trasformare Trump in “un’anatra zoppa”, obbligata a duellare con i democratici nella ultima parte del secondo mandato, con il rischio della paralisi politica.

Ma non è tutto perché ciò che preoccupa di più la Casa Bianca sono i recenti risultati di elezioni in più Stati — dal Texas alla Flo…

In calo nei sondaggi, con l’economia in affanno, le rivelazioni sul caso Epstein che invadono i social e le violenze degli agenti Ice che dividono la propria base, il presidente americano Donald Trump si trova ad affrontare la campagna di Midterm come la più difficile della sua parabola politica. E per tentare di rovesciare le previsioni negative si prepara a un’offensiva fuori dagli schemi: dalla riduzione dei tassi di interesse sulle carte di credito all’assedio a Cuba.

Il 3 novembre gli americani andranno alle urne per il rinnovo parziale del Congresso: i sondaggi prevedono la sconfitta dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti e un testa a testa al Senato ovvero un risultato destinato a trasformare Trump in “un’anatra zoppa”, obbligata a duellare con i democratici nella ultima parte del secondo mandato, con il rischio della paralisi politica.

Ma non è tutto perché ciò che preoccupa di più la Casa Bianca sono i recenti risultati di elezioni in più Stati — dal Texas alla Florida, dal New Jersey alla Virginia — che hanno visto i democratici vincere in maniera netta, facendo temere “un’onda anti-Trump” alimentata da lacerazioni repubblicane, coesione democratica e allontanamento degli indipendenti. Guardare da vicino a tale fenomeno significa comprendere cosa i leader repubblicani temono di più.

La chiave sono i numeri: non tanto per la popolarità di Trump, scesa al 43 per cento, quanto per il fatto che la grande maggioranza degli elettori — secondo il liberal New York Times — andrà a votare sull’economia e ben il 70 per cento di loro — attesta la conservatrice Fox News — ritiene che il presidente «non dedica abbastanza tempo» a questo tema. Anche la metà dei repubblicani condivide tale rimprovero. Solo due elettori su dieci sostengono Trump sull’economia e questo spiega perché il 45 per cento è convinto che «la situazione del Paese peggiorerà».

Per un presidente che nelle elezioni del 2024 ha fatto della lotta all’inflazione il cavallo di battaglia significa dover fare i conti con una molteplicità di fronti negativi: l’occupazione non cresce assieme al Pil per effetto dell’impiego dell’Intelligenza artificiale nelle imprese, l’effetto-dazi ancora non c’è mentre nella lotta al carovita prevalgono i democratici.

Anche la guerra all’immigrazione illegale, l’altra lancia di Trump, è indebolita per effetto di quanto avvenuto a Minneapolis, dove l’uccisione di due cittadini da parte degli agenti Ice — che danno la caccia ai clandestini — è considerata «frutto di tattiche troppo aggressive» dal 60 per cento degli elettori con un balzo in avanti di dieci punti rispetto a luglio.

Il sostegno a Trump sull’immigrazione è sceso al 38 per cento, con un arretramento quasi identico tra i repubblicani: dall’88 al 76. Ciò che accomuna lo scontento degli elettori di Trump su economia e immigrazione — attesta il Pew Research Center — è che il 40 per cento ritiene che il presidente «dedica troppo tempo alla politica estera», Groenlandia inclusa.

Se a questo aggiungiamo che le rivelazioni sugli scandali sessuali del defunto finanziere Jeffrey Epstein continuano a dilagare sui social, moltiplicando dubbi e allusioni sui coinvolgimenti di Trump, non è difficile comprendere perché a Washington, nei centri studi come nei salotti, il tema sia “l’onda Midterm”. Uno studio dell’Emerson College ne identifica la possibile genesi nel cambiamento di opinione tra gli indipendenti: se nove democratici e repubblicani su dieci ritengono infatti che voteranno per i candidati di partito, tra gli indipendenti il vantaggio dell’opposizione è schiacciante, 50 a 28 per cento.

Da qui l’interrogativo sulle carte a disposizione di Trump per tentare di rovesciare le previsioni. L’imprevedibilità che lo distingue e la scelta di cercare soluzioni out of the box — fuori dagli schemi — portano gli analisti a ritenere che il presidente condivida i piani elettorali solo con il capo di gabinetto Susan Wiles e il suo vice per la Sicurezza interna, Stephen Miller.

Ma qualche indicazione già c’è: la proposta di abbassare il tetto degli interessi su carte di credito e mutui dal 30 al 10 per cento va incontro al ceto medio così come il divieto alle corporation di acquistare monolocali punta ad abbassare i prezzi sul mercato immobiliare mentre l’ipotesi di recapitare a ogni contribuente un “dividendo dei dazi” di duemila dollari potrebbe essere la sorpresa di settembre.

Ma non è tutto perché la ritirata degli agenti Ice da Minneapolis vuole spegnere i riflettori sull’uccisione di Alex Pretti per riaccenderli sui dodici Stati — tutti a guida democratica — che offrono “santuari” agli illegali. E poi c’è l’opzione Cuba: togliere all’Avana anche il greggio messicano, dopo quello venezuelano, per far cadere il regime castrista trasformando il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli, nel simbolo della riconciliazione con la più grande isola dei Caraibi.

Insomma, il timore di una sconfitta è tale da spingere Trump a ridefinire l’agenda del 2026. E questo spiega perché, nelle cene a Georgetown, si parli già di un “impatto Midterm” sulle presidenziali del 2028: i democratici credono nell’effetto-trampolino mentre un Trump “azzoppato” potrebbe liberarsi del designato JD Vance, cambiando il nome dell’erede.

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